Rubrica Ambiente e mare Nautica n.461 del 09/2000

Numero 461 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.461 del 09/2000

I RICCI DI MARE

Non li degnamo di uno sguardo, se non per evitarli accuratamente. Che è esattamente ciò che essi vogliono: l’armatura di spine dei ricci di mare serve infatti proprio per scoraggiare i predatori (stelle marine, pesci, crostacei, bagnanti e buongustai), ma non solo. Con le spine i ricci combattono, si difendono, camminano e sono persino in grado di scavare nella roccia. Tipi interessanti, i ricci. E anche fondamentali per l’ambiente: non ci fossero loro a brucare lo strato d’alghe che istantaneamente ricopre ogni superficie libera sul fondo del mare, nient’altro riuscirebbe ad attecchire sugli scogli. Due le specie che tutti i subacquei avranno certamente visto in Mediterraneo: il riccio nero (erroneamente chiamato “riccio maschio”) Arbacia lixula e il riccio marrone (chiamato anche “riccio femmina”) Paracentrotus lividus. Vivono nello stesso ambiente roccioso a poca profondità ma poiché conducono stili di vita diversi la convivenza è pacifica. Il riccio nero Arbacia (che se viene tenuto al buio diventa marrone, per riassumere in meno di un’ora il colore nero) vive di preferenza su pareti verticali e si ciba di alghe calcaree, mentre il riccio marrone (che può anche essere rossastro, nero, verde, violetto e a volte anche bianco) si nutre di alghe con tallo molle e sceglie piani più o meno orizzontali. Riconoscibili anche i loro scheletri: quello più grazioso e ornato è del riccio nero; quello di un verde monotono è del Paracentrotus. Quest’ultimo è capace di scavarsi una nicchia nella roccia dove torna al rientro dalle battute notturne di pascolo. Detto per inciso, questo riccio non ama davvero la luce e di mattina si ricopre, a differenza del riccio nero, di pezzi di alghe, conchiglie e sassi che trova sul fondale. Se ci fossimo immersi nelle nostre regioni settentrionali poco più di un secolo fa non avremmo mai osservato un riccio nero: l’Arbacia fino ad allora era infatti confinata solo nelle regioni meridionali del bacino. Lo scheletro è più appiattito per offrire meno presa alle onde, visto che predilige ance le bassissime profondità. I pedicelli ambulacrali del lato superiore del riccio non possiedono ventose alle estremità ed è per questo che questa specie non si ricopre mai di detriti; il riccio nero viene chiamato “maschio” perché i suoi prodotti sessuali, a differenza del Paracentrotus, hanno un sapore amaro sgradevole.

Si nutrono grazie a una struttura complessa chiamata “lanterna di Aristotele”, un complesso di muscoli, denti e parti calcaree che forma una sorta di becco con cui il riccio bruca e tritura le alghe. In alcune specie i denti vengono utilizzati anche per scavare la roccia: con un simile trattamento si consumano velocemente ed è per questo che i denti crescono in continuazione. La bocca è posta generalmente nella parte inferiore dell’animale, mentre i rifiuti sono espulsi attraverso l’ano, situato sulla parte superiore del riccio. “Superiore” e “inferiore” e non “testa” e “coda”, perché la caratteristica tipica dei ricci (come delle stelle di mare, loro parenti) è quella di avere una simmetria pentaradiale. Una struttura che diventa evidente osservando lo scheletro di un riccio, che troverete facilmente cercando negli anfratti delle rocce a pochi metri di profondità. Esso è composto, contatele!, da venti file di piastre calcaree ricurve unite fra loro a formare una teca rigida. Sono suddivise in piastre ambulacrali (più strette e con fori attraverso cui passano i pedicelli ambulacrali; se rovesciate il guscio e lo guardate dall’interno noterete i cinque spicchi finemente bucherellati) e piastre interambulacrali su cui sono inferite le spine. Man mano che il riccio cresce, queste piastre si allargano ai loro bordi e nuove piastre si aggiungono sulla sommità dell’animale. Tra la teca e l’aculeo ci sono due strati di fibre muscolari che muovono l’aculeo. I sessi sono separati; le gonadi (cinque) sono quegli spicchi arancioni (nelle femmine) o giallo più chiaro (nei maschi) così apprezzati dai buongustai nel Paracentrotus lividus. La forma dei ricci può essere globulare, ovale o discoidale. La classe è infatti divisa in due gruppi: i ricci “regolari”, che hanno una forma più o meno sferoidale, e i ricci “irregolari” (si chiamano proprio così) che possono avere forma a cuore, ovale e schiacciata e che in genere vivono sui fondali sabbiosi e fangosi. Molte altre specie di riccio popolano i fondali mediterranei; fra i tati segnaliamo il riccio diadema Centrostephanus longispinus che, some dice il nome, è caratterizzato da lunghe e sottilissime spine, e lo spatango, che vive negli ambienti sabbiosi, dove si seppellisce di giorno per riemergere la notte. e che a differenza dei ricci finora esaminati ha una simmetria bilaterale. Suo è quel guscio bianco fragilissimo che si trova spesso al confine fra Posidonia e sabbia o alla base delle pareti: se lo prenderete in mano con attenzione potrete osservare che in questa specie, come in tutti i ricci irregolari, abbiamo un “davanti”, dov’è posta la bocca, e un “didietro”, dove si apre l’ano.

