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SARO DI LAMPEDUSA N. 2 - Giugno 2009

La rivista a fumetti interamente dedicata al mare ed alle barche
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Antiche tradizioni marinare: I TABU' DELLA GENTE DI MARE
Testo di Giovanni Caputo
Vi sono delle tradizioni di spirito marinaresco che arrivano fino ai
nostri giorni e che si perdono nella "notte dei tempi". Esse nascono
così lontano nel tempo fino a far dimenticare i motivi per cui
una tradizione nasce e si perpetua, così come i gesti carichi
di ritualità si ripetono, uguali nei secoli, per arrivare fino
a noi con un ricordo molto sfocato degli originari significati.
È il caso, ad esempio, della fiamma (1), quella bandiera
lunghissima e sottile che ancora oggi molte Marine hanno l'uso di
mettere a riva. La tradizione vuole che nel 1652 l'ammiraglio olandese
Tromp, dopo aver sconfitto Blake in battaglia, nel risalire il canale
della Manica, issasse sull'albero maestro, al posto delle abituali
insegne, una scopa, per simboleggiare la supremazia della propria
flotta su quei mari e che quindi era padrone di "spazzare" il mare. Di
contro, gli Inglesi, appena riuscirono a sconfiggerli, inalberarono
una lunga frusta per schernire i vinti, frusta che si è
trasformata assumendo appunto l'aspetto della fiamma, peraltro molto
suggestiva.
La scopa, poi, trasformatasi col tempo in "redazza" (2), divenne un
elemento simbolico usato per ingaggiare sfide tra gli equipaggi di
quei velieri che, con puro spirito sportivo, si cimentavano in
accanite regate con le lance di bordo. La procedura era la seguente:
veniva inviata una lancia con una scopa capovolta inferita a poppa,
che compiva un giro attorno alla nave da sfidare, poi tutti ai remi!
Una tradizione, questa, tra le tante esistenti, difficili da
ripristinare, ma non certamente impossibile da reintrodurre!
Accade molto spesso, quindi, di trovarsi di fronte a usi e abitudini
marinaresche che non trovano un riscontro preciso sulle origini, forse
perché si tratta di un settore, quello dell'analisi del
rapporto tra l'uomo-marinaio e la sua barca, sul quale esistono,
sì, studi e ricerche, ma non di tipo universitario, in quanto
si tratta di interpretazioni e di impressioni personali, frutto di
attente analisi comportamentali da parte di ricercatori, studiosi e
appassionati delle antiche tradizioni marinare. Da notare, poi, che
molti riti ancestrali, propri di diverse culture marinare primitive
che seguono un rigido rituale di profonda sacralità, si possono
rilevare, seppur in forma "evoluta" e pertanto più stemperata,
anche presso le civiltà più progredite.
L'Arte marinara, come tutte le tradizioni e gli usi legati al mare, si
tramanda quasi sempre oralmente, come un sussurrante passaparola.
Nei piccoli cantieri artigianali possiamo ancora incontrare il maestro
d'ascia che imposta la chiglia dell'imbarcazione a "occhio", senza
disegni, seguendo un piano di costruzione assolutamente mnemonico, che
si tramanda da generazioni; essi sono gelosi depositari di quei
segreti e ritualità che talvolta sfociano nella scaramanzia. I
maestri d'ascia sono abilissimi nell'uso degli attrezzi ma poco
avvezzi alla progettazione, cosicché non troveremo quasi nulla
di scritto da costoro sulle tradizioni e sulle tecniche di costruzione
adottate.
In Sicilia, ad esempio, in alcuni cantieri, c'è ancora l'usanza
di inserire una medaglietta dorata nella struttura della barca,
collocandola in un vano su misura ricavato nell'incastro tra chiglia e
dritto di prora, usanza che ha origini antichissime, confermata da
ritrovamenti archeologici di navi romane che avevano una moneta votiva
d'oro collocata nello stesso punto (in alcuni casi sono stati scoperti
relitti con una o più monete votive inserite nella scassa
dell'albero); analogie, queste, incredibilmente collimanti, nonostante
si tratti anche di culture distanti migliaia di miglia tra loro; e qui
val bene la pena di ricordare che sul mare non vi sono confini e, come
abbiamo visto, nemmeno confini temporali.
