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Quando nel 1959 Volvo Penta introdusse il concetto di piede
poppiero certo non immaginava di iniziare una rivoluzione in campo
marino che ha portato quasi tutte le imbarcazioni entrobordo di
potenza dai 100 ai 300 (ora quasi 400) cavalli a servirsi di
questo sistema. Non è nemmeno da ascrivere grande merito
allo sviluppo del diesel, alla cui diffusione invece è
proprio il piede poppiero ad aver contribuito nel campo del diporto marino
Articolo di Alfredo Gennaro
Pubblicato su Nautica 389 di settembre 1994
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NAVIGARE COI PIEDI
Il piede poppiero e la praticità del montaggio,
l'eliminazione (in alcuni casi) del riduttore, la
possibilità di sostenere regimi elevati, derivata dalla
precisione degli accoppiamenti (impensabile per una linea d'asse),
la sollevabilità dall'acqua, l'eliminazione dei timoni e di
altre appendici sommerse, la facilità di lavorarci a terra
e di alaggio, sono tutte ragioni valide che, singolarmente o in
combinazione, hanno molto influito sul mercato favorendo la
diffusione del piede.
Tanto che, nel 1974, la stessa Volvo Penta
propose l'adozione di un altro tipo di piede, il sail drive o
Sdrive, utile per le barche a vela, che a differenza del normale
piede poppiero (o Z drive) non può essere sollevato
né brandeggiato, proprio perché nella vela non si
può fare a meno del timone ed una sporgenza sotto la
chiglia è una cosa che non scandalizza nessuno.
Il risultato della diffusione dei piedi nel diporto nautico, a parte
quelli innumerevoli dei fuoribordo, è che il fatto di
"navigare con i piedi" piuttosto che costituire un insulto suona
oggi come un complimento: usare i piedi in mare significa infatti
sfruttare più razionalmente le capacità del motore e
dell'imbarcazione e talvolta poter ritoccare in tempo reale le
caratteristiche e la direzione nel piano verticale della spinta
(oltre che, naturalmente, la direzione nel piano orizzontale) in
funzione delle condizioni di carico, di assetto dell'imbarcazione, di mare.
Quello che vogliamo fare è dare ai lettori una
fotografia dello stato dell'arte, dell'impegno dei costruttori,
della evoluzione e delle tendenze del mercato, oltre a fornire
considerazioni generali tecniche e di merito, pro e contro,
consigli: sia a chi utilizzi già un piede, sia a chi pensi
o dubiti di farlo in futuro.
Per farlo ci sbarazzeremo per un
attimo della storia, e quindi, piuttosto che priorità
temporali, useremo un ordine tecnico, più consono agli
interessi dei lettori e dell'utenza: divideremo cioè i
piedi in tre classi, esplorando le piccole potenze, caratterizzate
dall'uso del S-drive, le medie potenze, dai 40 ai 100 cavalli, e
le potenze dai 100 a 400 cavalli dove è più esteso
l'uso dello Z-drive.
Le piccole potenze: il piede S-drive
Qualche tradizionalista ad oltranza della navigazione a vela
quando sente parlare di sail drive storce il muso con aria di
disprezzo. Fa male, perché l'uso di un piede, se ci si
riflette, offre molti vantaggi rispetto alla linea d'asse, alcuni
dei quali apprezzabili. Vi sono pochissime controindicazioni,
derivate dalla cecità dei costruttori di barche che non
hanno ancora pensato una barca a vela in funzione dell'S-drive.
Per sua particolare struttura un gruppo completo motore-S drive ha
una struttura prevalentemente verticale: può essere
cioè calato dall'alto e bullonato al suo alloggiamento
senza interessare altre parti della imbarcazione e senza
richiedere altri supporti che quello previsto per il fissaggio
all'interno della carena. Questo renderebbe possibile alloggiare
dall'alto tutto il gruppo in un apposito pozzetto stagno che,
anche se allagato, non dovrebbe consentire il passaggio di acqua
all'interno della carena.
