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IL MUSEO DELLA BARCA LARIANA

Le barche lariane, caratteristiche imbarcazioni del lago di Como, raccontano la storia di questo specchio d'acqua che, accarezzato sempre da due venti contrari, ha consentito una navigazione certa quando la propulsione era costituita solo dal vento e dai remi. Studiando queste barche si possono riscoprire modi di vita, mestieri e tradizioni

Articolo di
Mario Marzari

Pubblicato su Nautica prima del 1993


UNA ROMANTICA FLOTTA LACUSTRE

Il lago di Como, o Lario, molto profondo e con sponde ripide, per secoli è stato la strada naturale che ha unito la pianura padana con le valli alpine. La sua navigazione ha quindi svolto un ruolo fondamentale per il commercio delle popolazioni del circondario, collegando Colico con Como e Lecco. Ricordiamo che la strada orientale, detta "della Regina", è stata costruita nel XVIII secolo grazie all'intervento di Maria Teresa d'Asburgo, mentre quella occidentale fu completata solo all'inizio del '900.

Sul lago di Como c'è un andamento regolare del vento che, specialmente d'estate, ha sempre favorito lo spostamento dei traffici grazie alla vela: la brezza che soffia da Nord - denominata tivàn o tivano - si alterna con la "breva" che viene da Sud. Infatti la breva - brezza di pianura - giunge regolarissima da Sud a mezzogiorno, inizia dolcemente, arriva fino a venti nodi costanti e dura fino a dopo il tramonto. Di notte, invece, soffia la brezza di monte, che inizia a mezzanotte e dura fino alle otto di mattina. La presenza di questi due venti, uno da una direzione e l'altro da quella opposta, ha fatto in modo che, salvo rare eccezioni, i traffici potessero svolgersi regolarmente e non ci fosse necessità di sviluppare un altro tipo di vela che non fosse quella di forma rettangolare.

Oltre a questi venti regolari esistono però i colpi impetuosi dati dalla tramontana da Nord, detta "vento", che qualche volta soffia con raffiche fino a sessanta nodi, polverizzando l'acqua e rendendo impossibile la navigazione.

Il patrimonio costituito dalla diverse costruzioni navali tradizionali del Lario risulta straordinariamente ricco e prezioso: è il frutto di esperienze successive in un ambiente rimasto pressoché inalterato per secoli e solo con l'avvento del motore gli abitanti locali, i "laghè", hanno abbandonato l'uso della barca preferendo l'impiego dei moderni camion. Tra le tradizionali imbarcazioni del luogo ricordiamo il "comballo" e le classiche barche "coi cerchi" come: la gondola, la "nav" (o "navet") ed il "batèl"; a bordo di queste non si usava l'ancora, data la profondità delle acque, e si poteva solo legarsi alla riva con una catena munita di gancio.

La costruzione delle imbarcazioni tradizionali lariane è inconsueta, semplice e primitiva: le tavole, sgrossate, venivano accostate e "cucite" tra loro con dei chiodi passanti da una tavola all'altra. Piantato il chiodo di ferro dolce, esso veniva girato, poi ripiantato e rigirato in modo da costituire una "graffa" denominata "cusidura". Realizzato il fondo opportunamente incurvato, venivano poste le ordinate, costituite da tre elementi, una traversa e i due sostegni laterali simmetrici. Terminata la fasciatura dello scafo, si procedeva calafatandolo per poi impeciarlo dentro e fuori. Il legno impiegato per le costruzioni navali era quello disponibile sul posto: il castagno, la robinia ed il frassino. Gli ornamenti risultavano piuttosto sobri: venivano dipinti i bordi, i cerchi ed il pattino di prua.

Il comballo era l'imbarcazione di maggiori dimensioni, impiegata per i grandi trasporti, che potremmo definire come il "camion a vela" del lago; poteva raggiungere lunghezze fino a circa venticinque metri per cinque di larghezza e con una portata di circa sessanta tonnellate. Lo scafo, a fondo piatto, era caratterizzato da linee filanti, fianchi rotondi ed un grande slancio di prua e di poppa; qui sul ponte veniva ricavata una cabina. Come con i grandi burchi fluviali, i barcaioli potevano spingere il comballo sui bassi fondali con lunghi pali, piantandoli sul fondo per poi spingere la barca camminando sulle due corsie laterali, dette "passadure". Su quest'imbarcazione, ora scomparsa, si era conservato l'uso del grande timone laterale posto a dritta; evidentemente non era necessario quello centrale, entrato in uso in tutte le marinerie dopo il XIII secolo.

