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Estate 2007

Articolo estratto dalla nostra omonima rivista trimestrale dedicata alle imbarcazioni più grandi e lussuose con fotografie, schede tecniche, articoli didattici, ultime notizie e novità dal mercato


Sommario

Annuario
della nautica


Impressioni
di navigazione


Barche usate

Boatshow

Video Nautica

Articolo di
Fabio Petrone


MARIO PEDOL E NAUTA DESIGN
DALLA VELA AL MOTORE
DAL CUSTOM ALLA SERIE

Mario Pedol

Abbiamo incontrato Mario Pedol durante un recente salone nautico, situazione ideale per parlare di barche a 360°. Ovviamente delle sue barche, di quelle in produzione, che incontrano sempre più i favori di pubblico e addetti ai lavori, di quelle che ha disegnato in passato e di quelle che vedremo in futuro.

 

Mario Pedol

Mario Pedol

Mario Pedol

Mario Pedol

Mario Pedol

Mario Pedol

Mario Pedol

Mario Pedol

 
La sua professione di architetto nasce per passione?

Sì, innanzitutto per passione e un pò anche per background familiare, perché quello che mi ha contagiato, che mi ha introdotto il virus del mare è stato il mio nonno materno, che ha navigato tutta la vita, come direttore di macchina della società Italia e in particolare sui transatlantici "Saturnia" e "Vulcania".

Ha fatto anche regate?

Sì, da ragazzo e poi nel periodo universitario, ma per passione e mai ad alto livello agonistico.

Ha fatto studi mirati per arrivare a fare il progettista nautico, oppure è un architetto che poi si è dedicato alla nautica?

In realtà, come università ho fatto la Bocconi, e quindi c'entra poco con le barche. Tra l'altro non l'ho neanche finita, perché il mio amico e compagno di scuola con cui facevamo le regate mi ha convinto a iniziare un'attività nella nautica, costruendo dei minitonner, unità di appena 7 metri, che era la classe nascente di quel periodo.

La barca la disegnò lei?

Assolutamente no. Andammo da Andrea Vallicelli, che ci disegnò il Ventura 703. Ebbe un grande successo, e quello che era iniziato come un gioco finì in un business: ne costruimmo 40 in due anni. Già alla prima presenza al Salone di Genova ne vendemmo 8, poi bisognò farle e la passione diventò subito un lavoro vero e proprio. Questo è stato un pò il mio punto di partenza, la prima esperienza, e considerata la passione per le barche, non sono più tornato agli studi originari. Ho preferito prendere la rappresentanza italiana della Oyster Marine per tre anni, che sono stati anche loro abbastanza di successo, poi la Sterlina è salita alle stelle e siamo andati fuori mercato. Ma la strada era scelta e ho voluto approfondire l'aspetto progettuale delle barche, anche perché in quegli anni era nato a Milano, presso l'istituto Superiore di Architettura e Design, un corso specialistico di progettazione per la nautica da diporto, tenuto dai maggiori progettisti italiani: Gregari, De Simoni, Ceccarelli, Vallicelli ecc.

C'era il fior fiore dei progettisti italiani...

Ed è stata un'esperienza interessante, perché era molto pratica. Non era ingegneria navale, dove t'insegnano l'idrostatica di navi che poco hanno a che fare con le barche, ma professionisti del settore che ci facevano lavorare su cose concrete. Poi sono stato in America, a fare tirocinio presso lo studio di Scott Kaufman, a New York. Al ritorno da questa importante esperienza ho iniziato a disegnare la prima barca, che poi era il Nauta 54. C'era un mio ex cliente Oyster che era interessato e abbiamo costruito il primo esemplare assieme, che poi esponemmo a Genova nell'86, quindi più di vent'anni fa. La barca piacque molto, perché aveva un layout di coperta particolare, un'interpretazione che poi è stato una sorta di concetto guida per tutti gli anni a seguire. La barca aveva una zona living esterna molto piacevole, un pozzetto centrale e un prendisole adiacente... l'abbiamo presentata, è piaciuta, l'abbiamo venduta subito e da lì è iniziata la Nauta attuale.

