Rubrica Ambiente e mare Nautica n.521 del 09/2005

Numero 521 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.521 del 09/2005

IL MEDITERRANEO CON LA FEBBRE?

Ricordate l’estate di due anni fa? Sole implacabile, poco o pochissimo vento, scarsissime precipitazioni: un’estate infernale che provocò centinaia di morti in tutta Europa. Anche sott’acqua le cose non andarono diversamente: il mare rimase immobile per lunghe settimane, intrappolando in superficie tanto di quel calore da riscaldare l’acqua di più di 4°C rispetto alla media stagionale, e spingendo oltre i 40 metri l’acqua più fredda tipica invece dei 20-25 metri. Tutti gli organismi che vivevano oltre quella profondità, abituati a una temperatura costante di 13°C, inverno o estate, si trovarono invece per settimane a temperature per loro elevatissime. Poco importò ai pesci e a quegli organismi in grado di muoversi, come gamberi, granchi, molluschi; chi però viveva ancorato a uno scoglio non potè fuggire, così sui fondali di ampie zone in Tirreno molte spugne e moltissime gorgonie morirono. Così come alle Maldive, dove el Niño aveva innalzato la temperatura dell’acqua e provocato un tale stress da far “sbiancare” i coralli, anche in Mediterraneo impallidì la loro equivalente, la madrepora Cladocora.

I 4°C di riscaldamento dell’estate 2003 sono stati, fortunatamente, un’eccezione; eppure il Mediterraneo si sta lentamente scaldando sempre di più. Lo registrano i termometri dei ricercatori, ma possono verificarlo gli stessi lettori, scendendo in acqua con maschera e pinne e confrontando ciò che vedono con i ricordi di 15-20 anni fa. A parte il generale impoverimento di pesce – tendenza che fortunatamente in alcune zone sembra rallentare se non addirittura invertirsi – si registra invece l’arrivo di alcune “new entries”, soprattutto nelle zone settentrionali del nostro mare: è il caso della donzella pavonina, uno dei pesci più colorati del nostro mare, che fino a dieci, quindici anni fa era confinata nelle acque a sud della Sardegna e della Campania ma che ora si osserva con facilità anche in Liguria. È questo il risultato della “meridionalizzazione” del nostro mare, cioè lo spostamento di alcune specie dalle zone meridionali del Mediterraneo a latitudini più elevate, dove prima non riuscivano a vivere per colpa dell’acqua troppo fredda.

Lo conferma Giuseppe Manzella, oceanografo fisico impegnato nel progetto speciale “Clima Globale e Mediterraneo” presso il Centro ricerche ambiente marino dell’Enea di La Spezia: “Il nostro sistema d’osservazione, attivo da parecchi anni, rileva che ci sono molti più cambiamenti di quelli che potevamo preventivare. In particolare, assistiamo a un completo riadattamento delle specie che vivono nel Mediterraneo”.

Ma la prova che davvero le acque dei nostri mari sono diventate più calde arriva soprattutto dalla presenza di specie che fino a pochi anni fa erano estranee. Gli esperti ne parlano come di specie aliene: “Arrivano dai mari tropicali – spiega Marino Vacchi dell’ICRAM – dall’Atlantico o dalla zona indo-pacifica passando attraverso il canale di Gibilterra e quello di Suez e si insediano soprattutto nel bacino di levante del Mediterraneo e alcune anche sulle nostre coste”. Tra le specie in arrivo dai mari tropicali (chiamate specie lessepsiane da Ferdinand de Lesseps, l’ingegnere che progettò il Canale di Suez), vi è ad esempio la fistularia o pesce flauto, oramai avvistato anche nei mari siciliani. Le preoccupazioni degli esperti sono legate però non tanto a questi spostamenti migratori, quanto alla possibilità che si crei una competizione per le risorse alimentari in cui qualche specie autoctona potrebbe rimanere svantaggiata. Anche per questo da più parti si auspica un potenziamento del sistema di monitoraggio della fauna marina, ancora insufficiente nei nostri mari.