La gondola lariana era tra le più grandi delle "barche coi cerchi", che, uniti da un travetto centrale, detto "mantaula", sostenevano la tenda. Era la barca da trasporto più diffusa sul lago e le sue dimensioni potevano variare in funzione dei carichi che si dovevano trasportare: mediamente si può considerare una lunghezza di circa quindici metri ed una larghezza inferiore ai cinque. Si distingueva per il suo particolare profilo ed il caratteristico becco lavorato della controasta. Aveva fondo piatto e fianchi rotondi molto svasati, con la prua sottile ben slanciata e poppa rigonfia e rotonda; risultava più aggraziata nelle forme e dava più solidità in acqua rispetto al comballo. Munita di un lungo timone scorrevole sugli agugliotti, che a poppa scendeva oltre lo scafo, era provvista di lunghi remi, che per la voga venivano bilanciati con sassi. Si remava volgendo le spalle alla prua, tirando il remo legato allo scalmo di legno, facendo quattro passi indietro e tre in avanti. Ma la barca solitamente procedeva utilizzando la grande vela rettangolare tipica del Lario, sollevata sul grande albero sistemato proprio davanti ai cerchi; successivamente furono motorizzate utilizzando i motori a testa calda che la Proserpio aveva iniziato a produrre a Bellano, copiando i Weber provenienti dall'America. Con la gondola si approdava direttamente sulla riva sfruttando lo slancio di prua dello scafo, che per questo era esternamente rinforzato con una controasta, detta "dolfì n", che fungeva da pattino per poter strisciare sugli approdi e che, una volta consumato, poteva facilmente essere sostituito; l'asta di prua restava quindi interna al fasciame. Per caricare e scaricare la barca si usava un lungo asse di legno denominato "panca".

La nav o navet era la classica barca da pesca lariana; di costruzione estremamente robusta, dalle linee rotonde, era caratterizzata dal fondo piatto e dalla forma molto svasata. Poteva raggiungere lunghezze comprese tra i 7-8 metri e larghezze di poco inferiori ai 3 metri ed aveva la prua molto larga. Queste sue particolari caratteristiche la rendevano estremamente stabile ed adatta ai pescatori che la impiegavano per la pesca a strascico e potevano facilmente manovrare la rete da prua. Il pescato, per essere conservato fresco, veniva gettato sotto il pagliolato della barca, che per questo era sollevato di circa 30-40 centimetri dal fondo dello scafo riempito d'acqua. Durante le stagioni di pesca, che potevano durare dei mesi, i pescatori vivevano e dormivano a bordo. La nav era munita di un albero attrezzato con la classica vela rettangolare per potersi muovere quando il vento era favorevole, ma molto più spesso si usavano i remi, dato che lo scafo scivolava dolcemente sull'acqua, e in questo caso l'albero veniva sistemato al di sopra dei cerchi, dove tornava utile anche per porre ad asciugare le reti. Non necessitava del timone, dato che era facilmente governabile con l'aiuto dei remi.

La più nota tra le barche da pesca del lago è oggi il "batèl", ormai conosciuto come "la barca di Renzo e Lucia" e denominato più semplicemente "lucia"; un esempio di neologismo conseguente alla diffusione del film anni '60 dei "Promessi Sposi" di Manzoni. È la barca che ancora si può vedere navigare sul lago: non troppo grande, slanciata e adatta all'uso, con solo due pescatori. Si è trasformata da barca da lavoro in barca da passeggio; lo scafo raggiunge lunghezze attorno ai 6 metri con una larghezza solitamente maggiore di 2, ed è caratterizzato dal fondo piatto e dalle fiancate diritte sistemate a V. La prua è fortemente slanciata ed a punta, mentre la propulsione è prevalentemente a remi anche se risulta spesso munita di un albero attrezzato con la solita vela rettangolare.

Con l'avvento del fuoribordo, la concessione della licenza solo ai pescatori professionisti e la proibizione della pesca a strascico, la nav è stata sostituita dal "canot de pesca", una lancettina derivata dalle "inglesine" a remi, ma dotata di fondo piatto e di una prua più rotonda su cui si può facilmente applicare il motore per poter pescare da soli.

A sud del ponte di Lecco, dove iniziano i laghetti di Garlate e Pescate, troviamo un altro particolare scafo di antiche origini, denominato semplicemente "barca", essenziale nelle linee ed a forma di goccia d'acqua: poppa molto larga, prua a punta e bassa di bordo libero. Particolarmente adatta alla pesca locale, che lì viene effettuata con i vertavielli e le nasse, non ha mai avuto bisogno di modifiche anche perché in quelle acque non esiste onda.