Inutile dire che una soluzione del
genere potrebbe consentire il montaggio e lo smontaggio del piede
anche in navigazione, naturalmente con qualche immaginabile
precauzione, eliminando i timori e le insicurezze che un buco di
qualche diecina di centimetri in carena provoca ai fini della
tenuta in caso di incidente. Incidente che diventa fortemente
improbabile quando il piede sporge dietro la deriva ed è da
questa naturalmente protetto.
La possibilità di concentrare
poi nel pozzetto tutte le funzioni collegate al motore, specie
quando lo scarico è previsto attraverso l'elica, toglie al
diportista preoccupazioni e lo lascia disporre di spazi che
normalmente sarebbero impegnati.
Prendiamo per esempio i motori
della serie Focs Lombardini. Sono progettati per avere sopra la
testata la maggior parte dei controlli. Sarebbero idealmente
gestiti dall'alto in un pozzetto aperto che dovrebbe trovare posto
proprio davanti all'ingresso che porta in cabina. La soluzione
descritta consentirebbe anche una notevole insonorizzazione del motore.
Occorre ancora aggiungere che la distribuzione dei pesi
sarebbe più razionale, che il moto ondoso sulla presa
dell'elica non avrebbe alcuna influenza , che la fantasia potrebbe
a questo punto suggerire soluzioni impensabili con una linea
d'asse, come una specie di "trazione anteriore" dove il piede del
motore potrebbe trovarsi a prua della deriva e fungere da pinna idrodinamica.
Il pozzetto stagno di cui si parlava potrebbe, in
alternativa o in emergenza, essere usato per fissare un motore
fuoribordo. Al di là della fantasia però, che
potrebbe portarci molto lontano dalle attuali realtà, i
sail drive funzionano, e non solo come sistema di spinta e
affidabilità, ma anche come idrodinamica: quando infatti
non hanno l'elica a pale abbattibili, come il Volvo Penta, l'uso
di un piede del tipo fuoribordo, con i meccanismi di inversione
nel piede stesso, durante la navigazione a vela rende le
resistenze passive talmente piccole da consigliare di trascurarle.
Viene addirittura da pensare che, con qualche accorgimento,
l'elica di spinta, in folle, possa essere usata per misurare la
velocità (basterebbe un piccolo sensore inserito nel piede).
I sail drive hanno un montaggio semplicissimo: basta usare una
base in plastica, generalmente fornita dalle case costruttrici,
che contiene la guarnizione e i supporti del motore e che deve
essere fissata dal cantiere all'interno della carena prima di
praticarvi il foro. Al diavolo gli allineamenti, i giunti, i
supporti, l'astuccio, le prese d'acqua di raffreddamento e, in
qualche caso, anche la linea di scarico; al diavolo anche il
riduttore invertitore, ovviamente incluso nel piede.
Benvenuti invece i guadagni di spazio e di praticità, oltre che la
maggiore silenziosità e ad una minore resistenza
idrodinamica dovuta alla minore inerzia delle masse trascinate
dall'elica in folle. Da tenere presente la possibilità di
smontare il piede con un alaggio temporaneo, magari anche solo
parziale. Perché per smontare un piede basta sollevare la
guarnizione al di sopra del livello dell'acqua, tirare via il
piede stesso e bullonare un "tappo" prima di rimettere la barca in
acqua, se non si fa a tempo ad effettuare l'intervento a barca
sospesa. Provate a farlo con una linea d'asse!
L'attacco dei
motori ai Sail drive ha spinto le case costruttrici a
specializzare la progettazione del piede. È quindi a loro
che l'utenza dovrà richiederlo, se proprio non vuole
scegliere il piede e di conseguenza la marca del motore. È
anche giusto che sia così per evitare di creare, in caso di
disfunzioni, divario di responsabilità e scarico di colpe.
Le potenze medie: dai 50 ai 100 HP
Dai 50 ai 100 cavalli siamo in un campo di potenze ibride dove il
piede non ha trovato spazi ed evoluzione. Chiaramente, al di fuori
delle potenze impegnate nella vela, il piede S drive è
fuori gioco, mentre un piede poppiero è troppo pesante e
costoso per un motorizzazione che non riesce ad essere planante,
proprio per la concentrazione arretrata necessaria ad un gruppo
poppiero e per la limitata potenza del motore a fronte di uno
scafo che, per sopportare potenze di questo ordine, deve essere
robusto e quindi massiccio.
