
LE TAPPE DELL'ESPLORAZIONE SOTTOMARINA
Di Jacques Piccard
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VIAGGI AL FONDO DEGLI OCEANI - 4
TRENTA GIORNI SOTT'ACQUA
Così, il 14 luglio 1969, avvenne la partenza.
Il "Ben-Franklin", 130 tonnellate, lunghezza 14 m e 50,
diametro esterno m 3,15; 25 tonnellate di batterie nella
sua chiglia; quattro motori orientabili disposti a canestro
lungo le casse di assetto, irto di apparecchi d'ascolto,
di "transduttori", di "transponders" svariati, il "Ben-Franklin"
partì da Palm Beach, dapprima rimorchiato per una mezza
giornata, alla ricerca della Corrente del Golfo. L'immersione
incominciò al cader della notte. Quando abbiamo chiuso
il portello, sapevamo che non lo avremmo riaperto prima che non
fosse trascorso un mese. Questa esperienza fu appassionante.
Senza dubbio, nessun gruppo di seri osservatori godette mai di
una simile pace per una così lunga durata ed in condizioni
altrettanto favorevoli. Per trenta giorni, fino al 14 agosto,
un giorno dopo l'altro raccogliemmo le nostre informazioni;
informazioni interne, per la NASA, i suoi psicologi ed i suoi
medici, informazioni esterne per gli oceanografi. Andammo
così alla deriva per 1.500 miglia marine - oltre 2.700
chilometri - trascinati dalla Corrente del Golfo. Cinque volte
scendemmo sul fondo e vi andammo alla deriva allora, trascinando
il cavo d'ancoraggio come fa un pallone, a piccola velocità.
Sul fondo, vedemmo ad osservammo granchi di grandi dimensioni,
stelle di mare, aragoste, razze, ricci, anemoni di mare, conchiglie
varie e pesci, in breve, tutti gli animali dei fondi marini. Fra
due acque, vedemmo il plancton, innumerevoli specie di plancton
di cui la massima parte appariva "positivamente fototropica",
ossia attirata dalla luce dei nostri proiettori. Quando accendevamo
questi ultimi, il plancton veniva a sfarfallare intorno ad essi,
si accumulava nel cono di luce e la vita (granchiolini, eufausiacei,
copepodi, salpe) sembrava ribollisse nel mare. Le salpe soprattutto,
piccoli tunicati pelagici, erano innumerevoli, talvolta isolate,
talvolta in catene lunghe parecchi metri. E, cosa curiosa, quando
erano riunite, sembrava non formassero che un solo animale, tanto
ondulavano elegantemente nell'acqua, obbedienti, allora, ad una
sola direttiva, ad una sola volontà. Brillanti sotto la
luce dei nostri proiettori, talvolta multicolori, cesellate con
straordinaria finezza, avrebbero potuto destare l'ammirazione di
Benvenuto Cellini.
Non tutti gli animali del mare ci hanno dimostrato altrettanta
simpatia. Un mattino siamo stati attaccati da un pesce-spada
lungo un metro e mezzo. Sostenuto moralmente da un compagno che
gli proteggeva la ritirata, l'aggressore si è precipitato
contro un oblò, lo ha sbagliato di poco, ma è venuto
a colpire, con tutta la sua massa, le nostre pareti d'acciaio.
Questo attacco è tanto più curioso, in quanto un
altro pesce-spada aveva precedentemente già attaccato un
altro sottomarino di ricerca, l'"Alvin". Quella volta, il suo
naso era rimasto incastrato nella soprastruttura del sottomarino
e l'animale era stato portato alla superficie. Perché
questi attacchi? Quali sentimenti facciamo nascere fra questi
pesci? Per quale mostro mai ci prendono, noi che veniamo soltanto
per osservarli?
Dovemmo anche affrontare la dinamica del mare. Da una parte, ed
era questo che cercavamo, la corrente ci trascinava sempre seco,
verso il Nord, verso il Nord-Est, verso l'Est, occasionalmente
verso il Sud-Est. Ma dall'altra, gigantesche onde interne (quelle
onde che non apparivano alla superficie, o apparivano tutt'al
più in modo trascurabile), in certi momenti ci facevano
salire e scendere secondo le loro azioni imprevedibili. Una
volta, in sette minuti, siamo scesi di quaranta metri e risaliti
di sessanta. Bisognava controllare continuamente la nostra
profondità, e di tanto in tanto, intervenire per non
salire troppo vicino alla superficie oppure scendere troppo
profondamente. Una volta avvenne pure che la corrente ci
buttò fuori dal suo corso. La Corrente del Golfo è
nota per il fatto che semina lungo le sue rive giganteschi vortici
che abbandona poi alla loro sorte; fummo presi in uno di questi
cosiddetti "Eddies". Si dovette risalire alla superficie, e -
sempre senza aprire il portello - farsi rimorchiare per più
di 30 miglia per ritrovare la corrente principale. Passammo quindi
al largo del Capo Hatteras, quel capo dalle terribili tempeste, ma
per noi, a qualche centinaio di metri di profondità, non
esistevano certo tempeste. Avevamo previsto, in generale, che la
nostra velocità sarebbe stata più debole al Nord di
quella regione: al contrario, fu maggiore. La Corrente del Golfo
ebbe punte che superarono i 4 nodi; per parecchi giorni, abbiamo
fatto continuamente 3 nodi. Una discesa a 500 metri ci dimostrò
come anche a quella profondità, ed in quella regione, la
Corrente del Golfo faceva 3 nodi. E' interessante osservare,
tuttavia, che alcuni oceanografi americani per quella regione
avevano previsto velocità di 5 e addirittura di 6 nodi,
sulla base di calcoli complessi che facevano intervenire le forze
di Coriolis, le pressioni e le temperature dell'acqua. Ma, che io
sappia, queste velocità considerevoli non erano state misurate
sperimentalmente e, per noi, furono una completa sorpresa. Ecco un
brillante esempio di ciò di cui sono capaci i teorici del
mare, fisici e matematici.
