Rubrica Ambiente e mare Nautica n.473 del 09/2001

Numero 473 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.473 del 09/2001

STANNO BENONE I 18.000 PINGUINI

colpiti lo scorso anno dalla “marea nera” di petrolio in Sud Africa. Anzi, le cure di veterinari e volontari sono state così efficaci che i pinguini si stanno riproducendo come mai in passato. Grandi quantità di pesce e l’incisiva azione di recupero ha contribuito al successo della campagna e alla ripresa delle colonie. Il grave incidente della petroliera, che il 23 giugno del 2000 aveva versato in mare grandi quantità di greggio, è stato la causa della morte di duemila uccelli e ha colpito seriamente il 40% dei pinguini sudafricani.

DELFINI IN PROVETTA.

Sono nati a Hong Kong i primi delfini concepiti artificialmente. I piccoli sono nati a maggio, a nove giorni di distanza, da due madri diverse, Ada e Gina, le prime tursiopi ad aver portato a termine una gravidanza frutto dell’inseminazione artificiale. Diversi erano stati i tentativi effettuati in passato negli Stati Uniti, ma tutti erano falliti perché i delfini hanno delle ovulazioni irregolari. I ricercatori di Hong Kong, diretti da Fiona Brook, sono invece riusciti a determinare il momento esatto dell’ovulazione grazie agli ultrasuoni. Lo sperma utilizzato per fecondare le femmine era quello di altro delfino ospitato nello stesso oceanario, mentre i ricercatori vogliono ora tentare di utilizzare sperma congelato. La nascita dei piccoli è un buon segno non tanto per la conservazione della specie, quanto per i delfini in cattività, dove i nuovi nati sono spesso frutto dell’accoppiamento fra consanguinei: la fecondazione artificiale consente di allargare il patrimonio genetico e questo garantirebbe piccoli più sani. Questa tecnica potrebbe però essere usata in futuro per altre specie di cetacei: per esempio nel caso del delfino rosa, il delfino fluviale cinese di cui ne rimarrebbero oramai solo un migliaio di esemplari.

IL CAVIALE, L’ORO NERO DEL MAR CASPIO.

Questo Natale ci sarà poco caviale in giro per il mondo: tre dei maggiori produttori mondiali, Russia, Azerbaijan e Kazahstan, si sono autoimposti di non pescare più storioni per questa stagione per non incorrere nel bando della CITES (l’organismo delle Nazioni Unite che regola il commercio di specie protette) e per cercare di salvare una specie la cui sopravvivenza è criticamente minacciata. Il perché è presto detto: per ottenere il caviale, le uova non fecondate dello storione, è necessario uccidere la femmina. Questa specie cresce lentamente e può raggiungere e superare i cento anni di età: uccidere le femmine prima della riproduzione è un vero crimine biologico. I dati ufficiali mostrano che le catture sono crollate del 90% negli ultimi venti anni a causa dell’inquinamento, della distruzione dell’habitat nel quale vivono i pesci ma soprattutto della pesca totalmente priva di controlli. Il giro d’affari annuale è stimato attorno il miliardo di dollari: il 90% da traffico illegale. Per ogni tonnellata di storione “legale” ne vengono messe in commercio infatti dalle 9 alle 12 tonnellate, da aziende spesso fondate con capitali della criminalità organizzata che hanno preso il posto delle aziende statali sovietiche dopo la disintegrazione dell’URSS. La sospensione della pesca è parte di un programma di 12 mesi volto alla ricostruzione degli stock di storione ed è stato annunciato nel corso della riunione della CITES di Parigi; gli stati membri avranno il permesso di commercializzare il caviale estratto in primavera. I dirigenti della CITES hanno ammesso che questa misura temporanea non avrà probabilmente effetto immediato sul commercio illegale, ma i tre paesi si sono impegnati ad adottare un piano a lungo termine che prevede anche la lotta al contrabbando con l’aiuto dell’Interpol e della stessa CITES. Altri due paesi produttori, l’Iran e il Turkmenistan, non erano presenti alla riunione; mentre la situazione in Iran è sotto controllo – la produzione è saldamente nelle mani del governo che attua una vigilanza strettissima contro I contrabbandieri – il Turkmenistan dovrà adeguarsi alle direttive o sarà colpito dal bando totale delle sue esportazioni di caviale. Tutti e cinque questi paesi hanno infatti firmato il trattato CITES che consente all’agenzia di bandire le importazioni di prodotti a base di specie protette. Il bando è un primo passo nella giusta direzione ha affermato Ellen Pikitch, della Wildlife Conservation Society “ma per una specie che cresce lentamente, vive un secolo e impiega molti anni a raggiungere la maturità sessuale, non ci sono soluzioni rapide”.