Anche se qualche tentativo è
stato fatto con gozzi o con lance, il piede poppiero ha trovato la
sua applicazione in questo campo di potenze su imbarcazioni da
lavoro o per usi particolari, per imbarcazioni dislocanti di
grossa mole dove il costo supplementare di un piede, aggiunto al
motore diesel, non è percentualmente rilevante nel bilancio
totale, così come non è influente l'uso di qualche
chilo in più nella motorizzazione, a paragone delle diverse
tonnellate che l'imbarcazione disloca.
Nel campo dei piedi
«dedicati» ricordiamo ad esempio la fornitura, fatta
dalla Volvo Penta alla Rio, di piedi Aquamatic accoppiati ad un
diesel di quaranta cavalli e serviti a motorizzare barche
dislocanti con fondo trasparente: è evidente che in questo
caso l'uso di un gruppo poppiero svincola da ogni ingombro il
fondo dell'imbarcazione oltre a consentire una navigazione sicura
anche in bassi fondali. Ci risulta inoltre che, in questo campo di
potenze, piedi poppieri vengano costruiti dall'inglese Enfield
(importati dalla Motortecnica), o usati per propri motori dalla
Yanmar o dalla Fnm.
La fascia ideale per i piedi poppieri: dai 100 ai 400 HP
La costruzione di piedi universali, adattabili cioè a
qualsiasi motore, trova sviluppo anche in questo campo di potenze:
citiamo per esempio i piedi Stern Power, distribuiti dalla Carraro
di Venezia, e quelli MPM, una azienda del gruppo ZF, che sono
stati adottati dalla Iveco per la copertura di questo tipo di
mercato. Ma non costituiscono che episodica marginale a fronte
della suddivisione che oramai vede impegnati a darsi battaglia tre
soli gruppi, in rappresentanza di tre diversi continenti, nel
campo dei piedi «dedicati».
Sicuramente leader è
l'europea Volvo Penta, un poco perché
ha inventato il piede
poppiero e molto perché ha saputo mantenere un gap
tecnologico supportato da continue ricerche e perfezionamenti, che
hanno portato nel 1982 al Duo Prop, il primo piede a due eliche
controrotanti e l'anno scorso al DPX, il non plus ultra in fatto
di tecnica e di prestazioni che la casa svedese riserva ai soli
acquirenti dei motori top della sua gamma, il diesel a sei
cilindri da 216 cavalli e il benzina 8V da 390 cavalli.
L'accordo recente per la distribuzione, sempre con il marchio Volvo Penta,
dei motori a benzina e dei piedi poppieri SX progettati e
costruiti in collaborazione con la OMC, se da un lato segna quasi
la scomparsa del marchio americano e del piede Cobra, da un altro
sancisce la presenza importante di Volvo Penta sul mercato
americano e la sua superiorità internazionale nel campo dei
piedi poppieri.
A rappresentare i piedi poppieri è rimasta
l'americana Mercruiser,
che non vuole mollare un primato acquisito
con le competizioni sportive. Dopo aver lungamente polemizzato con
Volvo Penta sull'uso di due eliche controrotanti ha finito per
cedere alle richieste del mercato e offre ora anche un piede Bravo
Three che le adotta: nella versione sportiva denominata Black Hawk
il piede Mercruiser monta addirittura due eliche controrotanti di
superficie. Anche Mercruiser monta i suoi piedi Bravo sia sui
motori a benzina, da sempre chiave della gamma Mercruiser, che sui
motori diesel recentemente introdotti.
