
NOTIZIE DAI MARI DEL GLOBO
a cura di Eleonora De Sabata
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AMBIENTE MARE
2010, ANNO DELLA BIODIVERSITA'
2010: per le Nazioni Unite è l'anno della biodiversità.
Attenzione puntata quindi sulla varietà di specie animali e
vegetali del nostro pianeta e sugli ambienti in cui esse vivono.
È un'occasione importante per riscoprire e celebrare il
Mediterraneo, una delle zone più importanti al mondo per la sua
straordinaria biodìversità.
MEDITERRANEO, HOTSPOT DI BIODIVERSITA'
Qualche dato: ricopre appena lo 0,8% della superficie mondiale degli
oceani, eppure ospita il 7% delle specie conosciute. Delle 12.000
segnalate nel nostro mare (un numero sicuramente sottostimato, a cui
ogni anno si aggiungono nuove scoperte) il 30% circa è
endemico, cioè vive solo ed esclusivamente qui e non altrove.
Non esistono altre zone al mondo, se non forse il sud Australia, con
un tasso così elevato di specie caratteristiche. E anche molte
specie che, oltre che qui, vivono in altri mari sono in realtà
"Mediterranee DOC": il DNA di balenottere e tartarughe è
infatti diverso da quello degli esemplari della stessa specie che
vivono in Atlantico. I capodogli mediterranei parlano un dialetto
differente, oltre ad avere abitudini completamente diverse da quelli
di tutti gli altri mari. E anche gli animali che periodicamente si
avventurano oltre le Colonne d'Ercole invariabilmente poi vi fanno
ritorno: i tonni, ad esempio, dopo aver banchettato nelle ricche acque
del Nord Europa, Africa o America, abbandonano i "cugini" in Atlantico
e si danno appuntamento, fra loro, nelle acque sarde e siciliane per
la riproduzione.
L'ORIGINE DI UN MARE
Il Mediterraneo, così come lo conosciamo noi, è nato
cinque milioni di anni fa. Mezzo milione di anni prima i movimenti
della Terra avevano sollevato lo Stretto di Gibilterra sigillandolo di
fatto dall'Atlantico: complice il caldo intenso, in poco tempo il
bacino si prosciugò quasi del tutto. Così come si era
sollevata, la terra prese però a scendere e l'Atlantico invase
di nuovo il nostro mare. Non fu una cosa graduale: ricercatori
spagnoli, osservando le profonde incisioni sui fondali di Gibilterra,
calcolano che nei periodi di massimo flusso l'oceano si riversò
da noi con la potenza di mille Rii delle Amazzoni. Il livello dei mari
salì di oltre dieci metri al giorno e il bacino si
riempì per oltre il 90% in appena dieci mesi. Più che
una cascata, fu un'inondazione. Uno spettacolo grandioso che
sancì la nascita, l'aspetto e la biodiversità del
Mediterraneo. Quasi tutte le specie del nostro mare provengono infatti
dall'Atlantico ma, nel tempo, si sono adattate al nostro ambiente,
più caldo e più salato dell'oceano, e hanno dato vita a
miriadi di nuove specie.
IL MEDITERRANEO CHE CAMBIA
La biodiversità così particolare del Mediterraneo sta
subendo però un rapido cambiamento, per cause che spesso recano
chiara l'impronta dell'Uomo. Nuove specie entrano ogni anno in
Mediterraneo, altre modificano la loro distribuzione a causa del
cambiamento climatico. L'apertura del Canale di Suez ha inaugurato una
nuova via di comunicazione tra il Mediterraneo e il Mar Rosso: da
allora una gran quantità di pesci tropicali è penetrata
nel nostro mare e, non trovando predatori, vi si è insediata
scalzando spesso le specie nostrane. Anche il traffico navale ha
mutato il volto del Mediterraneo, e messo a serio rischio non solo la
sua biodiversità originaria ma anche le attività
economiche della pesca. È accaduto nel Mar Nero, dove una
piccola medusa imbarcata "clandestinamente" nelle stive, vi ha trovato
le condizioni ideali per prosperare, mettendo in crisi la pesca delle
acciughe, di cui si nutre. Solo l'arrivo di un'altra medusa sua
predatrice - clandestina anch'essa - ha riportato la situazione in
equilibrio. Ma ovunque in Mediterraneo si registrano sempre più
spesso invasioni di altre meduse, seppur nostrane, che mettono in
ginocchio il turismo di molte aree costiere. Che il mare sia in
continua evoluzione è normale e del resto il Mediterraneo ne
è testimone: è stato così freddo da ospitare
persino i pinguini (dipinti dagli uomini preistorici in una grotta
francese!). Ma prima ancora il mare che ricopriva l'odierna Verona
pullulava di pesci angelo e pesci farfalla pressoché identici a
quelli che nuotano ora sulle barriere coralline maldiviane.