Alla fine dei trenta giorni, eravamo a 300 miglia a Sud della
Nuova Scozia. Era giunto il tempo di risalire. Col numero di dati
raccolti (di cui molti, mentre scrivo queste righe, sono ancora
analizzati dai calcolatori elettronici di Washington), con le
osservazioni visuali fatte quasi continuamente per 732 ore, con
gli studi sulla "life science", la scienza della vita, eseguiti
per la NASA, e soprattutto con il fatto che abbiamo eseguito uno
studio altrettanto approfondito e altrettanto completo (ma in
condizioni quanto migliori!) di quello che fa una nave oceanografica
di superficie, noi riteniamo di aver aperto una via, aver inaugurato
un nuovo metodo di ricerca: quello della permanenza sott'acqua.
La superficie del mare è una frontiera. Per molto tempo
l'uomo - navigatore, esploratore o anche scienziato - nell'oceano
non ha visto altro che questa frontiera. Da una parte, vedeva il
cielo e la terra, dall'altra, un mondo ignoto ed ostile, che nessuno
poteva penetrare. Con la tecnica moderna, il problema è
cambiato: la superficie appare, al contrario, molto meno comoda,
molto più pericolosa di quanto non siano gli abissi oppure
le profondità medie. La superficie, dove l'interazione
dell'aria e dell'acqua può provocare le peggiori scosse,
sarà senza dubbio progressivamente evitata. La calma delle
profondità - da quando la tecnica e la scienza le hanno
messe alla nostra portata - attrae il mondo sempre di più.
Difficile è prevedere che cosa ci riserbi l'avvenire in
questo campo; ma è facile, per lo meno in sogno, immaginare
un giorno in cui i transatlantici e le navi da carico saranno
sottomarini; andranno allora molto più rapidamente e saranno
molto più comodi delle attuali navi di superficie; saranno
anche più regolari, essendo completamente indipendenti dalla
meteorologia. Quel giorno, ci saranno anche colonie di lavoratori
sottomarini, i quali rimarranno per settimane o mesi sott'acqua a
recuperare relitti, a cercare petrolio, a lavorare il mare come si
lavora la terra. Vi saranno forse intere officine che estrarranno
gradualmente miliardi di tonnellate di potassio, di nitrato, di
solfato di cui la terra ha bisogno, ed i miliardi di tonnellate
di rame, di nichelio, di titanio, di manganese e di altri metalli
ancora, richiesti insistentemente dalle imprese metallurgiche.
Vi saranno anche centinaia di sottomarini di ricerca e di sfruttamento,
che solcheranno le profondità del mare; già la Svizzera,
l'America, la Francia e il Giappone ne hanno costruito numerosi
prototipi, per la maggior parte specializzati in un campo ben
determinato; altre specializzazioni appariranno, non foss'altro
che sottomarini della polizia e addetti al traffico, per sorvegliare
il traffico ed i parcheggi... La pesca allora sarà molto
più razionale. Verranno protette le specie rare, così
come saranno raccolte quelle che non lo sono. In immensi recinti,
sorvegliati forse da delfini, autentici cani da pastore del mare,
gli avannotti si svilupperanno liberamente, il plancton verrà
raccolto a migliaia di tonnellate e contribuirà a nutrire
questa umanità sempre più numerosa, sempre più
esigente. Vi saranno del pari centrali elettriche; l'energia termica
del mare sarà liberata a vantaggio dell'industria e
convogliata verso i grandi centri urbani. Ma la vera ricchezza
del mare, nella nostra epoca in cui il problema dell'acqua dolce
diventa sempre più acuto su quasi tutto il pianeta, non
sarà forse semplicemente l'acqua dolce che contiene, circa
1.500 milioni di miliardi di tonnellate, quando ne saranno stati
estratti 50 milioni di miliardi di tonnellate di minerali diversi?
Jacques Piccard
dal "Grande Libro del Mare", Nautica Editrice, 1972
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