Quello è stato il primo progetto a sua firma?

Sì, le altre sono state si esperienze importanti, ma di pura formazione.

Il fatto di essere stato prima nel commerciale e poi aver disegnato le barche, l'ha aiutata a capire meglio i gusti della gente, ad avere feedback immediati sul lavoro e sulla produzione?

Sicuramente sì. Anche durante il corso di cui parlavo prima c'è stato un approfondimento tecnico scientifico fondamentale per la progettazione, però io venivo comunque da un'esperienza vissuta sul campo che mi ha dato la possibilità di recepire molto dalle diverse lezioni. Questo perché avevo già esperienza di ciò che i clienti volevano, di quello che gli serviva e, grazie al Ventura 703, soprattutto di come si costruivano le barche. Poi avevo seguito gli Oyster, cantiere già più dimensionato, con barche più grandi...

Progetta barche su misura, ma anche barche di serie.

Si, in realtà facciamo entrambe le cose. Abbiamo iniziato i primi anni come cantiere e vendevamo le barche con il marchio Nauta. Poi, nel '94, abbiamo cambiato un pò rotta, specializzandoci sulla progettazione. Ci occupiamo del coordinamento generale, facciamo, con il cliente, la scelta del cantiere migliore per la costruzione del progetto, seguiamo per lui tutto il percorso, dalle prime fasi di gestazione dell'idea fino alla consegna della barca. Con questa formula, abbiamo fatto molte barche custom per privati e, grazie a essa, è nato anche un rapporto più stretto di collaborazione con un cantiere di proprietà italiana: Southern Wind Shipyard, che si trova in Sudafrica, a Capetown. Abbiamo iniziato costruendo là un custom, che poi è divenuto il primo di una piccola serie. E da lì altri progetti. Ne è nato un rapporto molto stretto, di reciproca soddisfazione e successo. Loro costruiscono molto bene e la nostra progettazione è molto apprezzata sia dai nostri che dai loro clienti. Ne sono venute fuori tante barche interessanti e molto belle. Tradotto in cifre, diciamo che tra gli 80 e i 100 piedi siamo sulle 16 barche nel giro di otto anni, con una media di due barche l'anno.

È più stimolante disegnare una barca custom o disegnare barche in serie?

Sono mondi entrambi estremamente affascinanti, con la premessa che ho fatto all'inizio. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace, però mi attrae poter capire quali sono i gusti e l'utilizzo che il singolo cliente fa della barca. Ciò mi consente di interpretare al meglio il tema e dare più soddisfazione possibile all'acquirente, ovviamente mettendo dentro tutta la nostra esperienza, tutto il nostro stile. Allo stesso modo mi piace moltissimo confrontarmi con il mercato, che è poi da dove ho cominciato. È necessario andare a verificare quali sono i trend e il "lifestyle", il modo di vivere in barca, perché anche questo cambia e si evolve negli anni. Poi, bisogna vedere cosa fa la concorrenza, cosa richiede il mercato. Tutto ciò per riuscire a trovare il giusto equilibrio di posizionamento, di taglia e numero di cabine, oggetto e spirito della barca...

Un approccio molto articolato, differente, come diversi sono i modi di costruire.

Assolutamente sì e questo mi piace molto. Nella vela lo facciamo per Southern Wind e molto più recentemente anche per Beneteau, con cui è nato un rapporto di collaborazione per la progettazione degli interni di tutta la nuova linea Oceanis. È un rapporto importante, perché sono otto modelli di cui già in produzione il 50, il 46 e il 40 piedi. Quando saranno tutte in produzione, a regime, parliamo di circa 1.600 barche l'anno. Il 50' ha avuto un enorme successo e per le richieste giunte è stato necessario raddoppiare la linea di produzione. In otto mesi, hanno già raggiunto il numero di 100 unità, in media una barca ogni giorno e mezzo. Ed è partita recentemente la produzione di Beneteau USA, grazie alla quale questi numeri aumenteranno notevolmente.

Ci sono differenze sostanziali tra un prodotto fatto per il mercato europeo e uno per il mercato americano?

