Rubrica Ambiente e mare Nautica n.506 del 06/2004

Numero 506 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.506 del 06/2004

PIÙ CALDO, PIÙ SALATO, MA SOPRATTUTTO SEMPRE PIÙ ALTO

– È il Mediterraneo, che negli ultimi cento anni è salito di 15 centimetri. Nel prossimo secolo crescerà probabilmente di altri 15-20 e anche di più nelle zone di terra che per ragioni geologiche stanno sprofondando. Sono 33 le aree costiere a rischio allagamento in Italia, in particolare nel Nord: le coste basse d’Italia rappresentano il 43% degli 8.000 chilometri di litorale nazionale, e già oggi per la maggior parte risultano in erosione. Gli esperti italiani sono al lavoro per fornire dati sui rischi e ipotesi per la messa a punto di piani strategici, da parte delle amministrazioni pubbliche e delle autorità locali, per prevenire emergenze e consentire di anticipare, con un lavoro costante negli anni, i rimedi per bloccare per tempo i disastri. Uno studio pilota dell’Icram (l’Istituto per la Ricerca Applicata al Mare, del Ministero dell’Ambiente) ha preso la Versilia come area campione per testare gli effetti sui litorali e fornire le linee guida. Secondo gli scenari messi a punto dall’Icram, se l’ambiente della Versilia fosse completamente abbandonato a se stesso si potrebbe verificare un arretramento della linea di riva di diverse decine metri. Per l’area Pontina l’Enea ha predisposto una metodologia per rispondere al quesito come adattarsi nell’ipotesi dell’avanzata delle acque. La metodologia si basa su valutazioni che considerano il rapporto costi/benefici. Tre le categorie considerate: Costruzione di una diga rinforzando la duna costiera e aumento del ritmo delle idrovore che già operano per tenere asciutta la zona e proseguire nell’attività agricola – riferisce il climatologo dell’Enea, Vincenzo Ferrara – permettere l’allagamento e convertire la zona all’acquacoltura; lasciare che il mare avanzi e abbandonare la zona spostando le attività. In base a questa metodologia verranno successivamente considerate le prospettive dei ricavi per ogni scenario.

OGGI L’UMANITÀ È TESTIMONE (E CAUSA) DI UN’ESTINZIONE DI MASSA

, la più grande mai registrata dopo la scomparsa dei dinosauri. Il grido d’allarme viene da due studiosi di fama mondiale, Norman Myers e Stuart Pimm ed è apparso sul primo numero di “Global FP”, il nuovo bimestrale di “Politica globale, economia e idee”, diretto da Ernesto Galli della Loggia. “Senza un impegno su vasta scala, la metà di tutte le specie esistenti potrebbe scomparire durante questo secolo. La biodiversità costituisce l’elemento di base in molti settori dell’economia, dall’agricoltura alla medicina moderna, e la sua perdita rappresenta il principale problema ambientale. Possiamo annullare l’inquinamento, ma non possiamo ricreare le specie estinte. Jurassic Park è pura fantasia. Tuttavia, attraverso la protezione delle aree ad alta concentrazione di specie in pericolo, possiamo trasformare il problema in un’opportunità. I benefici eccedono di molto i costi relativi che, a loro volta, rappresentano solo una minima parte degli 1,5 trilioni di dollari di sovvenzioni annuali “perverse” che accelerano il degrado ambientale”.

IL PRIMO GIOIELLO? UNA COLLANA DI CONCHIGLIE

– Dopo 75.000 anni il laccio di pelle che le teneva insieme si è da tempo dissolto ma le conchiglie, tutte delle stesse dimensioni e con fori perfettamente regolari, portano ancora il segno dell’usura che il laccio aveva provocato. Lo straordinario ritrovamento, nella grotta Blombos in Sud Africa, è stato fatto dal team di Christopher Henshilwood dell’Università norvegese di Bergen. Questa collana, più vecchia di 30.000 anni rispetto alla più antica sinora conosciuta, rappresenta uno dei primi esempi di pensiero astratto dei nostri antenati. “Le conchiglie, raccolte in un fiume distante più di venti chilometri dalla grotta, racchiudono un messaggio simbolico” ha dichiarato Henshilwood. Molti ricercatori ritengono infatti che l’uso di oggetti decorativi come i gioielli è derivato dalla necessità dell’uomo (o della donna) di affermare la propria identità, per definire il gruppo sociale al quale apparteneva una persona o per definire lo status all’interno del gruppo. “Il simbolismo è la base di tutto quello che verrà dopo: l’arte rupestre, gli ornamenti personali e tutti i successivi comportamenti sofisticati dell’uomo, in una parola ciò che rende la nostra specie differente dalle altre”, ha concluso il professor Henshilwood.