RICCI “MASCHI” E RICCI “FEMMINA”?

Per molti è un appuntamento irrinunciabile dell’estate: raccogliere i ricci e gustarli così, appena sgusciati, con il pane e appena un goccio di limone. Ma come riconoscere i ricci “buoni” da quelli meno gustosi? Facile, rispondono gli aficionados: basta prendere i ricci femmina, quelli marroni, e lasciar perdere i maschi, quelli neri. Errore: i ricci gustosi sono si quelli marroni ma appartengono a una specie completamente differente (Paracentrotus lividus) rispetto a quelli scuri (Arbacia lixula). Dei ricci si gustano le gonadi, i prodotti sessuali, che nella femmina sono color arancio carico e nel maschio di un giallo più pallido. La prelibatezza delle uova di riccio è conosciuta in tutto il mondo e ovunque essi sono oggetto di pesca intensiva. I giapponesi sono particolarmente ghiotti di questo cibo e lí esportazione verso il paese del Sol Levante ha generato negli ultimi anni in California, secondo i dati del California Department of Fish and Game, un giro d’affari di oltre 80 milioni di dollari l’anno, più di quanto producano i granchi o il salmone.

SPINE DI RICCIO

Sottili come aghi e fragili come il vetro, o corte e tozze come mozziconi di matita, le spine dei ricci formano già di per sé un notevole deterrente per i malintenzionati; in più, orientate e bloccate rigidamente nella posizione più opportuna, possono essere anche utilizzate come mezzo di difesa attiva. Paracentrotus lividus, il comune riccio marrone, utilizza poi le spine per scavare delle nicchie riparate sugli scogli, dove trascorre la giornata al riparo delle onde e dei predatori: individuata una depressione nello scoglio il riccio inizia ad allargare il foro grazie all’azione abrasiva delle spine e quindi dei denti. Le spine, che possono superare in alcune specie anche i venti centimetri di lunghezza, sono infisse sullo scheletro (il “guscio” esterno che contiene tutti gli organi dell’animale) con uno snodo, il tubercolo, che consente una notevole libertà di movimento in ogni direzione. Grazie ad esso i ricci possono orientarte le spine in direzioni diverse e indipendenti e sfruttarle così anche per camminare. Il movimento è assicurato però soprattutto dai pedicelli ambulacrali, flessibili tentacoli che fuoriescono dal guscio, forniti di ventosa all’estremità, che consentono al riccio di arrampicarsi anche su pareti lisce come il vetro e aderirvi con forza notevole. I pedicelli, che possono oltrepassare in lunghezza le stesse spine, sono comandati da un sistema idraulico ingegnoso: quando il riccio pompa acqua dall’interno del corpo e aumenta la pressione interna, i pedicelli si allungano per poi contrarsi, quando la pressione diminuisce, grazie ai loro stessi muscoli o per l’elasticità delle pareti del pedicello stesso.

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