Ci sono differenze nel modo di vivere la barca e di vivere a bordo. Ad esempio, il mercato americano richiede meno cabine, c'è meno l'usanza di avere a bordo l'equipaggio, per cui sia del 46 sia del 50 sono state fatte due versioni, con due e con tre cabine. Quella con due cabine sarà sicuramente più venduta negli Stati Uniti che non in Europa, e in tale previsione loro modulano la produzione, nel senso che sanno che in America venderanno il 70% di barche a due cabine e viceversa in Europa.

Tengono conto anche delle esigenze delle flotte di charter e del privato che acquista la barca per poi charterizzarla?

Per loro questo è un mercato importante, anche se recentemente la politica è stata quella di avere la gamma Cyclades per il charter e la gamma Oceanis per la famiglia.

Quindi partono con già due gamme distinte?

Queste ovviamente sono decisioni strategiche dell'azienda, che vengono date a priori, però poi all'interno di queste decisioni c'è molto da fare e da vedere: rispetto a dove va il mercato, a cosa fa la concorrenza... Sicuramente l'Oceanis 50 è il prodotto innovativo di cui Beneteau aveva bisogno, però senza esagerare. Infatti, sta riscuotendo un notevolissimo successo sia in Europa che negli Stati Uniti. Un'altra preziosa esperienza personale nel ramo della produzione l'ho fatta con Bertram, dal '92 al '95, quando mi affidarono il compito di rinnovare gli interni del 43'. Piacquero molto e ci affidarono tutta la gamma. Hanno continuato a usare il nostro design degli interni per altri dieci anni, cioé fino a un paio di anni fa. Così ci siamo misurati con un mondo nuovo, col motore, coi fisherman e col mercato americano.

Quella con Bertram è stata la sua prima esperienza nel motore?

Sì, alla quale poi casualmente è seguita quella con la Toy Marine. Con loro abbiamo voluto "mediterraneizzare" le barche americane, enfatizzando lo stare all'aperto e ritornando un pò a quelle che erano le proporzioni della sovrastruttura rispetto allo scafo, cioè a quelle di anni or sono. Nel tempo, l'eleganza dei Baglietto Ischia o degli Alalunga Sportfisherman, si è andata un pò perdendo di fronte a una tendenza del mercato di dare sempre più interni, necessariamente a scapito degli esterni...

Rispetto ai grandi numeri del flying bridge italiano classico, quello di Toy Marine è un pò un mercato di nicchia, ma evidentemente è qualcosa di cui c'è bisogno, che la gente apprezza e infatti le barche si vendono e piacciono. D'altro canto, per l'utilizzo che ne facciamo noi, le barche vengono vissute da giugno a settembre e si va in mare per stare all'aperto. Oltre a questo, abbiamo voluto disegnare una carena con spiccate caratteristiche di marinità, a V profonda, per poter uscire anche con tempo brutto.

Le linee sono classiche...

Sono linee altamente evocative di una tradizione, quella del "Down East" americano, però riviste in chiave moderna.

Come lavora, usa una particolare tecnica o tecnologia?

Lavoriamo molto in 3D sia per gli interni sia per gli esterni. È uno strumento fondamentale, molto potente, utile per noi ma anche per i clienti, cantieri o privati, perché possono veramente visualizzare, percepire pienamente le diverse opzioni del progetto.

Questi programmi in 3D si utilizzano solo per capire le dimensioni, i volumi, l'ergonomia, oppure servono per costruire, nel senso che poi comunicano dati utili alle macchine che fresano gli stampi o tagliano il legno o che fanno tante altre cose?

Per le superfici di coperta e lo scafo, i dati possono essere usati direttamente per la creazione dello stampo. Per gli interni, invece, serve più che altro per vedere il peso, il volume delle masse e l'impatto dei diversi colori e dei diversi materiali. C'è comunque un continuo passaggio tra 2D e 3D, nel senso che le ergonomie sono date soprattutto dall'esperienza maturata in vent'anni di 2D, che poi vengono trasferite in 3D e visualizzate. Il 3D non ti consente di sederti in una dinette, ovvio, ma serve molto per darti quell'impressione, quell'ottica, ti fa percepire i volumi, l'impatto visivo. È anche molto importante per il lavoro stilistico esterno, per vedere forme e raggiature, e l'estetica in generale, sempre coadiuvato e complementare alla manualità del designer ovvero alla matita e al pennarello.