A qualsiasi latitudine, qualunque sia il credo religioso, la barca
è intesa più come compagna che come un semplice
strumento dell'uomo-marinaio; da sempre la considera provvista d'anima
e di propria personalità, quasi come se possedesse una propria
vita, che interagisce con quella dell'uomo-marinaio. Gli occhi dipinti
sulle prore degli scafi dei pescatori sono un retaggio di antichissime
consuetudini; in prossimità della prora si dipinge ancora oggi
l' "Oculus", l'occhio sacro che dovrà indicare la rotta priva
di insidie. Lo troviamo sulla prua delle barche più vecchie dei
pescatori italiani e, comunque, su quelle di mezzo mondo, a volte
anche scolpito, come si usa ancora per i "luzzu" maltesi.
Questa consuetudine possiede radici molto antiche, risalenti alle
prime navi egizie, per poi sfociare nel bacino del Mediterraneo,
arrivando alle culture greche e romane. Ogni cultura possiede la
propria spiegazione a questa usanza, che converge su una comune
ragione: la barca è un abitante del mondo acqueo, quindi un
essere vivente e gli occhi le servono per scegliere la giusta rotta.
Questo concetto, che dura nei secoli, è arrivato quasi immutato
fino ai nostri giorni, persistendo e resistendo alle mode e
all'evolversi dei tempi.
Proprio con le stesse principali manifestazioni che contraddistinguono
l'inizio di una vita, cioè il concepimento e il parto, l'uomo-
marinaio considera l'operazione di sagomatura della chiglia come il
momento preciso del concepimento della barca, mentre il varo,
cerimonia solenne e ricca di simbolismo, rappresenta il momento del
parto, cioè la nascita vera e propria dell'imbarcazione, che
è automaticamente battezzata nelle acque con la discesa a mare.
Spesso la barca è battezzata con l'aspersione d'acqua di mare,
con tanto di madrina e talvolta padrino, anche se oggi l'atto del
varo, pur mantenendo quasi inalterate nel tempo le procedure, ha perso
quella solenne valenza propiziatoria che una volta possedeva. Oggi
sono molte le imbarcazioni, specialmente le medio-piccole di serie,
che vengono vendute "a secco" e messe a mare direttamente dai
proprietari, i quali non sempre sentono questa "necessità",
propria "dell'uomo di mare".
Restando sul discorso del battesimo del mare, è interessante
risalire all'origine di questa usanza che, a dire il vero, era molto
truculenta; non vi siete mai domandati perché il marinaio-
pescatore sceglie sempre il colore rosso scuro per l'antivegetativa
del suo scafo? Analizzando con attenzione, troviamo che la stessa
scelta, inconsciamente, viene fatta da tutti coloro che hanno un
rapporto "intimo" con il mare, che vivono a stretto contatto con esso
e, per tale motivo, sono molto attaccati alle tradizioni a esso
legate.
Il colore rosso, con cui spesso si usa dipingere l'opera viva delle
imbarcazioni, è una reminiscenza di quando di aspergeva la
chiglia con il sangue di un animale, sacrificato per ingraziarsi le
divinità; si passò poi ad aspergere la nave con vino
rosso, che ricordava il colore del sangue sacrificale. L'uso odierno
di infrangere sulla prora una bottiglia di spumante è
riconducibile al solo fatto che è una visione più
spettacolare al momento dell'impatto, poiché la schiuma
è ben visibile anche da lontano.