Sui "laghett de sura", cioè di Novate e Mezzola, si usano ancora i "quattràss", un tipo di natante diverso, a forma rettangolare, perfetto per l'uso cui viene adibito, in un ambiente di tipo lagunare con basso fondale. Il fondo piatto è essenziale: in pratica si tratta di una piattaforma con grande capacità di carico, costruita in legno dai falegnami. Si esegue prima il fondo, che si pone su due cavalletti, quindi puntellando sul soffitto una trave si fa in modo da dare a questo la specifica curvatura richiesta dal committente e quindi si chiude sistemando le due fiancate e le assi di prua e di poppa; si pone qualche ordinata di rinforzo mentre non serve il pagliolato.

Un aspetto interessante è dato anche dalle piccole barche usate per la caccia sul lago; nonostante la comune semplicità c'era una differenza tra quelle impiegate sui principali laghi lombardi. Infatti mentre sul lago di Como si usava la spingarda, che prendeva il nome dall'omonima arma, su quello Maggiore si usava il "pescino da caccia".

IL MUSEO DELLA BARCA LARIANA

Per non perdere questo patrimonio culturale, nel 1976 si è costituita un'associazione di amici che già avevano recuperato alcune barche locali; si pensò che, unendo gli sforzi, si potessero raccogliere le tipologie di imbarcazione a propulsione diversa, remi, vela, motore, ancora esistenti sul lago.

Grazie all'opera del presidente, l'ing. Adolfo Premoli, e dell'infaticabile suo vice, Gian Alberto Zanoletti - col patrocinio dell'Assessorato alla Cultura della regione Lombardia - si è andati al di là di ogni rosea previsione. Avuto a disposizione a Pianello del Lario lo stabile di una vecchia filanda, oltre 2000 mq coperti, vi si sono sistemate le barche a mano a mano raccolte. Il grosso del lavoro è stato fatto tra il 1976 ed il 1980, dando precedenza al recupero piuttosto che al restauro, previsto in una fase successiva.

La realizzazione di questo museo lariano ha visto una larghissima partecipazione di barcaioli e pescatori e fondamentale è risultato l'apporto dei diversi cantieri; anche se il loro mondo è tramontato, queste persone si sono così rese conto di aver fatto qualche cosa d'importante, meritorio della conservazione nel museo.

Nel 1982 è stato deciso di dare un certo ordine alla raccolta, corredandola di materiale illustrativo, in modo da offrire una visione più completa e poter quindi aprire la raccolta al pubblico, pur con un notevole sforzo economico. L'apertura del museo ha anche avuto lo scopo di far capire l'importanza di reperti di questo tipo a chi ancora ne possiede, invogliandolo così alla conservazione o a contribuire alla collezione museale.

La singolarità della raccolta delle barche lariane oltre all'aspetto storico-conservativo sta anche nel poter vedere come in questo secolo di grande sviluppo economico e tecnologico le imbarcazioni siano mutate e siano state adattate a seconda delle esigenze, di volta in volta presentatesi; cosicché anche le imbarcazioni "importate", come l'inglesina e la gondola veneziana, sono poi state modificate divenendo una tipologia specifica locale proprio in funzione delle nuove caratteristiche richieste dal luogo.

Nelle diverse sale del museo, disposte sui tre piani dello stabile, si possono ammirare circa 160 imbarcazioni che rappresentano i diversi aspetti sviluppatisi su questo lago: la marineria tradizionale derivante dai trasporti e dalla pesca, la marineria da diporto, a vela ed a remi, e la motonautica che qui ha mosso i primi passi sino a raggiungere record importanti e cui fa da contorno un'interessante raccolta dedicata alla motoristica, sia fuoribordo che entrobordo.

Oggi a Pianello sono previste visite guidate su appuntamento, così da poter ammirare le diverse imbarcazioni girando loro attorno; il museo è ormai ben conosciuto anche all'estero, specialmente in Inghilterra ed in America.

Nel periodo compreso tra le festività pasquali e quelle dei primi giorni di novembre la guida è disponibile il sabato dalle 14,30 alle 18,30 e la domenica dalle ore 10,30 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 18,30. D'estate, dal 1° luglio al 15 settembre, la guida è anche a disposizione nei pomeriggi feriali (giovedì escluso) dalle 14,30 alle 18,30. La visita guidata dura circa un'ora e si può effettuare anche in altre date, previo appuntamentto telefonico al numero 0344-87267.