Curiosità ma non certo eccezioni in un pianeta che vive
ciclicamente di fasi calde e glaciazioni e dove il livello del mare
sale e scende di duecento metri. A parte l'episodio che ha lasciato
letteralmente a secco il Mediterraneo, però, questi cambiamenti
sono finora avvenuti in modo graduale e ciò ha consentito a
piante e animali tempo sufficiente per adattarsi alle nuove
condizioni. I cambiamenti che stanno avvenendo ora, invece, non
dipendono dai cicli naturali della Terra, che si misurano in milioni
di anni: il Canale di Suez è stato aperto solo cento anni fa e
da allora il numero di specie di pesci in Mediterraneo è
aumentato del 20%. È passato ancora meno tempo da quando l'Uomo
ha iniziato a rendere impraticabili le spiagge dove le tartarughe, in
perfetta solitudine, andavano a deporre le uova. Nello stesso tempo,
l'inquinamento agricolo e industriale ha avvelenato il mare, le carni
di pescispada, delfini e balene e provocato aberrazioni sessuali in
più di una specie. La pesca - ormai sempre più spesso
illegale in un mare sfruttato oltre le sue capacità - mette a
rischio di sopravvivenza molte delle specie "bersaglio" e, spesso,
anche quelle che con esse condividono l'ambiente.
IL FUTURO
Il 2010 è l'anno della Biodiversità. È quindi il
momento ideale per fare il punto della situazione. Il Mediterraneo,
culla di centinaia di specie uniche al mondo, sta subendo pressioni su
ogni fronte: le sue acque sono ora più calde, più
salate, più inquinate e più sfruttate che mai.
Più affollate di specie nuove, cui però spesso
corrisponde il rapido declino delle specie originarie. È
impossibile, spiegano i ricercatori, prevedere l'impatto che tutto
ciò avrà sull'ambiente, le catene alimentari e
l'economia umana. È una condizione ormai irreversibile ma che
dovrebbe quantomeno essere costantemente monitorata. A ottobre il
Census of Marine Life, gigantesco progetto decennale di migliaia di
ricercatori impegnati a un censimento delle forme di vita marine
mondiali, aggiungerà qualcosa ma non poi molto alla conoscenza
del Mediterraneo. Pochi i progetti e i ricercatori italiani coinvolti.
L'Italia che, con milioni di abitanti sulla fascia costiera e una gran
fetta di PIL nazionale prodotto lungo 7000 chilometri di coste,
dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano nello studio del suo mare,
è rimasta largamente a guardare. I fondi universitari
scarseggiano ma anche dove, grazie a fondi europei, le risorse non
sono un problema, la ricerca marina ha subito un duro attacco: il
Ministero dell'Ambiente ha cancellato l'ICRAM, il suo Istituto di
Ricerca marino, accorpandolo ad altro istituto e lasciato a casa molti
ricercatori precari; rinnovando sì alcune linee di ricerca ma
solo dopo due mesi di protesta sul tetto dei biologi dell'istituto. La
biodiversità del Mediterraneo è sotto attacco, ma sembra
che il nostro mare debba combattere questa battaglia da solo.
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