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VENDÉE GLOBE
Edizione 2004-05

Sono partiti in 20 dal porto francese di Les Sables d'Olonne il 7 novembre 2004 per fare il giro del mondo, soli, senza scalo e senza aiuti

Servizio di
Paolo Venanzangeli


INTRODUZIONE

PARTECIPANTI

LA STORIA

IL PERCORSO

IL 60 OPEN

L'INTERVISTA

SITO UFFICIALE

EDIZIONE 2000-01


ESPERIENZA DIRETTA

Pasquale De Gregorio, il navigatore solitario che ha concluso la Vendée Globe nell'edizione del 2000 al timone di "Wind", ha le idee molto chiare su cosa rappresenti questa regata, visto che, oltre tutto, sta cercando di ripetere la sua impresa nella prossima edizione.

La Vendée Globe è la prova suprema e la massima espressione delle regate oceaniche in solitario - ci dice deciso - perché gli oceani te li attraversi tutti insieme, senza scalo e senza assistenza. A livello di navigazione in solitario e a livello di prova per i mezzi e le persone, non c'è niente di più. Io l'avevo sempre seguita e quando mi sono sentito pronto e quando, soprattutto, sono riuscito a trovare i soldi per la barca, l'ho fatta.

Qual è stata la parte più difficile dell'operazione?

"Certamente la preparazione, perché pur essendo la più mediatizzata delle regate oceaniche, seconda solo all'Americàs Cup, da noi non è molto conosciuta e quindi si trovano sempre certe difficoltà a reperire sponsorizzazioni.

Il momento più bello e il più brutto?

I più belli quando sono riuscito a partire perché sono stato soggetto a continue incertezze sulla possibilità di prendere il via, prima per il fatto della chiglia, poi per tutta una serie di problemi legati alla sicurezza. Ho dovuto fare una prova di qualifica una settimana prima della partenza. In quell'ultima settimana ho dovuto realizzare tutti quei lavori che contavo di realizzare nei due mesi precedenti la regata. C'era sempre il rischio e la grande paura che non riuscissi ad arrivare a prendere il via. Quando sono riuscito a partire per me è stata la liberazione.

Un momento di grande intensità emotiva è stato anche l'arrivo con tutta quella gente, quella festa, la conferenza a Les Sables d'Olonne, con una sala gremita di persone interessate e che mi facevano sentire l'apprezzamento e il calore per quello che avevo fatto.

Il momento più brutto è stata la settimana prima di Capo Horn, quando ho preso la burrasca più forte. Tutti dicono che l'edizione scorsa è stata dal punto di vista meteo la più clemente, ma ciò vale per quelli che sono stati in testa. Su 5 mesi e 7 giorni di mare, ho passato 3 mesi al di sotto dei 40° di latitudine sud. Io sono stato quello che più di tutti è rimasto e ha stazionato nelle latitudini meridionali. Questo ha fatto sì che ho preso maggiori schiaffi, cattivo tempo e quindi burrasche forti. La burrasca che ho preso una settimana prima di Capo Horn, sono arrivato a 70 e oltre nodi con mare incrociato, ha creato le condizioni più difficili e per me è stata un'esperienza molto intensa e istruttiva.

Nonostante ciò, vuoi tornare a farla?

Sì, perché l'ho fatta mettendo a frutto tutti gli elementi e i dati che avevo messo insieme nell'osservazione delle precedenti edizioni, ma è una cosa che si fa sulla base di un sentito dire. Adesso ho l'esperienza mia diretta che mi consente di leggere meglio tra le righe i racconti altrui e di avere un bagaglio di nozioni e di dati da mettere a frutto.

Durante la regata non hai mai visto terra?

La terra l'ho vista alle Canarie, perché all'epoca c'era un passaggio obbligato, che per questa nuova edizione è stato abolito. Poi l'ho rivista a Capo Horn, ho visto le Diego Ramirez perché sono passato esterno alle isole. Capo Horn non l'ho visto e ho rivisto terra a Les Sables d'Olonne.

I problemi grossi quali sono stati?

Stavano per finire i viveri, perché erano stati calcolati per 120 giorni più 2 settimane di emergenza (134 giorni). Ma chiaramente l'avaria alla sartia, soprattutto nella risalita dell'Atlantico, mi ha penalizzato molto.