Per comprendere lo sviluppo della nautica da diporto sul Lario possiamo esaminare alcune imbarcazioni raccolte nel Museo della Barca Lariana; tra quelle da regata più significative c'è il "Cisco", una barca di Linton Hope con carena a cucchiaio e deriva mobile del 1886. Ordinata in Inghilterra da Emilo Cramer, proprietario di una villa sul lago, fu costruita dal cantiere Tagg & Son Builders di Hampton Court. Gli alberi ed il picco sono originali e sono in bambù delle Indie, il materiale più leggero e resistente che allora si potesse reperire; era già munita dell'avvolgifiocco, il roll, una volta comunissimo, che però poi, come spesso succede, è stato dimenticato ed ora è nuovamente presente su tutti gli yacht ben attrezzati. L'Inghilterra a quei tempi rappresentava la massima espressione del diporto nautico, per cui lì si rivolgevano i facoltosi proprietari delle ville del Lario. Ed infatti, simile al "Cisco" c'è anche lo "Spindrift" della famiglia Brambilla, costruito in Inghilterra sempre su disegno di Linton Hope e che è stato lasciato in eredità al museo dal suo ultimo proprietario, Cesare Bettega.

È esposto anche un dinghy di 12 piedi, in legno, molto ben costruito dal cantiere Valli di Lezzano e già di proprietà del professor Bariffi, presidente dell'Associazione italiana dinghy.

C'è inoltre la barca monotipo del signor Volpi che, appoggiandosi al cantiere Taroni, nel 1926 aveva pensato di realizzare una classe nuova, la "serie laghi", in cui rientrasse il dinghy, ma dove i progettisti avessero modo di sbizzarrirsi. Si dovevano rispettare solo queste dimensioni: una lunghezza massima di 3,60 metri e una superficie velica inferiore agli 11 mq. La barca esposta, di questa classe, è a fasciame liscio e andava molto bene con poco vento, mentre risultava inferiore al dinghy con vento forte.

Fa bella mostra di sé la prima barca a vela da diporto dell'alto-lago, che venne acquistata cinquant'anni fa, prima della guerra, dal signor De Marzi e che, grazie al pozzetto piuttosto largo, ha cominciato a portare in giro quei giovani che poi hanno fondato l'Associazione Velica Alto Lario (A.V.A.L.), Circolo tra i più vecchi del lago, secondo solo a quello della Vela di Como.

Vi è ancora la star "Merope" di Tino Straulino e Nico Rode, gli straordinari velisti di Lussino, vincitori della medaglia d'oro alle olimpiadi di Helsinki (1952). Donata al Museo, era al limite della possibilità di recupero, ma il cantiere Lillia, che continua a realizzare le star, ha restaurato gratuitamente la "Merope" per poterla esporre come si conviene ad un "vincitore olimpico".

Molto spazio espositivo è dedicato alle imbarcazioni da passeggio in cui la vela serviva solo quando c'era il vento favorevole di poppa o che si muovevano con sola propulsione a remi.

Verso la fine dell'Ottocento, sul Lario si sviluppò una nautica raffinata e un pò snob, poiché venivano comperate in Inghilterra le imbarcazioni per vogare, conosciute grazie ai villeggianti inglesi che frequentavano il lago. Di una di queste in museo vi è anche la cassa d'imballaggio con cui era arrivata via nave e treno. Sono raccolti alcuni rari esemplari di barche del Tamigi, che i costruttori locali impararono a costruire apportando però nel tempo piccole modifiche, come per esempio un bordo più alto, in modo da adattarle meglio alle acque del lago. È così nata la tipica barca da passeggio del lago di Como definita come inglesina, costruita soprattutto per due rematori, raramente per tre. Le costruzioni sul basso lago risultavano più leggere, mentre sull'alto lago, dove c'è più onda, i costruttori le irrobustivano e le "chiudevano" sul bordo con un "trincarino".

Un'attività fiorente sul lago era data dal contrabbando e, prima della comparsa del motore, nelle notti senza luna si svolgevano delle vere e proprie "competizioni" a colpi di remo fra gli scaltri contrabbandieri ed i finanzieri. Per quest'attività venivano impiegate delle particolari imbarcazioni adatte alla voga veloce, munite di fuoriscalmo; le cosidette "barche de sfrusà", costruite in supereconomia, così da non rimpiangere troppo l'eventuale forzato abbandono. Il sedile di voga era fisso in modo da non fare rumore, e per lo stesso motivo gli scalmi dei remi venivano rivestiti di canapa e uniti col sego. E da queste imbarcazioni è derivata l'agile e veloce barca da voga, che ha trovato diffusione sul lago per la pratica sportiva: la jole lariana a sedile fisso.

