Rubrica Ambiente e mare Nautica n.527 del 03/2006

Numero 527 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.527 del 03/2006

IL 2005 L’ANNO PIÙ CALDO DELLA STORIA, O QUASI

– Che sia stato fra i più bollenti a memoria d’uomo non ci son dubbi. Ma il dato più preoccupante è che a questo record è estraneo El Niño, l’anomalia climatica che si manifesta periodicamente nell’oceano Pacifico e che ha ripercussioni sul clima in tutto il mondo. “Negli ultimi sette anni, la temperatura mondiale è aumentata al punto che il 2005 ha eguagliato i livelli raggiunti nel 1997-98 quand’era in corso El Niño ha confermato James Hansen, ricercatore della NASA che si occupa di registrare le temperature medie annuali nel mondo. Quell’anno, un El Niño di notevole intensità aveva provocato un elevato riscaldamento in superficie del Pacifico. Nel 2005 molte aree del mondo si sono surriscaldate in modo analogo, ma senza il contributo del Niño. Come tutti ricorderanno, nel Nord Atlantico si sono formati un numero mai raggiunto prima di cicloni tropicali che hanno avuto conseguenze devastanti. Non è stata comunque una sorpresa: la stessa NASA aveva previsto, all’inizio dello scorso anno, che il 2005 sarebbe stato particolarmente bollente. Nell’ultimo secolo, infatti, la temperatura media della superficie terrestre si è alzata di 0,8°C, di cui tre quarti negli ultimi trent’anni. Nove degli ultimi dieci anni sono stati i più caldi registrati nella storia. “Il cambiamento climatico è una realtà e si sta facendo sentire anche dalla gente comune” ha concluso Hansen.

500 BALENOTTERE NEL SANTUARIO DEI CETACEI

– Presentati al pubblico i risultati di tre anni di studi nel santuario dei cetacei del Mar Ligure, l’enorme zona di mare di 100.000 chilometri quadrati fra Italia e Francia. I principali temi del progetto comunitario LIFE Natura “Attività di salvaguardia dei cetacei nel Santuario Internazionale” Pelagos, hanno riguardato le minacce alla conservazione dei cetacei nella zona del Santuario, e in particolare la regolamentazione del whale-watching, le collisioni con i cetacei causate dal traffico marittimo e le interazioni tra le popolazioni e le attività di pesca. Nell’ambito del progetto ha avuto grande importanza anche la comunicazione con il pubblico: parallelamente all’attività di ricerca, una campagna di educazione e divulgazione del progetto ha consentito la realizzazione di un video, un manuale di identificazione dei cetacei e la distribuzione di 20.000 volantini educativi nella zona del Santuario. Il Santuario Pelagos è un’enorme area marina a cavallo fra tre stati (Italia, Principato di Monaco e Francia) dove si concentra, d’estate, una straordinaria presenza di otto specie di cetacei: decine di migliaia di stenelle, qualche centinaio di capodogli e oltre 500 balenottere, lunghe fino a 24 metri. Una concentrazione eccezionale dovuta alla particolare conformazione del fondale del Mar Ligure, che innesca una straordinaria produzione annuale di 67 milioni di tonnellate di zooplancton di cui si nutrono, direttamente o indirettamente, i grandi cetacei. Grazie all’accordo firmato da Francia, Italia e Principato di Monaco, il Santuario è l’unica area protetta d’alto mare del Mediterraneo.