NOTIZIE DAGLI ABISSI DELL’OCEANO INDIANO.

Il ROV Jason, un robot comandato dalla superficie, ha scoperto delle nuove oasi idrotermali a tremila metri di profondità nell’Oceano Indiano, in posizione 25° 19.2′ Sud e 70° 1.8′ Est. I ricercatori hanno potuto osservare i caratteristici “camini”, alti come due piani di un palazzo, dai quali sgorga acqua caldissima e satura di metalli pesanti. Camini come questi sono noti per l’Oceano Pacifico e l’Atlantico ma si tratta di una novità per l’Oceano Indiano, dove lo scorso anno alcuni ricercatori giapponesi avevano indicato la presenza di qualche attività idrotermale nell’area. La risorgenza di acqua calda e ricca di minerali ha creato le condizioni perché nell’oasi sia fiorita la vita: attorno ai camini sono stati trovati vermi giganti e anemoni dall’aspetto delicato, granchi, gamberi e molluschi simili a cozze giganti. Nelle vicinanze potrebbero esserci altre sorgenti idrotermali, con altri animali fra cui probabilmente molte nuove specie. L’interessante è capire quanto simili siano queste comunità rispetto a quelle che si formano intorno alle fumarole nell’Oceano Pacifico e in Atlantico: e se fossero davvero diverse, bisognerebbe capire come fanno questi animali, abituati a vivere a temperature estremamente elevate, a colonizzare aree tanto lontane attraversando gli abissi gelidi. Per saperne di più potete visitare il sito del “Dive and Discover” del Woods Hole Oceanographic Institution (www.divediscover.whoi.edu/).

ISOLE SOTTOMARINE.

Sono decine di migliaia i vulcani marini nel mondo, di cui molti ancora in attività e altri estinti. Alcuni sbucano dalla superficie del mare, e danno vita a isole e arcipelaghi; altri fermano la loro corsa verso l’alto a decine o centinaia di metri di profondità. Non hanno mai visto la luce, ma costituiscono delle vere e proprie oasi di vita: alcuni ricercatori australiani hanno scoperto centinaia di nuove specie animali sulle pendici di vulcani sottomarini estinti al largo fra la nuova Caledonia e la Tasmania. Molte fra esse sono dei veri e propri “fossili viventi”, discendenti di gruppi che si credevano estinti sin dal tempo dei dinosauri. “Queste creature hanno vissuto isolate su questi picchi vulcanici per milioni di anni” afferma Tony Koslow, ricercatore del CSIRO: “Le montagne sottomarine sono una sorta di isola virtuale negli abissi oceanici”. Su ognuna di esse gli organismi si sono evoluti in direzioni diverse e per questo hanno dato vita, su ognuna, a comunità diverse e interessantissime per la scienza. “Non abbiamo trovato nemmeno una specie in comune fra le montagne sottomarine della Tasmania e quelle a tremila chilometri di distanza verso nord, un fatto davvero insolito per le alte profondità abissali, dove gran parte delle specie ha come areale di distribuzione tutto il bacino oceanico” ha affermato Koslow. Questo significa però che l’impatto della pesca a strascico potrebbe essere drammatico: “Gli animali che popolano queste montagne sommerse vivono molto a lungo, spesso più di cento anni. Spesso vivono attaccate al fondale e non esiste alcuno scambio con le montagne sottomarine delle vicinanze: la ripresa delle comunità marine dopo il passaggio delle strascicanti è difficilissimo. Per questo andrebbero protette” hanno affermato gli autori della ricerca. Nel 1999 l’Australia, con l’appoggio delle industrie del settore della pesca, ha messo sotto protezione un gruppo di montagne sottomarine a sud della Tasmania, un atto unico al mondo. Ma ciò di cui c’è bisogno, sostengono i ricercatori è “un programma di ricerca regionale in collaborazione fra Australia, Francia e Nuova Zelanda: il sud-ovest del Pacifico ha la più alta densità di montagne e catene montuose sottomarine del mondo. La sua protezione dev’essere affrontata globalmente”.

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