Rubrica Ambiente e mare Nautica n.459 del 07/2000

Numero 459 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.459 del 07/2000

MILLE ANNI PER SMALTIRE UNA BOTTIGLIA DI VETRO IN MARE

– Mille anni. Tanto ci vuole perché una bottiglia di vetro gettata in mare si frantumi e sparisca completamente. Tutto sommato poco male: il vetro è un materiale inerte che non inquina. Ma che dire delle bottiglie di plastica? È bene fare molta attenzione a non disperderle perché in mare non si degradano mai completamente. La vita dei rifiuti in mare l’ha registrata Legambiente per sensibilizzare gli italiani sul problema dell’inquinamento del mare, che non può e non deve essere considerato un enorme contenitore di rifiuti. Mille anni, secondo l’associazione, è il tempo richiesto per lo smaltimento del polistirolo; per il degrado di una comune lattina di alluminio ne occorrono ben 500. Ma bisogna anche evitare di abbandonare buste di plastica e prodotti di nylon: per le prime i tempi di degrado oscillano dai 10 ai 20 anni, per i secondi salgono ai 30-40. Ma anche i rifiuti più comuni non spariscono dal mare velocemente: un semplice fazzolettino di carta ha bisogno di tre mesi per degradarsi, un fiammifero sei. Un mozzicone di sigaretta, infine, si scompone in un tempo variabile tra uno e cinque anni: un implicito appello a tutti i fumatori a gettare le “cicche” negli appositi contenitori. Anche in barca.

PULIZIA DEI FONDALI

– A terra, sott’acqua e anche per mare, i volontari di Legambiente hanno pattugliato a fine maggio alcuni tratti delle coste italiane per ripulirle dai rifiuti accumulatisi con le mareggiate invernali. In un’analoga iniziativa lo scorso anno lungo i fondali di cinque parchi marini (Asinara, Egadi, Porto Cesareo, Capo Rizzuto, Cinque Terre), gli “spazzini ecologici” hanno raccolto in tre mesi di lavoro oltre 37 tonnellate di rifiuti: dalle batterie esauste ai frigoriferi, dalle bombole del gas ai materassi e persino il motore di un aereo, risalente alle Seconda Guerra Mondiale. Il primato negativo per quantità di rifiuti raccolti è spettato all’Asinara, dove in un’area di 170 ettari sono state raccolte 19 tonnellate di rifiuti, più di 112 kg per ettaro. Seguono le isole Egadi con 14.5 t., Porto Cesareo con 2.1 t., Cinque terre (1.5 t.) e Capo Rizzuto (700 kg). I rifiuti sono stati poi suddivisi per tipologie di materiali e smaltiti da ditte specializzate.

PREVENIRE È MEGLIO CHE CURARE

– Ci indigniamo quando, passeggiando su una spiaggia o navigando fra le isole, come in alto mare, troviamo bottiglie di plastica, catrame, immondizia di varia natura; e condanniamo le petroliere che lavano le cisterne prima di imbarcare un nuovo carico, come gli incivili che, in barba più al buon senso che alle leggi, scaricano a mare la loro immondizia. Mai ci sogneremmo di gettare a mare un sacchetto di plastica e per questo siamo a posto con la nostra coscienza ecologica. Ma basta questo per esserlo per davvero?

Ecco una serie di piccoli gesti e buone abitudini per contribuire sensibilmente alla salute del nostro mare.

IL MARE NON È UNA DISCARICA

– Non gettate oggetti di plastica a mare e men che meno i sacchetti che, oltre a degradarsi in tempi veramente lunghi (vedi box), vengono scambiati per meduse da tartarughe, delfini e balene, causando spesso la loro morte per soffocamento o per occlusione intestinale. Più prosaicamente, poi, i sacchetti possono impigliarsi nelle eliche o nelle prese a mare di altre barche (il bulbo di Luna Rossa docet). I mozziconi di sigaretta sono, è ovvio, ugualmente banditi, come le lattine di alluminio e bottiglie di vetro: buttarle è oltretutto un vero spreco visto che entrambe sono totalmente riciclabili. Disco verde per gli avanzi del cibo, ma solo se scaricati in navigazione a una certa distanza dalla costa, mai all’uscita dei porti o all’arrivo in una baia: sono o diventeranno cibo per pesci, ma sono orribili da vedere galleggiare soprattutto quando si è in rada. La carta è biodegradabile, ma in tempi lunghi; oltretutto spesso è trattata con coloranti o sbiancanti, è oleata o plastificata ed è quindi preferibile non buttarla mai a mare.

