
ESPERIENZE DI PESCA
Pagine a disposizione dei nostri lettori per i propri racconti di pesca
Testo di Mario Zucchi
Uno dei piaceri della pesca è rappresentato dall'alea dell'esito e
dall'incertezza della mole e della specie delle prede. C'è quindi il fattore
sorpresa che alimenta una certa "suspance". In alcuni casi si realizzano
catture di pesci, e addirittura di molluschi, assolutamente
impreviste, che enfatizzano l'effetto sorpresa nella pesca a traina
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LE SORPRESE DELLA TRAINA Misteri d'alto mare
Stiamo trainando a spigole sulle ben note secche di Macchia Tonda,
poco più a sud del castello di Santa Severa, situato a soli 40 km da
Roma. E' il 3 marzo ed una Tramontana tesa ci fa ben sperare sull'esito
della pesca, anche se la prima spigola catturata alle ore 9,30, quando
il vento ha rinforzato, arriva a malapena al chilo.
Lo scorso anno nello stesso periodo ed in simili condizioni di mare dopo
una violenta mareggiata, spianata in poche ore da una forte tramontana,
catturammo ben quattro spigole, tutte di taglia rispettabile. Stiamo
trainando con il dacron piombato e due Rapala Sinking che ci hanno sempre
dato ottimi risultati. Le due Cartagena da 4-16 libbre della Italcanna,
in fibre composite, ci permettono di "leggere" sul cimino il movimento
dell'esca. Improvvisamente una delle due canne si piega notevolmente
facendo sfrizionare il mulinello Shimano a brevi tratti. L'arco costante
del cimino e la mancanza di reazioni a strappo ci fanno supporre di aver
agganciato sull'esca un ciuffo di posidonie o, come spesso accade nei
nostri mari, una busta di plastica portata dalla corrente a mezz'acqua.
Recuperiamo lentamente, diminuendo la velocità del fuoribordo per facilitare
il recupero stesso. Grande è la sorpresa quando vediamo affiorare in
superficie un enorme calamaro che ha afferrato l'aguglia Rapala con
entrambi i tentacoli predatori. Il mollusco ha accusato al peso kg 1,8
ed una volta cucinato al forno, non ci ha fatto rimpiangere la mancanza
di spigole.
Una sciabola dalle tenebre
Abbiamo circumnavigato tutta l'isola del Giglio, a velocità di traina,
calando le esche a differenti profondità, senza sentire neanche una toccata.
Eppure alle 7,30, appena giunti nei pressi della punta sud, meglio nota
come punta Capel Rosso, abbiamo visto sciamare in superficie un fitto
branco di aguglie, inseguito da enormi groppe di argentee ricciole, non
inferiori ai 20 chili.
Non abbiamo incontrato difficoltà nel catturare le aguglie e per ben tre
volte abbiamo afferrato delle prede misteriose che dopo pochi secondi ci
hanno lasciato con un palmo di naso e due terzi di aguglia sulla montatura,
priva della parte caudale, un centimetro dietro l'amo posteriore. E' quasi
una beffa: non riesco a credere che le ricciole si rechino al loro pasto
con il metro pieghevole fra le pinne e mangino con questa precisione
millimetrica, tanto da eludere i tre ami delle nostre esche. Peraltro
tutte le ricciole di mole che ho catturato nella mia vita di trainista
hanno sempre afferrato uno dei due ami di testa. Gianni, il mio compagno
di pesca, ne ha le scatole piene e mi sollecita a mettere la prua verso
Porto Ercole; ma io voglio andare fino in fondo al mistero, in tutti i
sensi, e voglio tentare un altro passaggio sulla batimetrica dei 57 metri
proprio davanti a Capel Rosso, utilizzando invece del monel, insufficiente
per questa profondità, l'affondatore vero e proprio con una zavorra da 8
chili. Mi devo sbrigare per vincere la gara con il sole che sta ormai
tramontando ed innesco sull'ultima aguglia mantenuta in vita nella vasca
di bordo, un amo supplementare sulla coda, legato con un sottile filo.
Non passano più di 10 minuti e la lenza del mio Penn International 30 TW
si libera dalla pinza del "down riggerr". Questa volta la misteriosa
preda resta ferrata e si fa recuperare senza tanta resistenza. Agli
ultimi bagliori rosati del tramonto un nastro argenteo con due grandi
occhi sfila in superficie: è un lungo pesce sciabola! Era lui e gli
altri suoi fratelli che per tutto il giorno si sono divertiti a troncarci
le esche, a filo dell'amo posteriore, senza rimanere ferrati.
Grandi esche, piccole prede!
Il cimino sensibile della canna da traina, tipico nelle canne
multilibbraggio, aiuta nell'individuare alghe o piccoli detriti
sull'esca ed anche modesti predatori d'insolita voracità. Le foto
commentano meglio come piccoli pesci possano a volte avventarsi su
un'esca anche più grande di loro. E' il caso della piccola perchia
che si è avventata sull'aguglia Rapala, rimanendo ferrata. La tracina
invece è stata attratta dall'aguglia viva ed è probabilmente arrivata
prima dei dentici che avevamo localizzato, proprio davanti a Capo
Teulada in Sardegna, su un fondale di sabbia e roccia di circa 30 metri.