L'ambito dei motoryacht è sempre più frazionato in piccole nicchie. Secondo lei, l'attuale diversificazione che troviamo nel motore si potrà vedere anche nelle barche a vela? Avremo evoluzioni rispetto alla classica barca vela oppure no?

Nella vela, per una ragione di spazi, è più difficile che ciò accada. È la stessa volumetria dell'oggetto a rendere più limitata la possibile nascita di nuove tipologie. Devo dire peraltro che già si vedono dei tentativi, anche se non credo che questi possano diventare veramente dei trend di mercato. Il concetto di day sailer, però, in qualche modo è una novità che prima non c'era e lì, quindi, ci può essere uno spazio, una corrente per creare qualcosa di nuovo.

L'aumento dimensionale delle unità da diporto a motore è continuo, pensa che allora tale crescita potrà aiutare lo sviluppo di nuove idee, di nuovi disegni anche per grandi barche a vela?

Questo sì, perché quando si superano i 35/40 metri, diciamo soprattutto oltre i 40 metri, si possono veramente aprire nuovi spazi di pensiero. È un tema sul quale stiamo già lavorando. Indubbiamente anche il mercato della vela si sta muovendo su dimensioni sempre più alte. Uno dei nostri progetti più recenti, infatti, è il Southernwind 100, che avrà visto al Boat Show di Monaco. Ha avuto un successo enorme. Ne sono state vendute 4 unità già sulla carta e altre due dopo la presentazione al salone. Direi che gli ingredienti del successo sono stati riuscire a fare una barca con una deckhouse molto spaziosa e vedute verso l'esterno molto panoramiche, ma al tempo stesso dando alla sovrastruttura che sparisce un pò nella coperta, un profilo molto fluido, senza ostacoli da poppa a prua, con grande vivibilità degli spazi.

Come si è trovato a lavorare con questa realtà italo sudafricana, dove ha avuto a che fare con management italiano e struttura di costruzione sudafricana per la costruzione?

Devo dire che mi sono trovato molto bene, perché comunque la direzione italiana è affidata a persone con cui lavoriamo da anni, anche precedentemente a questo rapporto. C'è stima reciproca da lunga data, le maestranze sono molto appassionate e ricordo che in quel paese c'è una grande tradizione di mare, di yachting e di navale. Tutto questo lo si respira in cantiere e nei prodotti che vengono realizzati con uno straordinario rapporto qualità/prezzo, possibilità che consente anche di sbizzarrirsi in aspetti progettuali che in altri contesti sarebbero proibitivi.

Il suo core business, all'inizio, era progettare barche a vela, questa sua digressione prima nel mondo dei fisherman e poi dei motoryacht avrà un seguito? Farà altre barche a motore sempre della gamma Toy o con altri cantieri? Che progetti ha per il futuro?

Stanno venendo fuori diverse cose interessanti, una navetta di 110 piedi con un ponte e mezzo, un'altra un pò più piccola, e poi stiamo lavorando a un progetto molto importante, di una nave a cinque ponti. Possiamo dire che senza andarle a cercare, stanno arrivando in maniera autonoma sempre più richieste e proposte dal campo motore. Credo quindi che ci sarà un impegno sempre maggiore con Toy Marine, brand per il quale stiamo già facendo un terzo modello, stavolta di 51 piedi.

Secondo lei, dove si deve lavorare per personalizzare un progetto o un disegno?

Credo che la cosa migliore sia quella di seguire un pò la propria filosofia generale. Sarà poi il mercato stesso a premiarti per uno stile e una filosofia che sono tuoi, senza necessariamente dover per forza inventare qualcosa di diverso.

Suoi nuovi progetti a vela?

Stiamo lavorando sul progetto, in fase già pre-esecutiva, di un 112 piedi, sicuramente una barca molto bella e funzionale, di grandi performance, con la quale si può girare anche il mondo. Poi, su dei concept sopra i 40 metri.