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AMBIENTE MAREUN CENTINAIO GLI SQUALI ELEFANTE IN SARDEGNA negli ultimi sette anni: è la stima della prima ricerca sul campo sul più grande pesce del Mediterraneo, l’Operazione Squalo Elefante. La raccolta di dati e segnalazioni, iniziata nel 2005 da MedSharks, ha dimostrato come la Sardegna rappresenti una tappa annuale nelle migrazioni di questo squalo, tanto grande quanto innocuo. Da dove vengano gli squali elefante o cetorini – a rischio d’estinzione e protetti dalle convenzioni internazionali – e dove vadano una volta lasciate le acque sarde, è un mistero che i ricercatori cercano di svelare con indagini genetiche, con il confronto delle “foto segnaletiche” dei diversi individui con la comunità scientifica internazionale e, a partire dall’anno prossimo, con la marcatura satellitare. La ricerca si basa sulla raccolta delle segnalazioni degli appassionati di mare, del personale della Guardia Costiera, delle aree marine protette e parchi marini di Tavolara, Asinara e La Maddalena, della Guardia Forestale Sorveglianza Ambientale. Al momento di andare in stampa, sono stati una decina gli avvistamenti del 2012 concentrati a marzo, per una mezza dozzina di individui in totale. La ricerca si estenderà quest’anno alle altre coste italiane, dove gli squali vengono avvistati sporadicamente ma dove forse la loro presenza è più regolare del previsto, grazie al supporto del CTS, Centro Turistico Studentesco, e della branche italiana della Fondazione Principe Alberto II di Monaco. POSIDONIA MILLENARIA - L’essere vivente più longevo del mondo – di gran lunga – vive nelle acque del Mediterraneo. Le praterie di Posidonia, la pianta marina dalle lunghe foglie rettangolari presente un po’ ovunque lungo i nostri litorali, possono avere centinaia di migliaia di anni d’età, sostengono dei ricercatori francesi che hanno pubblicato recentemente i loro risultati su PlosOne. Oltre a riprodursi sessualmente, cioè con la fioritura e la produzione di frutti prodotti dall’incrocio di gameti maschili e femminili, la Posidonia è infatti capace anche di clonarsi, cioè di generare delle copie identiche dello stesso individuo. Nelle “copie” del patrimonio genetico, normalmente, a lungo andare si possono formare degli errori. Molti di questi sono negativi, ha spiegato la coautrice del lavoro, Sophie Arnaud-Haond dell’Ifremer francese, e nel tempo portano a una degenerazione dell’individuo e alla sua scomparsa. Quindi anche l’età degli organismi clonati dovrebbe essere limitata: eppure lo studio – che ha esaminato campioni raccolti lungo 3500 chilometri di Mediterraneo – ha trovato piante con lo stesso genoma anche a grandi distanze – anche a 15 chilometri di distanza l’uno dall’altro – e quindi presumibilmente antichissimi. “Attraverso i modelli siamo stati in grado di dimostrare che la Posidonia oceanica ha un modo di diffondersi che evita l’accumulo di mutazioni genetiche negative” ha spiegato la Arnaud. L’incredibile longevità di questa pianta dimostra anche la sua resistenza al cambiamento delle condizioni climatiche in passato. “L’età stimata delle praterie che abbiamo studiato implica che esse sono sopravvissute a condizioni ambientali molti diverse, da una temperatura del mare di dieci gradi inferiore a quella dei nostri giorni e all’abbassamento del livello marino 100 metri sotto il livello attuale di 10.000 anni fa. Hanno dimostrato una straordinaria capacità adattativa”. Ma i cambiamenti del clima attuali sono immensamente più rapidi di quelli avvenuti nei millenni e a cui le piante hanno saputo adattarsi: “La regressione delle praterie di Posidonia che si sta registrando in tutto il Mediterraneo ci fa temere che questa specie sia in grado di affrontare cambiamenti ambientali così repentini”. La Posidonia oceanica è una specie protetta a livello mediterraneo per la sua importante funzione sia di “polmone” del mare, in grado di produrre notevoli quantità di ossigeno, ma soprattutto per la protezione che offre agli individui giovani di moltissime specie. A PANTELLERIA E ALGHERO SI CATTURERà L’ENERGIA DALLE ONDE - Dopo le ultime prove nella vasca sperimentale di Pomezia, Iswec – il progetto sviluppato dal team Wave4Energy del Politecnico di Torino – è pronto a entrare in mare, seppur a livello di prototipo. Iswec è una sorta di barchino alla fonda che cattura “dondolando” – o meglio smorzando il beccheggio – l’energia delle rapide onde del Mediterraneo. Ed è proprio da una lunga crociera che due dei ricercatori, nel 2005, ebbero l’intuizione di come catturare l’energia che muove le onde mediterranee, meno imponenti ma più frequenti di quelle oceaniche. “Mentre i dispositivi ottimizzati per gli oceani sfruttano principalmente l’altezza elevata dell’onda, Iswec, lavorando sulla frequenza e sulla pendenza del fianco dell’onda, è capace di estrarre un elevato quantitativo di energia anche da onde poco potenti tipiche di mari chiusi” spiegano i progettisti, Giuliana Mattiazzo e Andrea Gulisano: “Questa risorsa energetica innovativa è conveniente anche rispetto alle tradizionali fonti di energia rinnovabile, fotovoltaico ed eolico, sia in termini di produttività sia in termini di ingombri e impatto ambientale”. Le potenzialità del Mediterraneo in questo campo, pur inferiori a quelle oceaniche dove sono già attivi sistemi diversi per convertire l’energia delle onde (dai 5 ai 15 kW/m contro i 40-70 kW/m), sono però estremamente interessanti per le isole minori e gli arcipelaghi, normalmente dipendenti dalla rete continentale. La sperimentazione partirà a Pantelleria (con una potenzialità di 2.600 MWh/anno) e Alghero (3.110 MWh/anno).
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