Rubrica Ambiente e mare Nautica n.457 del 05/2000

Numero 457 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.457 del 05/2000

OSSERVATORIO MEDITERRANEO SU INTERNET

Sbarca su Internet “Osservatorio Mediterraneo”, la campagna di segnalazione di avvistamenti “strani”, cioè insoliti nel nostro mare, partita nel 1998 dalle pagine della nostra rivista e rilanciata poi da quotidiani, settimanali e mensili, dalle TV italiane e straniere – compresa la “mitica” Natural History Unit della BBC!

Cerchiamo notizie di avvistamenti di squali, cetacei, tartarughe e persino della rarissima foca monaca. Ne rimangono pochi, in Mediterraneo. I perché li conosciamo tutti: il mare è ovunque minacciato dall’inquinamento, dalla pesca sregolata, dalla nostra incapacità di rapportarci alla natura se non nell’emergenza. Il loro peggior nemico è però soprattutto l’ignoranza, le scarse conoscenze che abbiamo su di essi, visto che studiare gli animali in mare è difficilissimo. Per questo i ricercatori chiedono un aiuto a tutti noi: perché siamo tanti ad andare per mare, tanti di più del più accanito manipolo di biologi. Difficile, ma non impossibile. Osservare uno squalo, una tartaruga, una grande balena (ma anche tutti gli altri cetacei) non è cosa da tutti i giorni! figuriamoci poi la foca monaca! Sarà improbabile ma non è impossibile, soprattutto se saremo in molti a tenere gli occhi aperti. Crediamo che chi ama il mare abbia il dovere morale di contribuire alla sua salvaguardia; chi ha l’onore e la fortuna di vivere un incontro con alcune delle sue più straordinarie creature ha il dovere di fare qualcosa per loro. Ogni segnalazione può avere un valore inestimabile. I risultati degli anni passati. Qualcuno ha applaudito, molti ci hanno dato dei matti, dei folli sognatori o persino dei terroristi. Parlare di squali in Italia pareva un tabù e invece, invece gli italiani “di mare” hanno capito e aiutato. Le campagne degli scorsi anni hanno avuto un successo strepitoso: avvistamenti di quelli che contano, molti tasselli di un mosaico di cui ancora ci sfugge il disegno, ma che hanno già prodotto due lavori scientifici a livello internazionale.

Perché proprio questi animali? Perché sono predatori di vertice e da essi dipende la buona salute dell’ecosistema; perché molti fra essi formano popolazioni mediterranee che non hanno alcun contatto con i loro simili dell’Atlantico (balenottere, capodogli e tartarughe, tanto per fare qualche esempio) e per questo sono ancora più vulnerabili. Ma non solo: la loro protezione passa necessariamente attraverso la salvaguardia del loro ambiente, ed ecco che le conseguenze positive ricadranno anche su tutti gli altri organismi che vi vivono. Last but not least, è certamente più facile (relativamente parlando, s’intende) avere notizie di queste specie che dell’altrettanto rara e bisognosa di protezione patella ferruginea! (ma ci arriveremo!)

Cosa fare? Basta davvero poco: tenere gli occhi aperti e la macchina fotografica a portata di mano; basta ripescare in quel vecchio cassetto foto anche degli anni passati, frugare nella memoria per ritrovare date, dettagli anche all’apparenza insignificanti. E poi spedire il tutto agli indirizzi che troverete di seguito. Nelle pagine web troverete notizie sulle diverse campagne, i risultati delle osservazioni degli anni passati e le schede di avvistamento per ogni specie.

SQUALI IN MEDITERRANEO?

Squali bianchi, martello, i pinna nera, persino le mante – o meglio le loro identiche cugine, le mobule: sono tutti qui, nel nostro caro, vecchio Mediterraneo. Dove nuota addirittura il secondo pesce più lungo del mondo, dieci metri di squalo elefante che può seminare il panico solo nel plancton di superficie, e di cui sappiamo talmente poco che ogni avvistamento, per i biologi, è una festa.