Mi è anche capitato di catturare una cavagnola che era la metà
dell'esca ed uno sgombro più piccolo del cucchiaio che stavo trainando.
Un dentice di 5 kg come esca!
Stavo trainando nei pressi di Stintino, lungo la costa rocciosa
del mare di fuori, con un occhio allo stato del mare in repentino
aumento per il Maestrale che stava montando a velocità incredibile.
Le rocce nere del litorale sono taglienti come coltelli e, se si ferma
il motore, fidarsi di un' ancora calata a 30 metri è pura utopia.
Avevamo già a bordo un dentice di modeste proporzioni, non sufficiente
per la cena programmata con un gruppo di amici per il giorno successivo.
Proprio mentre stavamo per tirare le lenze a bordo e rientrare prima che
la violenza del mare ce lo impedisse, il Penn Senator 6/0 della canna di
destra cominciò a cantare. Poi le classiche testate di un dentice di
grossa taglia che impegnò Gianmario ad un recupero calibrato ma con la
ferma sensazione di averlo già a pagliolo. Improvvisamente la canna si
piegò con un arco più pronunciato e la frizione lasciò scorrere la lenza
in acqua alla stessa velocità della nostra barca. Il mio amico si esibì
allora in una garbata serie di imprecazioni non proprio da educanda,
convinto di aver pescato, come usava dire lui, la Sardegna. O meglio
era convinto che il dentice, nell'estremo tentativo di difendersi, si
fosse arroccato. Io ritornai sulla mia rotta mentre Gianmario recuperava
un bel po' di lenza. Eravamo quasi a picco sul luogo del "fattaccio" e
dopo un curioso tira e molla, la lenza si liberò con la nostra delusione.
Improvvisamente la canna si animò di nuovo e la lenza ripartì con strappi
improvvisi. Il dentice c'era ancora o chi per lui. Agganciammo la preda,
una volta sottobordo, e ci rendemmo conto che il nostro dentice era di
oltre 5 chili. Aveva sulla parte ventrale la pelle strappata ed alcuni
fori causati da una enorme murena che aveva ingaggiato con noi il tiro
alla fune, cedendo un metro per recuperarlo un attimo dopo.
L'ora del barracuda
E' incredibile come alcuni abitatori del mare rispettino così
scrupolosamente gli orari per la colazione e per la cena. Uno
di questi è il luccio di mare o barracuda mediterraneo, vorace
predatore che predilige per i suoi spuntini l'alba e il tramonto.
Dopo una serie di ferrate a vuoto con l'aguglia tranciata in due
parti, sempre allo stesso punto della costa ed alla stessa ora,
decidiamo di metterci di punta per svelare il mistero del predatore
del tramonto, dispettoso come una scimmia con la sua mania di tranciarci
le esche in due parti, quella con gli ami per noi, e quella senza per il
suo palato da intenditore. La sua puntualità ci sconcerta: è quasi
possibile rimettere l'ora esatta sull'orologio! Imbottiamo un'aguglia
di ami e dopo due passaggi ferriamo una preda che, dopo una discreta
reazione iniziale, si lascia recuperare senza opporre resistenza. Una
volta a bordo, il barracuda si dimena con violenza, mostrando le sue
fauci ben provviste di denti conici.
Il giorno dopo, stessa scena, stessa ora, stessa preda. C'è da chiedersi
se questi barracuda vengano dalla Svizzera invece che dal Mar Rosso.
Traina a sorpresa sulle secche degli alti fondali
Trainare con l'affondatore sul ciglio o sul sommo di secche emergenti
da fondali notevoli, è la prima regola per il pescatore che ama le
grosse prede a sorpresa. Si possono catturare dentici mostruosi,
ricciole come siluri, meno frequentemente squali, lecce, tonni ed
anche cernie di mole considerevole. In Senegal, in Tunisia, in Grecia
ed anche in Sardegna, ho pescato numerose cernie sia con il totano
che con l'aguglia viva, trainando a velocità ridottissima per raggiungere
i 50, i 60, ed anche i 70 metri di fondo, dove abitano i cernioni di oltre
30 chili. Bisogna disporre di un ecoscandaglio con un buon numero di pixel
ed una discreta potenza e mettere spesso in folle per permettere all'esca
di affondare fino in fondo. E' un tipo di traina che rasenta il "drifting"
in corrente ed è attuabile solo se si dispone di un buon affondatore.
Spesso si perde tutto il marchingegno della zavorra e del finale sul fondo;
ma quando si riesce a far salire la preda di qualche metro evitando
l'arroccamento, l'esito della pesca è scontato. Le grandi cernie, una
volta che la vescica natatoria per effetto della depressione si dilata,
vengono verso la superficie senza grandi problemi. In Tunisia catturai
una grossa cernia che però quasi a fine recupero si liberò per la rottura
del finale di nylon che si era logorato sulle rocce nella fase iniziale
della lotta con il serranide. Rimasi sorpreso quando, già convinto di aver
irrimediabilmente perso il mio cernione, me lo vidi affiorare in superficie
con il ventre dilatato per la differenza di pressione.
In Senegal catturai una cernia di 43 chili con una enorme aguglia, ma il
recupero fu particolarmente faticoso: la cernia venne in superficie con la
bocca spalancata ed il ventre gonfio di acqua, opponendo una resistenza
fuori dall'ordinario.
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