Nel museo sono raccolti anche alcuni esemplari di barche da passeggio provenienti dai vicini laghi di Lugano e di St. Moritz che solitamente venivano forniti d'imbarcazioni eseguite dai cantieri lariani.

Certamente un aspetto estremamente sorprendente è rappresentato dalla raccolta di gondole di tradizione veneziana esposte nella sala superiore; inoltre è molto interessante l'esposizione di alcune bandiere usate per segnalare la presenza dei proprietari nelle belle ville sul Lario, unitamente alle imbarcazioni in uso tra le famiglie benestanti, che le frequentavano: la lancia di Villa Carlotta, uno skiff del Tamigi a tre rematori, una barca da giardino e la barca che la tradizione vuole sia stata usata da Silvio Pellico durante il periodo trascorso sul lago di Como.

Le gondole furono richieste a Venezia nell'Ottocento dai principali proprietari delle ville locali per andare a spasso sul lago, così da potersi distinguere tra la moltitudine di scafi presenti. Data la richiesta, un maestro d'ascia veneziano pensò bene di venirle a costruire sul posto e così Ferdinando Taroni nel 1790 aprì uno "squero" (cantiere, un termine veneziano) a Ponte, frazione di Carate, dando anche il via ad una campagna pubblicitaria con dei manifesti in cui si offriva la costruzione di barche per laghi, fiumi e laghetti nei giardini, garantendo la tecnica costruttiva maturata da anni di lavoro nell'Arsenale di Venezia sotto la direzione del celebre Angelo Albanese; di fatto divenne il cantiere più noto del Lario.

La gondola veneziana tradizionale esposta risale a circa il 1860, un esemplare lussuoso con lo stemma intagliato della famiglia Arconati-Visconti, che aveva la più bella villa sul lago; è completa di felze ed è una delle poche barche che il museo ha dovuto comprare precedendo così l'antiquario che voleva utilizzarla per arredamento: con la prua era prevista la realizzazione di una cappa di camino, mentre il felze doveva servire per il bar. Poiché non risultava adatta al lago, la gondola veneziana è stata poi modificata, come possiamo notare dagli altri esemplari esposti nella sala: una gondola a quattro remi più larga, robusta e munita di timone ed ancora un esemplare a due rematori, che come opera viva risulta simile al navet dei pescatori. La più bella gondola era però quella di Villa Carlotta, tutta bianca, con i delfini dipinti verde ed oro; poi è stata trascurata e ora ci sono rimasti solo i remi, il timone, il ferro e una parte del felze, esposti nella sala.

Nel museo è ben rappresentata anche la motonautica ed in particolare quella da competizione, dati i significativi risultati raggiunti dai costruttori locali in questo specifico campo. Tra le barche più vecchie vi è un Baglietto di prima della Grande Guerra, con motore americano Truscott, piuttosto primitivo; troviamo esposto il primo idrogetto del lago, un Castoldi con un motore Alfa Romeo; c'è un raro motoscafo Riva realizzato ancora da Serafino Riva, padre di Carlo Riva, ed anche un bel modello di taxi veneziano, che navigava sul lago, del Cantiere Ghia. Risale agli anni 1920-25 l'idroscivolante di Farman, di derivazione aeronautica, detto "Passepartout", realizzato quando sembrava che questo fosse il miglior mezzo per poter navigare sull'acqua.

Si nota inoltre un bel vaporino in legno col fasciame a clinker, realizzato dal cantiere Taroni negli anni 1907-8, per il servizio pubblico sui tre laghi di S.Moritz, che solitamente veniva svolto da barcaioli del lago di Como. Sempre del cantiere Taroni è esposto un motoscafo su cui furono fatti i primi esperimenti negli anni '50 con la "plastica", impiegata solo sulla coperta, mentre lo scafo era costruito col tradizionale fasciame di mogano.

I vaporini erano molto sofisticati e presentavano delle linee d'acqua veramente filanti, come si può notare dagli esemplari esposti, tra cui uno particolarmente raro. Si tratta del vaporino del fratello di Carlo Erba, appassionato di musica, realizzato dal cantiere Taroni con un legname fantastico ormai introvabile e tale da evidenziare una finezza di lavorazione incredibile, che non necessitava di calafatura.