Ultima arrivata nel campo
dei piedi poppieri è la giapponese Yamaha: il piede,
presentato solo qualche anno fa, è una monoelica e si
differenzia per un cambio che anziché a coni o ad imbocco
é realizzato con due frizioni a dischi multipli in bagno
d'olio: il sistema non è nuovo. Tanto per intenderci
é quello usato per la frizione degli scooter e dei
motocicli del dopoguerra, ma è la prima volta che viene
usato in campo nautico e conferisce agli innesti una dolcezza
particolare. Anche Yamaha offre il suo piede solo a chi acquisisce
un motore, diesel o benzina che sia, della sua gamma.
Non è
nostro compito, né nostra intenzione, metterci a fare
paragoni di merito o consigliare scelte: vorremmo solo tentare di
spiegare perché il piede poppiero ha avuto, e merita, tanta
fortuna in questa gamma di potenze, limitata verso l'alto solo da
considerazioni di carattere progettuale che renderebbero troppo
complicato e troppo pesante l'uso di piedi poppieri, in luogo di
una normale linea d'asse binata, per imbarcazioni di grossa mole
poco adatte a vedere concentrate nella poppa le sollecitazioni,
con il conseguente squilibrio nei carichi dinamici, oltre a quello
inevitabile nei carichi statici.
Per contro è proprio il
limitato carico statico dei gruppi poppieri nella gamma di potenze
considerata che ha consentito la loro installazione su barche
plananti di relativamente modesta lunghezza. Barche dai cinque
metri in su possono avvalersi di questo tipo di propulsore spinto
da un motore a benzina nel caso si voglia contenere il peso in
qualche quintale, oppure da un diesel, se i quintali possono
diventare quattro cinque.
Naturalmente stiamo fornendo solo ordini
di grandezza e non regole generali. Durante alcune prove in Svezia
abbiamo con soddisfazione provato imbarcazioni di meno di 6 metri
equipaggiate con Volvo Penta diesel da 140 cavalli e spinte da un
piede Duo Prop ad eliche controrotanti. Le prestazioni erano
esasperate per consentirci di rilevare le differenze tra una
imbarcazione gemella con lo stesso motore, ma con un piede
monoelica, ma questo non toglie che non ci fosse niente da ridire
sulla sicurezza e sul comportamento delle imbarcazioni.
Dunque un
primo vantaggio del piede poppiero è stato quello di
offrire ad un mercato medio scafi relativamente piccoli con
potenze elevate e soprattutto con poche complicazioni di
installazione e di esercizio.
Pensate ai cantieri che, dopo aver
progettato una imbarcazione, che naturalmente deve essere studiata
apposta, non fanno che praticare un buco nella poppa di qualche
diecina di centimetri con una maschera fornita dal costruttore dei
motori e hanno di colpo risolto il problema del motore,
dell'elica, del timone e del trim senza avere altra cura che
stringere dei bulloni e collegare cavi.
Pensate ai vantaggi di
suddividere e di distribuire carichi che nel fuoribordo, che pure
in questa gamma di potenze è una soluzione valida, sono
tutti appesi dietro la poppa, la quale a sua volta deve essere
capace di assorbire tutta la spinta.
Pensate al vantaggio per
l'utenza di navigare in bassi fondali alzando i piedi, o di fare
scivolare la barca sull'invaso o sul carrello senza tenere conto
di altri ingombri che quello della carena.
Pensate agli spazi
guadagnati a bordo per la concentrazione a poppa di tutto quello
che riguarda motore e propulsore; alla possibilità di
ispezionare le eliche solo sporgendosi fuoribordo; alla
possibilità, in corsa, di alzare o abbassare leggermente il
piede (operazione di trim) per mantenere la spinta dell'elica
sempre parallela alla superficie dell'acqua, anche quando varia la
distribuzione del carico a bordo o quando l'assetto della
imbarcazioni non è quello ottimale anche in funzione della
velocità raggiungibile; all'efficacia della manovra quando
é la direzione della spinta (avanti o indietro) che viene
variata con il brandeggio, invece che la direzione dei filetti
fluidi come nel timone.
Sarà facile allora rendersi conto
del perché il piede poppiero abbia incontrato la fiducia
dei diportisti e si sia tanto sviluppato. Non che il piede
poppiero sia una cosa semplice da realizzarsi: le tecnologie
devono essere sofisticate per renderne affidabili il
funzionamento. Gli ingranaggii devono essere precisi e scorrevoli,
gli innesti dolci e progressivi per non creare traumi agli
ingranaggi stessi.