OCCHIO ALL’IMBARCO E ALLO SBARCO

– Eliminare gli imballaggi superflui di carta e plastica mentre si stiva la cambusa a bordo è un ottimo modo per diminuire la quantità di rifiuti prodotta in barca. I sacchetti della spazzatura vanno, è ovvio, scaricati a terra negli appositi contenitori; meglio sulla terraferma che nelle piccole isole, dove lo smaltimento è più difficile e costoso. Se vi è possibile separate i rifiuti in plastica, in vetro, in carta e soprattutto le batterie: ormai anche i porticcioli più piccoli sono attrezzati per la raccolta differenziata.

LIQUIDI

– È obbligatorio raccogliere l’olio usato e versarlo negli appositi contenitori nei porti o distributori. Detersivi: se ne usa assai più di quanto sia effettivamente necessario e anche se la maggior parte si vanta di essere biodegradabile, meno ne scarichiamo, meglio è. L’acqua di mare, ricca di sali minerali, ha un potere sgrassante maggiore di quella dolce e consente di ridurre la quantità di sapone sia per l’igiene personale che per le esigenze di bordo. Sgrassate le pentole e i piatti lasciandoli a mollo e lavandoli in acqua di mare con solo l’ultimo sciacquo in acqua dolce. E naturalmente. mai in rada dopo pranzo, in mezzo alle altre barche!

A TAVOLA

– Chi ama pescare si comporti da vero pescatore: rinunci alle prede sotto taglia e rispetti scrupolosamente le leggi che indicano le specie protette e quelle consentite, il numero di esemplari catturabili al giorno e il periodo di tregua che coincide con il momento riproduttivo. Al ristorante, chi ama i frutti di mare ricordi che mangiare datteri è un crimine ambientale: non solo perché un dattero di una decina di centimetri ha oltre sessant’anni di età, ma soprattutto perché la sua raccolta è causa di distruzione di gran parte della costa sommersa pugliese, campana, calabra e sicula, un cancro che si sta rapidamente diffondendo anche in Sardegna e in Liguria, e che da tempo ha intaccato le coste slave ed albanesi. Come rivela il nome latino (Lithophaga lithophaga, “che si ciba di roccia”) il più saporito dei frutti di mare vive nascosto nella roccia calcarea entro la quale scava una nicchia a misura del suo corpo; ma poiché l’apertura all’esterno è più piccola della sua conchiglia, l’unico modo di estrarlo è di spaccare la roccia che lo contiene. È quanto fanno i “datterari” che, armati di martello pneumatico, violentano sistematicamente la fascia sommersa dei primi metri, raccogliendo i preziosi bivalvi e strappando nello stesso momento, assieme alla roccia, tutta la comunità animale che vi si aggrappa. Nonostante il divieto assoluto di raccolta la domanda è ancora alta e dà vita ad un giro d’affari stimato di cinque miliardi di lire per la sola Puglia (e per la Campania i valori sono senza dubbio più elevati). La legge vieta espressamente anche l’importazione dall’estero e poiché non esistono allevamenti di datteri (crescono così lentamente – poco più di due millimetri in un anno! – che nessuno ha mai tentato un’impresa di questo genere), tutti i datteri sono di provenienza illegale. Ricordate: per ogni piatto di spaghetti con i datteri è stato distrutto un metro quadrato di fondale marino. Regolatevi secondo coscienza e. avvertite le Autorità.

SIATE PARTE ATTIVA NELLA PROTEZIONE DEL MARE

– non solo col vostro comportamento, ma informando e consigliando i vostri vicini di barca delle conseguenze dei loro comportamenti. E non esitate a contattare le Capitanerie di Porto o il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri presso il Ministero dell’Ambiente (NOE, numero verde: 800-253608) per segnalare scarichi abusivi o oltraggi ambientali.

L’INQUINAMENTO È ANCHE ACUSTICO

– ricordiamo infine che uno dei grandi piaceri dell’andar per mare è la tranquillità: abbassiamo allora il volume dello stereo in vicinanza di altre barche!

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