C'è poi lo "007", gemello del mostoscafo "Pucci III", che ha partecipato al raduno di scafi d'epoca a Porto Cervo, un runabout costruito negli anni '60 a Menaggio nel cantiere di Giacomo Colombo. Entrambi fanno parte della "raccolta lariana" ed alternativamente vengono esposti, svolgendo anche una funzione di propaganda "navigante". Costruiti per il diporto veloce in tre esemplari gemelli, questi Super Rocket sono stati impiegati nelle gare di velocità come ad esempio la Cento Miglia del Lario. Erano dotati di un motore americano Interceptor, capace di sviluppare una potenza di 400 HP e di spingere bene questi scafi un pò più pesanti di quelli specifici da corsa, date le loro rifiniture e l'impiego anche per il "passeggio".

Dai magazzini della Carniti proviene l'acquaplano a motore degli anni '50, inventato e disegnato da Piero Vassena, che aveva anche progettato il batiscafo con cui nel 1948 era sceso a 400 metri di profondità nel lago di Como.

Durante la Seconda Guerra mondiale vennero realizzati molti barchini d'assalto che, carichi di esplosivi, venivano lanciati contro le navi nemiche. Erano costruiti da Baglietto di Varazze, che li aveva progettati, ma alcuni vennero anche ordinati sul lago di Como al cantiere Cranchi, dove ha sede l'attuale Cramar. Alla fine delle ostilità una decina di questi risultavano in costruzione e, sapendo che nessuno li avrebbe più voluti, Cranchi pensò di modificarli per poterli vendere; così ad alcuni venne tagliato un metro di poppa, poi chiusa con lo specchio in modo da consentire l'impiego del fuoribordo, mentre forse due furono trasformati in entrobordo, come il raro esemplare esposto.

Vi è poi un'ampia panoramica di entrobordo Cranchi, un Riva ed un Taroni del lago di Lugano; fa bella mostra di sé anche l'Anphicar di Trippel, la macchina anfibia di produzione tedesca con motore inglese Triumph, realizzata negli anni '60 puramente per diporto.

Una sezione importante dell'esposizione è dedicata alla produzione dei fratelli Leto di Priolo che, appassionati di motonautica, dopo la guerra cercarono di migliorare le prestazioni degli scafi lavorando soprattutto sui motori. Sono quindi arrivati al motore Lesco, fatto interamente da loro, con il relativo motoscafo e raggiunsero vari record sino ad avvicinarsi ai 200 km/h. Carlo Leto di Priolo, uno dei fratelli, dopo la chiusura dell'azienda aveva recuperato molto materiale depositandolo in vari luoghi e molti lo prendevano in giro perché conservava questi cimeli. Quando però ha scoperto il museo, ha donato tutto per allestire una sala riservata a questa produzione e all'inaugurazione dell'esposizione ha voluto invitare tutti quegli amici che lo avevano sempre criticato, godendo di grande soddifazione nel vedere le loro facce meravigliate.

Subito dopo l'ultima Guerra Mondiale i cantieri del Lario si sono dedicati alla realizzazione di barche da corsa; la costruzione di questi scafi era estremamente raffinata in quanto dovevano risultare molto leggeri e robusti. Nel 1925 c'era già il cantiere navale Taroni, fornitore anche della Marina Militare, poi il Cranchi, il Timossi, quindi il cantiere Insam dell'ing. Passarin, fin troppo in anticipo sui tempi, tanto da dover poi rinunciare all'attività; ma forse i nomi più noti sono quelli degli Abbate e dei Molinari, i figli dei quali sono ancora oggi in attività.

La motonautica da competizione è stata quindi portata avanti dai cantieri lariani con una grossa tradizione di buone costruzioni; un bell'esempio è dato dal famoso tre-punti "Laura I" di M. Verga, costruito da Guido Abbate, che nel 1953 ha stabilito il record di velocità di categoria raggiungendo i 225 km/h. Vi sono le barche di Angelo Molinari e i due catamarani costruiti negli anni 1960-65; uno da Eugenio Molinari e l'altro da Tullio Abbate, che provengono dal reparto corse della Carniti, costruttrice di motori fuoribordo, poi fallita. Completano il reparto altre realizzazioni della Carniti, molti fuoribordo dei tipi più diversi, attraverso i quali si può notare l'evoluzione, e molti motori americani o nazionali marinizzati.