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I MOTORI
PER IL DIPORTO
NON INQUINANO

A cura di
Alfredo Gennaro

Pubblicato su Nautica 444 di aprile 1999


GIÙ LA MASCHERA!

Da tempo andiamo ripetendo che i motori del diporto non inquinano e che la protezione ambientale è un paravento per varare una regolamentazione europea che nasconde interessi estesi e non certo coerenti con gli scopi comunitari. Non siamo stati creduti, e per questo forse non abbiamo ricevuto consensi o appoggi.

Ma quando è l'EPA, l'ente ufficiale ambientale di Stato in USA, a dire che i motori del diporto non inquinano e che quindi non saranno assoggettati a regolamentazione, dobbiamo crederci. E per almeno cinque buoni motivi, che elenchiamo:

  1. l'EPA è molto rigido nelle sue determinazioni, che non tengono conto degli interessi di parte;
  2. la flotta del diporto a motore statunitense, forte di quasi sedici milioni di imbarcazioni, è la più importante del mondo;
  3. negli USA si tende ad installare, a parità di imbarcazione, motori molto più potenti che in Europa;
  4. la presenza di laghi e lagune consente alle imbarcazioni una penetrazione nell'abitato, specie nelle città molto popolate, molto più intensa che in Europa;
  5. il clima della fascia meridionale e le abitudini locali fanno registrare un utilizzo esteso a tutto l'anno anziché, come mediamente avviene in Europa, concentrato in duecento ore nei mesi estivi.
Cadono quindi, anche se la notizia EPA è stata diffusa in sordina, tutte le scuse ambientali che supportavano la necessità di una assurda ed irragionevole regolamentazione europea. E' tempo, allora, di gettare la maschera, e di scoprire quali sono i reali interessi, quale che sia la loro liceità.

E' fortemente sospetto, infatti, che si continui ad insistere sull'inquinamento gassoso e su norme acustiche assurdamente cervellotiche, sperperando energie e costi, pagati dal contribuente, che potrebbero trovare migliore impiego nello sviluppo della nautica piuttosto che nel suo affossamento.

Come è sospetto, e fortemente sospetto, che gli USA liberino, con una ineccepibile e fondata motivazione, i motori del diporto dalla regolamentazione ambientale, mentre in Europa si insiste nel volerla imporre. Ancora più sospetto perché questo avviene, in sordina, proprio alla vigilia di un accordo tra USA e Comunità che permetterà l'esportazione reciproca, "senza adeguamenti", dei prodotti omologati nelle rispettive aree. Se si aggiunge che nel Final Draft della Direttiva 94/25 sul diporto si pretenderebbe di adeguare alla normativa CE anche le barche private comprate fuori dalla Comunità e nella Comunità portate per proprio uso, tutto appare costruito su un disegno perverso di cui non conosciamo ancora i fini e gli interessi.

C'è, però, che adesso non possono più prenderci in giro con la scusa ambientale.

Giù la maschera, dunque! Guardiamo in faccia Costas Andropoulos, responsabile del Diporto Nautico in quella Commissione Europea che si chiama DG III, Commissione Industria, che dovrebbe favorire lo sviluppo industriale dei paesi membri, e che invece si impegna ad affossare, con norme inutili e con interpretazioni balorde, il motore fuoribordo e la nautica mediterranea, intessuta di piccole economie ma con una tradizione storica e culturale da difendere piuttosto che da distruggere: per giunta in nome di uno scopo che non rientra nelle finalità della Commissione Industria e che supera perfino le intenzioni della Commissione Ambiente. Il signor Andropoulos con arrogante rigore non intende concedere deroghe al suo disegno di portare avanti nell'Addendum le aggiunte alla Direttiva riguardanti i motori, ed è sordo a qualsiasi proposta ragionevole: vogliamo sapere, ora che i motivi ambientali gli sono clamorosamente venuti meno, quali interessi spinge o protegge. Ma forse il sig. Andropoulos si fa forte di una proposta ICOMIA, che dovrebbe rappresentare gli interessi dei costruttori.

E allora giù la maschera anche per l'ICOMIA! Quali interessi l'ICOMIA spinge o protegge? La presenza di grossi gruppi motoristici americani e giapponesi insieme alla Volvo Penta (la cui acquisizione della quota OMC americana avviene proprio alla vigilia dell'annuncio dell'EPA) la dice lunga sulla proposta e sul disegno che può nascondere. E che cosa nasconde la scandalosa posizione dell'ICOMIA su una balorda quanto inutile normativa per il rumore che, se dovesse passare, vedrebbe di fatto il monopolio di alcuni costruttori sancito da una Direttiva Europea?

Giù la maschera anche all'UCINA! Cosa ha fatto finora per impedire lo scempio cui va incontro l'industria nautica italiana, indifesa in sede comunitaria e internazionale per l'acquiescenza, non sappiamo quanto voluta, ai poteri di importanti lobby internazionali? Che ha fatto l'UCINA per rendere noti e contrastare i propositi che si andavano maturando in sede Comunitaria e internazionale, e di cui sicuramente era a conoscenza, in qualche caso per averli supportati? Non basta infatti definire una regolamentazione come "ineluttabile" per scaricare profonde responsabilità politiche di gestione.

Infine, i nostri rappresentanti ufficiali del Ministero dell'Industria e di quello dei Trasporti in sede comunitaria: a loro in tutta onestà non possiamo chiedere di gettare una maschera, perché non ne hanno mai avuta una, ma possiamo chiedere, anzi esigere, che dimostrino quella autorevole fermezza che la carica ricoperta conferisce loro. Esigiamo anche che non facciano caso alle maschere che li circondano e che si concentrino senza timori reverenziali sulla vera faccia dei loro interlocutori: perché quando il "carnevale" sarà finito e tutte le maschere saranno cadute, toccherà a loro gestire gli avanzi di una festa dove gli altri si sono divertiti e noi, dopo aver pagato le spese, faremo l'inventario dei danni.

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