RITROVATI ANTICHI PORTI FENICI

– Grazie all’attenuarsi delle tensioni politiche in Libano e alla graduale ripresa delle attività di ricerca, sono stati finalmente identificati i luoghi dove sorgevano gli antichi porti di Tiro e Sidone. Scavando nei sedimenti degli odierni insediamenti urbani, gli archeologi hanno creato una mappa dell’antica linea costiera, modificata dai sedimenti nel corso dei millenni, e identificato i luoghi più probabili dove si nascondono gli antichi porti. Tiro e Sidone erano, migliaia di anni fa, quello che poi diventarono Venezia, Shanghai, Liverpool, New York o Singapore: i porti più importanti del loro mondo, crocevia di scambi commerciali e di contatti con il resto del mondo. Tessuti, vetri, spezie partivano dai porti fenici per essere trasportati poi in tutto il Mediterraneneo e anche oltre i suoi confini. Tiro e Sidone esistono ancora oggi, ma la linea costiera nei millenni è mutata: Sidone si è allungata sul mare, che si è andato via via insabbiando; Tiro, una volta costruita su un’isola, è ora fermamente ancorata alla terraferma, mentre gran parte della terra su cui sorgeva è ora finita sott’acqua. Gli scienziati del Centro Europeo di Ricerca sulle Geoscienze dell’Ambiente di Aix-en- Provence, in Francia, hanno prelevato campioni di terreno e stabilito l’età dei diversi strati delle “carote” utilizzando la datazione al carbonio radioattivo. In questo modo hanno potuto tracciare gli spostamenti della linea di costa intervenuti negli ultimi tremila anni e localizzare la zona degli antichi porti.

IL PESCE PIÙ PICCOLO AL MONDO

– è lungo meno di un’unghia e ha un peso insignificante. è trasparente, non ha denti o scaglie, e probabilmente vive solo per un paio di mesi; ma sente, vede, nuota e si riproduce esattamente come tutti gli altri pesci del mare. è il “pesce infante”, il pesce più piccolo del mondo, scoperto recentemente da ricercatori americani nei mari della Grande Barriera Corallina australiana. Un pesce talmente piccolo che finora era sfuggito a ogni controllo e di cui solo sei esemplari sono caduti nella rete ideata per raccogliere il plancton più trasparente e minuto. La più grande è una femmina adulta, lunga meno di un centimetro: cade così il primato del “gobide nano”, ritenuto finora il più piccolo pesce al mondo, lungo quasi il doppio del nuovo minuscolo pesce infante. “Questa scoperta allarga il nostro orizzonte di comprensione della vita nel mare e dimostra quanto siamo lontani dall’aver compreso la varietà di specie che popola il nostro pianeta” ha dichiarato William Watson del National Marine Fisheries Service, uno degli scopritori del minuscolo pesce. Che avverte: “i cambiamenti nell’ambiente potrebbero far scomparire specie intere prima ancora che i gli stessi biologi si accorgano della loro esistenza”.

DELFINO COMUNE DEL MEDITERRANEO: PIÙ PROTETTO DI COSÌ NON SI PUÒ… MA SOLO SULLA CARTA

– La popolazione mediterranea del delfino comune (Delphinus delphis) ha raggiunto il più alto grado di protezione possibile, legislativamente parlando: alla fine dello scorso novembre, nel convegno della Convenzione sulle Specie selvatiche Migratorie (conosciuta anche come Convenzione di Bonn), tenutosi a Nairobi, è passata dall’Appendice II all’Appendice I. “Questo innalzamento del livello di guardia normativo – spiega Giovanni Bearzi, presidente dell’Istituto Tethys che si occupa della tutela di questi animali – indica che il delfino comune necessita di misure urgenti di tutela se non si vuole che scompaia del tutto dal Mediterraneo”. Tali misure, per essere efficaci, dovranno comprendere la conservazione dell’habitat dove vivono questi animali – ad esempio attraverso la creazione di Aree Marine Protette – e il controllo di tutti i fattori che possono mettere in pericolo la sopravvivenza della specie in Mediterraneo, tra cui la pesca eccessiva e le catture accidentali nelle reti. Tutti gli Stati che aderiscono alla Convenzione di Bonn hanno l’obbligo di promuovere azioni in questo senso. Il delfino comune del Mediterraneo, molto abbondante nelle nostre acque fino a 30-50 anni fa, era da tempo al centro dell’attenzione dal punta di vista conservazionistico, tanto che nel 2003 l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) – in seguito a una proposta dello stesso Bearzi – lo aveva incluso nella famosa Lista Rossa degli animali più minacciati, dichiarandolo “in pericolo”. “Con questo ulteriore traguardo – spiega Bearzi – la popolazione mediterranea di delfino comune ha ottenuto la massima protezione normativa che era possibile ottenere. Ora è necessario che gli Stati rivieraschi del Mediterraneo passino dalle parole ai fatti, e si adoperino concretamente per la tutela degli animali in natura”. Per informazioni: www.tethys.org.

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