8000 ANNI FA LA PRIMA CACCIA ALLA BALENA

– Le prove sono in una grotta sud coreana di Bangu-Dae, dove un anonimo artista ha dipinto le prime scene di caccia alla balena della storia. Capodogli, balene franche, orche e megattere sono ben riconoscibili nei quarantasei dipinti. “Ci sono illustrazioni di delfini e balene, di barche e persone con arpioni e lenze. Sono scene di caccia alla balena” ha affermato Daniel Robineau, autore della ricerca pubblicata sulla rivista scientifica L’Anthropologie. I graffiti risalgono a periodi diversi, dal 6000 al 1000 avanti Cristo. Nelle vicinanze della grotta i ricercatori hanno scoperto una gran quantità di gigantesche ossa di balena, a riprova del fatto che la caccia ai cetacei era una delle principali fonti di approvvigionamento di cibo della popolazione locale.

UN TABÙ PER SALVARE IL MARE

– La soluzione per i problemi del mare? Affidarlo alle popolazioni locali. È la ricetta di alcuni stati insulari del sud-est Pacifico, nella speranza che gli usi locali, le conoscenze tradizionali e le leggi tribali riescano a proteggere gli stock di pesce e la biodiversità più efficacemente delle leggi imposte dall’alto. Quasi tutti i paesi della Melanesia, compresi Papua Nuova Guinea, Fiji e Vanuatu, lamentano il declino dell’abbondanza di specie marine, sia pesci che molluschi. I loro rappresentanti si sono così riuniti con ricercatori, ambientalisti e giuristi e hanno compilato un elenco di principi sulla protezione dell’ambiente attraverso le leggi locali, che tradizionalmente affidavano ai villaggi la proprietà e la gestione del mare circostante. Il tabù, ad esempio, impediva la pesca in una determinata zona, rendendola di fatto una zona di riserva integrale e di ripopolamento. Si tratta di leggi che per ora non sono state promulgate da alcuno dei paesi partecipanti, ma saranno la base di un documento che verrà presto presentato ai rispettivi governi. Se verranno accettati saranno utilizzati per creare un piano d’azione regionale. Gli stati della Micronesia e della Polinesia sono in procinto di organizzare lo stesso sistema di controllo.

IL MARE MALATO

– Dalle balene ai coralli, dalle ostriche alle sardine, e dai Caraibi alle Maldive e all’Australia, ovunque gli animali marini si ammalano molto più spesso e di un numero sempre maggiore di malattie, che in passato. Negli ultimi anni balene e foche sono state vittima di nuovi virus, coralli e madrepore sono morti per infezioni di alghe e funghi, le sardine per colpa di virus, mentre un parassita è passato dalle ostriche agli altri frutti di mare e nei Caraibi un batterio sconosciuto ha causato la sparizione dei ricci di mare. Non è una questione di statistica, cioè un riflesso del maggior numero di ricercatori attivi e dei migliori strumenti a disposizione oggi rispetto agli anni passati. E neppure della facilità con cui si diffondono le informazioni. No: Jessica Ward, della Cornell University di Ithaca New York, e Kevin Lafferty, della University of California di Santa Barbara, hanno dimostrato, “pesando” tutti questi fattori, che in assoluto le malattie marine sono aumentate notevolmente in tutto il mondo. Le ragioni potrebbero essere molte: una di queste è l’aumento della temperatura superficiale del mare, dovuta al riscaldamento globale. Temperature troppo elevate provocano ad esempio lo “sbiancamento” dei coralli e li rende più vulnerabili alle infezioni. Il riscaldamento ha anche provocato la diffusione del parassita delle ostriche, ed è probabilmente responsabile dell’accelerazione della crescita del tumore delle tartarughe, causato dal virus dell’herpes. Un’altra spiegazione potrebbe essere che la pesca intensiva ha compromesso l’equilibrio degli ecosistemi marini. Dopo la moria dei ricci nei Caraibi i coralli sono stati letteralmente soffocati da un manto di alghe: “In condizioni normali le alghe sarebbero state mangiate dai pesci; ma non ce n’erano più” ha dichiarato Jessica Ward. Altre concause potrebbero essere l’introduzione di nuovi patogeni derivati dagli animali domestici (confermato dall’epidemia fra le foche dei mari settentrionali europei), l’accumulo delle tossine nei mammiferi marini che indeboliscono il sistema immunitario, l’introduzione di nuove specie “aliene” e delle loro malattie negli ecosistemi trasportate dalle navi nei loro viaggi intercontinentali.

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