Rubrica Ambiente e mare Nautica n.575 del 03/2010

Numero 575 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.575 del 03/2010

2010, ANNO DELLA BIODIVERSITA’

2010: per le Nazioni Unite è l’anno della biodiversità. Attenzione puntata quindi sulla varietà di specie animali e vegetali del nostro pianeta e sugli ambienti in cui esse vivono. È un’occasione importante per riscoprire e celebrare il Mediterraneo, una delle zone più importanti al mondo per la sua straordinaria biodìversità.

MEDITERRANEO, HOTSPOT DI BIODIVERSITA’

Qualche dato: ricopre appena lo 0,8% della superficie mondiale degli oceani, eppure ospita il 7% delle specie conosciute. Delle 12.000 segnalate nel nostro mare (un numero sicuramente sottostimato, a cui ogni anno si aggiungono nuove scoperte) il 30% circa è endemico, cioè vive solo ed esclusivamente qui e non altrove. Non esistono altre zone al mondo, se non forse il sud Australia, con un tasso così elevato di specie caratteristiche. E anche molte specie che, oltre che qui, vivono in altri mari sono in realtà “Mediterranee DOC”: il DNA di balenottere e tartarughe è infatti diverso da quello degli esemplari della stessa specie che vivono in Atlantico. I capodogli mediterranei parlano un dialetto differente, oltre ad avere abitudini completamente diverse da quelli di tutti gli altri mari. E anche gli animali che periodicamente si avventurano oltre le Colonne d’Ercole invariabilmente poi vi fanno ritorno: i tonni, ad esempio, dopo aver banchettato nelle ricche acque del Nord Europa, Africa o America, abbandonano i “cugini” in Atlantico e si danno appuntamento, fra loro, nelle acque sarde e siciliane per la riproduzione.

L’ORIGINE DI UN MARE

Il Mediterraneo, così come lo conosciamo noi, è nato cinque milioni di anni fa. Mezzo milione di anni prima i movimenti della Terra avevano sollevato lo Stretto di Gibilterra sigillandolo di fatto dall’Atlantico: complice il caldo intenso, in poco tempo il bacino si prosciugò quasi del tutto. Così come si era sollevata, la terra prese però a scendere e l’Atlantico invase di nuovo il nostro mare. Non fu una cosa graduale: ricercatori spagnoli, osservando le profonde incisioni sui fondali di Gibilterra, calcolano che nei periodi di massimo flusso l’oceano si riversò da noi con la potenza di mille Rii delle Amazzoni. Il livello dei mari salì di oltre dieci metri al giorno e il bacino si riempì per oltre il 90% in appena dieci mesi. Più che una cascata, fu un’inondazione. Uno spettacolo grandioso che sancì la nascita, l’aspetto e la biodiversità del Mediterraneo. Quasi tutte le specie del nostro mare provengono infatti dall’Atlantico ma, nel tempo, si sono adattate al nostro ambiente, più caldo e più salato dell’oceano, e hanno dato vita a miriadi di nuove specie.

IL MEDITERRANEO CHE CAMBIA

La biodiversità così particolare del Mediterraneo sta subendo però un rapido cambiamento, per cause che spesso recano chiara l’impronta dell’Uomo. Nuove specie entrano ogni anno in Mediterraneo, altre modificano la loro distribuzione a causa del cambiamento climatico. L’apertura del Canale di Suez ha inaugurato una nuova via di comunicazione tra il Mediterraneo e il Mar Rosso: da allora una gran quantità di pesci tropicali è penetrata nel nostro mare e, non trovando predatori, vi si è insediata scalzando spesso le specie nostrane. Anche il traffico navale ha mutato il volto del Mediterraneo, e messo a serio rischio non solo la sua biodiversità originaria ma anche le attività economiche della pesca. È accaduto nel Mar Nero, dove una piccola medusa imbarcata “clandestinamente” nelle stive, vi ha trovato le condizioni ideali per prosperare, mettendo in crisi la pesca delle acciughe, di cui si nutre. Solo l’arrivo di un’altra medusa sua predatrice – clandestina anch’essa – ha riportato la situazione in equilibrio. Ma ovunque in Mediterraneo si registrano sempre più spesso invasioni di altre meduse, seppur nostrane, che mettono in ginocchio il turismo di molte aree costiere. Che il mare sia in continua evoluzione è normale e del resto il Mediterraneo ne è testimone: è stato così freddo da ospitare persino i pinguini (dipinti dagli uomini preistorici in una grotta francese!). Ma prima ancora il mare che ricopriva l’odierna Verona pullulava di pesci angelo e pesci farfalla pressoché identici a quelli che nuotano ora sulle barriere coralline maldiviane. Curiosità ma non certo eccezioni in un pianeta che vive ciclicamente di fasi calde e glaciazioni e dove il livello del mare sale e scende di duecento metri. A parte l’episodio che ha lasciato letteralmente a secco il Mediterraneo, però, questi cambiamenti sono finora avvenuti in modo graduale e ciò ha consentito a piante e animali tempo sufficiente per adattarsi alle nuove condizioni. I cambiamenti che stanno avvenendo ora, invece, non dipendono dai cicli naturali della Terra, che si misurano in milioni di anni: il Canale di Suez è stato aperto solo cento anni fa e da allora il numero di specie di pesci in Mediterraneo è aumentato del 20%. È passato ancora meno tempo da quando l’Uomo ha iniziato a rendere impraticabili le spiagge dove le tartarughe, in perfetta solitudine, andavano a deporre le uova. Nello stesso tempo, l’inquinamento agricolo e industriale ha avvelenato il mare, le carni di pescispada, delfini e balene e provocato aberrazioni sessuali in più di una specie. La pesca – ormai sempre più spesso illegale in un mare sfruttato oltre le sue capacità – mette a rischio di sopravvivenza molte delle specie “bersaglio” e, spesso, anche quelle che con esse condividono l’ambiente.

IL FUTURO

Il 2010 è l’anno della Biodiversità. È quindi il momento ideale per fare il punto della situazione. Il Mediterraneo, culla di centinaia di specie uniche al mondo, sta subendo pressioni su ogni fronte: le sue acque sono ora più calde, più salate, più inquinate e più sfruttate che mai. Più affollate di specie nuove, cui però spesso corrisponde il rapido declino delle specie originarie. È impossibile, spiegano i ricercatori, prevedere l’impatto che tutto ciò avrà sull’ambiente, le catene alimentari e l’economia umana. È una condizione ormai irreversibile ma che dovrebbe quantomeno essere costantemente monitorata. A ottobre il Census of Marine Life, gigantesco progetto decennale di migliaia di ricercatori impegnati a un censimento delle forme di vita marine mondiali, aggiungerà qualcosa ma non poi molto alla conoscenza del Mediterraneo. Pochi i progetti e i ricercatori italiani coinvolti. L’Italia che, con milioni di abitanti sulla fascia costiera e una gran fetta di PIL nazionale prodotto lungo 7000 chilometri di coste, dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano nello studio del suo mare, è rimasta largamente a guardare. I fondi universitari scarseggiano ma anche dove, grazie a fondi europei, le risorse non sono un problema, la ricerca marina ha subito un duro attacco: il Ministero dell’Ambiente ha cancellato l’ICRAM, il suo Istituto di Ricerca marino, accorpandolo ad altro istituto e lasciato a casa molti ricercatori precari; rinnovando sì alcune linee di ricerca ma solo dopo due mesi di protesta sul tetto dei biologi dell’istituto. La biodiversità del Mediterraneo è sotto attacco, ma sembra che il nostro mare debba combattere questa battaglia da solo.

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