Sono quarantacinque le specie di squali che popolano il Mediterraneo, sottocosta come in alto mare, dai giganteschi signori della superficie ai minuscoli sigrì che, cinquecento metri più in basso, accendono la notte degli abissi con i loro organi luminosi. Gli squali insomma qui da noi sono di casa. O meglio, lo erano fino a non molto tempo fa. “Per chi scende in acqua con o senza respiratore, al largo o sottocosta, il trovarsi al cospetto di uno squalo non riveste più ormai un carattere di eccezionalità, né ha la risonanza di un caso eclatante; è incidentale, è vero, ma rientra infine nel novero dei fatti che un giorno o l’altro dovevano accadere”. Correva l’anno 1962 e così scriveva Ruggero Jannuzzi su Mondo Sommerso: “In Italia sono diverse le località dove lo squalo, specialmente nella stagione calda, diventa un regolare e facile incontro. Il Carcharinus plumbeus è quello squalo che chiunque sia stato nel periodo adatto a Lampedusa e Lampione ha visto e probabilmente avvicinato. In quest’epoca dell’anno gli squali grigi, a frotte, calano nelle località suddette tra i fondi rocciosi; da pochissimi metri dalla superficie e fino ai limiti della visibilità, il loro andirivieni è continuo e senza soste”. Cos’è successo allora agli squali mediterranei? Perché oggi avvistarne uno in immersione è un caso più unico che raro? Perché il loro ambiente è mutato profondamente, perché peschiamo troppo, e male. Perché fino a pochi anni fa gli squali finivano a migliaia nelle spadare e ancora oggi, a migliaia, abboccano agli ami destinati sempre ai pescispada. Perché come le tigri o i leoni, di cui sono l’equivalente marino, sono sempre stati pochi, si riproducono solo molto avanti negli anni e fanno pochi figli. Perché, fondamentalmente, non li conosciamo affatto: non conosciamo le loro abitudini, non sappiamo dove vivano, come si incontrino, come si riproducano…

“Ancora oggi le conoscenze scientifiche sugli squali in Mediterraneo sono incredibilmente carenti e tale ignoranza si tramuta ovviamente nell’incapacità di intervenire in modo adeguato con provvedimenti di tutela in caso di necessità. Per esempio, sappiamo quante e quali specie sono state catalogate come appartenenti alla fauna mediterranea, ma ignoriamo quante in effetti ancora vi sopravvivano al momento attuale. Alcune di esse, infatti, potrebbero con ogni probabilità essere da anni scomparse dal Mediterraneo, senza che nessuno abbia potuto accorgersene” scrivono Giuseppe Notarbartolo di Sciara e Irene Bianchi nella loro “Guida degli squali e razze del Mediterraneo” (Franco Muzzio editore).

Per questo abbiamo ideato, tre anni fa, questa campagna pubblica di avvistamento che afferisce alla Campagna LEM (Large Elasmobranch Monitoring) di Marino Vacchi e Fabrizio Serena e coinvolge il ricercatore inglese Ian Fergusson di Shark Trust e il francese Bernard Seret, del Museum National d’Histoire Naturelle di Parigi e presidente dell’European Elasmobranch Association.

Perché siamo tanti, ad andare per mare, tanti di più del più accanito manipolo di ricercatori. Ma soprattutto perché crediamo che chi ama il mare abbia il dovere morale di contribuire alla sua salvaguardia; chi ha l’onore e la fortuna di vivere un incontro con alcune delle sue più straordinarie creature ha il dovere di fare qualcosa per loro. E questo vuol dire anche raccontare la propria esperienza a chi la saprà inserire in un quadro più ampio, inserendo un nuovo tassello in un mosaico di cui ancora ci sfugge il disegno, ma che si costruisce così, una tessera alla volta. Basta davvero poco: tenere gli occhi aperti e la macchina fotografica a portata di mano; basta ripescare in quel vecchio cassetto foto anche degli anni passati, frugare nella memoria per ritrovare date, dettagli anche all’apparenza insignificanti. Aspettiamo vostre notizie!

I RISULTATI DEL 1999

Le segnalazioni più interessanti dello scorso anno riguardano gli squali elefante. Riferite e registrate alcune catture in Alto Tirreno, mar Ligure, Adriatico (Cervia, Pasqua ’99) e Sicilia (Capo Milazzo, Primavera ’99). “La più interessante tra queste è stata sicuramente il ritrovamento di un maschio adulto maturo a Marina di Massa nel mese di maggio” riferiscono Marino Vacchi e Fabrizio Serena. “Nelle vie deferenti del sistema riproduttivo erano presenti grandi quantità di spermatofore e gli pterigopodi, gli organi copulatori, erano sviluppati e turgidi. Si tratta del primo reale indizio che questa specie si possa riprodurre anche in Mediterraneo. Gli esemplari registrati nel ’99 di squalo elefante (che in base alla Convenzione di Barcellona per la protezione dell’ambiente marino e la regione costiera mediterranea, fa parte delle specie protette) hanno permesso anche di ottenere preziosi campioni di tessuto per procedere alla caratterizzazione genetica degli individui mediterranei sulla base dell’analisi del DNA; l’aspetto particolarmente interessante a questo proposito è di definire se in Mediterraneo è presente una popolazione specifica o esiste una continuità genetica con gli esemplari del Nord-Est Atlantico.”

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