Chiave del piede è il giunto, che non lavora solo quando il
piede è a trim neutro (l'albero del motore è in
linea verticalmente con l'albero di entrata del piede) e quando il
timone è neutro (l'albero del motore è in linea
orizzontalmente con l'albero di entrata del piede): in tutte le
altre situazioni il giunto è costretto ad assorbire
torsioni disassate che diventano tanto più pericolose
quanto maggiore è l'angolo di trim (positivo o negativo) o
l'angolo di virata (a destra o a sinistra).
Quindi, anche se il
piede ha contribuito alla affidabilità del motore, che in
un gruppo poppiero può lavorare in orizzontale e far
filtrare al piede sollecitazioni anomale ed urti, è da
considerarsi una parte delicata ed esposta e quindi da trattare
con rispetto: le case ce la mettono tutta per evitare i
maltrattamenti, ad esempio spegnendo per una frazione di secondo
il motore al momento dell'innesto, oppure creando artificialmente
dei punti deboli che cedono quando la sollecitazione supera i
valori ammissibili, delle specie di «fusibili»
meccanici, oppure ancora inserendo circuiti logici o elettrici di protezione.
Ma la prevenzione dell'utenza resta sempre il miglior
mezzo per evitare guai, specie quando le sollecitazioni in gioco
sono importanti. Ad esempio un pignone conico da 5 centimetri di
diametro che debba trasmettere una potenza di 200 cavalli a 3000
giri viene sollecitato, sul dente in presa, da una forza di circa
una tonnellata! Dopo tutto quello che vi abbiamo detto non deve
essere difficile, anche per i lettori, immaginare quale possa
essere il futuro del piede poppiero: una sempre maggiore
diffusione sia in accoppiamento a motori diesel che a benzina.
Abbiamo più volte ripetuto che il motore a benzina per usi
nautici è stato sacrificato ad una sicurezza che una volta
si poteva ritenere del tutto differente per il diesel, ma la
tecnologia e le precauzioni sono di molto migliorate; se quindi il
diesel , a scapito di una affidabilità e di una durata
eccessive e inutili per gli usi diportistici, ha preso dal motore
a benzina regimi di rotazione più elevati e strutture
più leggere, il motore a benzina ha ripreso al diesel molta
sicurezza: certo resta il problema di uno stivaggio di carburante
più pericoloso, che i sistemi di iniezione (al posto del
carburatore) non riescono ad eliminare, ma date tempo al tempo e
qualche soluzione del tipo di quelle usate in formula 1
renderà possibili anche serbatoi a prova di fuoco.
Un piede anomalo
Non possiamo chiudere questa rassegna sui piedi senza citarne uno
di natura anomala, ma pur sempre di un entrofuoribordo che affida
ad una propaggine che si estende in acqua sia le funzioni di
spinta che quelle di direzione. Il problema dell'installazione per
un idrogetto (é di questo che stiamo parlando) che è
un un poco più complicata, perché deve prevedere in
carena una presa d'acqua progettata dinamicamente, è
compensato dalla inesistenza di ingranaggi di rinvio e dalla
possibilità di inversione del moto in maniera idrodinamica
e senza cambiamento di senso di moti rotatori.
È l'italiana
Castoldi ad essersi sempre occupata con successo di questo tipo
anomalo di piedi, studiando anche una motorizzazione dedicata. La
serietà della ricerca e l'impegno della Castoldi nel campo
degli idrogetti le hanno consentito di sopravvivere a qualche
crisi di rigetto che l'utenza da diporto ha manifestato, specie in
conseguenza di tentativi con risultati negativi effettuati a
livello meno serio e impegnato.
Pensiamo invece che l'idrogetto
meriterebbe nel diporto, per la sua sicurezza e per la sua
affidabilità, una attenzione almeno pari a quella che
raccoglie in campo professionale, in campo militare e,
ultimamente, anche in campo sportivo, come la traversata di
«Destriero».
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