Anche le polene, ormai divenute rare a vedersi, come del resto sono
purtroppo rari quei bei legni che le tengono in bella mostra sotto il
tagliamare, sono il retaggio di antichissimi riti propiziatori; le
prime vere e proprie polene sono apparse, secondo gli studiosi, verso
il XV secolo, dirette discendenti delle sculture lignee che erano
poste alle prore dei "Drakkar" vichinghi, anche se, andando più
indietro nel tempo, troviamo il vello del capro espiatorio issato
sulla prora delle navi greche, dopo che il sangue (a volte anche
umano!) veniva asperso sulla prora, per placare l'umore del dio in
collera (da qui le "rosse guance delle navi" d'omerica memoria). Dopo
il sacrificio votivo, infatti, era consuetudine affiggere le vittime
sulla prora o a riva sull'albero maestro, ritualità che
sopravvive ancora oggi, in quanto è possibile vedere sulle
barche dei pescatori dei nostri mari le corna delle capre o il vello
di pecore; oggi sono esternazioni scaramantiche, un tempo erano
ritualità di determinate culture arcaiche. Oggi l'uso di
collocare la polena, se pur in forma molto ridimensionata, è
conservato da alcune Marine militari, come la nostra, ad esempio, che
orna la prua delle proprie unità con una stella a cinque punte,
simbolo dell'Italia.
Altra tradizione che affonda le proprie radici nella notte dei tempi,
è racchiusa nelle motivazioni che spingono a vietare le scarpe
a bordo delle barche. Si badi bene, solo le scarpe "della festa",
perché gli stivali e le calzature da lavoro sono ammessi! La
motivazione è da ricercare negli anfratti reconditi della
superstizione dell'uomo di mare, in perenne contatto e conflitto con
l'elemento mare, l'amico-nemico dell'uomo-marinaio.
Molti yacht espongono il segnale di divieto di transito con una scarpa
disegnata al centro, per indicare, ai più distratti,
l'esistenza di una regola del galateo marinaresco che invita a salire
a bordo scalzi. I più adducono tale usanza al fatto che le
scarpe rovinano il ponte o che la polvere trasportata possa
compromettere l'igiene di bordo. ma non è proprio così.
I ponti delle barche, generalmente, sono costituiti da tavole di teak,
l'essenza lignea fra le più dure e resistenti che esistano, che
certamente non teme un banale calpestio di suole o tacchi; e poi, del
resto, agli stessi ospiti che calpestano il parquet di casa,
perché non chiediamo di togliere le scarpe? Basterebbe
chiedersi se i musulmani, quando entrano nelle moschee, si tolgono le
scarpe per motivi d'ordine religioso o per timore di rovinare la
pavimentazione...
I tabù sono manifestazioni e comandamenti religiosi, che hanno
sempre motivazioni sacrali, cariche di simbolismi. La parola
Tabù è d'origine polinesiana e indica proibizione o
interdizione, sia per azioni o frasi che potrebbero essere foriere di
sventure.
"Allora - mi direte - perché ci si toglie le scarpe quando si
sale a bordo?" Ebbene, come dicevo poc'anzi, non tutti i tipi di
scarpe sono vietati a bordo, solo le "scarpe della festa", cioè
quelle nuove, sono tabù, mentre quelle da lavoro sono accettate
senza alcun problema.
La motivazione fondamentale è da ricercare nell'immaginario
mitico che l'uomo possiede della morte, considerata una sorta di
traghettamento verso l'aldilà (e qui entra in gioco una barca,
quella di Caronte!), che possiede delle analogie con la realtà,
riscontrabili nel fatto che il defunto viene vestito a festa, comprese
appunto le scarpe, pronto a intraprendere l'ultimo viaggio, il
traghettamento, appunto, verso l'aldilà. Basta poco, quindi,
per collegare le scarpe della festa alla ritualità funebre, in
un contesto come il mare, dove scaramanzia, incertezza e pericolo
incombente (immaginiamo le navigazioni di qualche secolo or sono!)
sono realtà sempre presenti e che i marinai di tutti i tempi
possiedono, comunque e inconsapevolmente, come una matrice comune.
Per i meno attenti, queste sono tutte tradizioni che si perpetuano,
come abbiamo visto, più per abitudine che per conoscenza, colpa
anche di quel pizzico di superficialità che contraddistingue il
frenetico vivere di oggi. Comunque, penso proprio che dopo questa
lettura, saranno in molti che analizzeranno con attenzione il "grado
di usura" delle scarpe dei propri ospiti a bordo.
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