Il surriscaldamento delle acque del Mediterraneo contribuisce anche ad aggravare quel fenomeno di eutrofizzazione molto frequente, specie nell’Adriatico, e che si manifesta con una presenza eccessiva di alghe nelle nostre acque. Spiega, a tal proposito, Giuseppe Manzella: “L’aumento di alghe è una diretta conseguenza di fattori di origine antropica, cioè legati all’azione dell’uomo. Attraverso i fiumi e l’atmosfera, infatti, vengono immessi nel mare quantità eccessive di azoto e fosforo, che contribuiscono all’accrescimento delle alghe. Queste consumano più ossigeno, sottraendolo tra l’altro anche alla fauna ittica, e si depositano poi sul pelo dell’acqua. Per ovviare a questo problema servirebbe un buon rimescolamento delle acque, così che il mare possa essere riossigenato, ma questo non avviene quando l’acqua si riscalda, impedendo così il disperdere di queste sostanze”.

Per capire fino a quanto il riscaldamento del mare sia opera dell’uomo è necessario poter fare un confronto con il passato e stabilire se il Mediterraneo abbia già sperimentato in passato variazioni di temperatura di questa entità; cioè se si possa pensare che esse siano naturali e cicliche. I ricercatori dell’ICRAM, l’Istituto Centrale per la Ricerca Applicata al Mare, forniscono ora una risposta. Dai loro dati si scopre che simili temperature superficiali del mare sono state registrate già 450 anni fa, durante un periodo simile all’attuale e noto come Periodo Caldo Medievale. Poiché allora, com’è evidente, non c’era nessuno a registrare i dati di temperatura del nostro mare, i ricercatori han dovuto interrogare dei gasteropodi marini, i vermetidi che si accrescono formando una sorta di marciapiede lungo la linea di riva, registrando al loro interno le variazioni di temperatura dell’acqua. Gli studi condotti dall’ICRAM, in collaborazione con le più importanti realtà nazionali e mondiali, hanno permesso di dimostrare come negli ultimi 8.000 anni le temperature del mare “nostrum” siano andate costantemente raffreddandosi, mostrando, all’interno di questo trend generale, delle oscillazioni caldo-freddo di più breve durata. Dal 1650 circa sino alla metà del XIX secolo si è registrata una di queste brevi oscillazioni, che ha portato il clima a raggiungere, in alcuni casi, le temperature del mare più basse degli ultimi 8.000 anni. Tale periodo, successivo alla fase calda medievale, è noto come Piccola Età Glaciale. Successivamente, come già avvenuto più volte nel passato, il clima è andato nuovamente riscaldandosi. Seppure la velocità di questo riscaldamento si è mostrata particolarmente repentina, gli archivi climatici fossili, usati dai ricercatori italiani, non evidenziano per il Mare Mediterraneo temperature recenti più calde di quelle medievali. Fra questi indicatori innovativi alcuni, come i coralli non-tropicali delle nostre coste, dimostrano, invece, che negli ultimi 100 anni la temperatura del mare è rimasta pressoché costante, pur con anomalie significative come quella del 2003.

Le ricerche attualmente in corso di nuovi archivi capaci di fornire la registrazione delle temperature superficiali del mare con un dettaglio settimanale per gli ultimi due secoli, permetteranno ai ricercatori di calibrare al meglio i modelli che, attualmente, evidenziano come il clima del Mediterraneo sia fortemente influenzato da quello atlantico – almeno a partire dal 1870, anno in cui sono disponibili affidabili serie di rilevazioni strumentali. In conclusione, l’anomalia termica del 2003 non si mostra, per ora, come il sintomo di un prossimo stravolgimento del clima del Mare nostrum.

Come spesso accade, comunque, altri organismi hanno tratto vantaggio dall’ondata di calore di quell’estate torrida. L’anno successivo, infatti, sono fiorite un pò ovunque nel Tirreno le praterie di Posidonia, un evento raro che si è sviluppato con un’intensità che non si ricordava da trent’anni. Da quei fiori sono maturati i frutti che, staccatisi dalle piante, sono saliti in superficie, presi dalle correnti e portati alla deriva. Per alcune settimane il mare è stato coperto da tappeti di piccole olive galleggianti, involucri in principio chiusi e quindi scoppiati a rivelare il piccolo seme che, caduto sul fondo, ha iniziato a germinare e a gettare le basi per nuove praterie.

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