Rubrica Ambiente e mare Nautica n.499 del 11/2003

Numero 499 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.499 del 11/2003

DOVE SONO ANDATI I DELFINI COMUNI DEL MEDITERANEO?

Delfini comuni: di nome, ma non di fatto. L’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha approvato una proposta che caratterizza la “sottopopolazione” Mediterranea del delfino comune (Delphinus delphis) come “Endangered”, ovvero “In pericolo”, nella sua celebre Lista Rossa degli animali minacciati. I delfini comuni erano considerati abbondanti in gran parte del Mediterraneo fino a tempi recenti. Tuttavia, si è verificato un improvviso declino su ampia scala e oggi questi animali sopravvivono solo in porzioni relativamente piccole del loro precedente areale mediterraneo. In alcune zone questi delfini sono diventati rari o completamente assenti. Il declino è con grande probabilità dovuto ai cambiamenti avvenuti negli ultimi 30-40 anni. “Le minacce principali sembrano essere costituite dalla ridotta disponibilità di cibo causata dalla pesca eccessiva e dal degrado dell’habitat” afferma Giovanni Bearzi, presidente dell’Istituto Tethys (www.tethys.org) e docente di Tutela dei cetacei all’Università di Venezia. “Altri fattori che possono aver contribuito al declino della specie comprendono la contaminazione da sostanze chimiche prodotte dall’uomo, che può provocare soppressione del sistema immunitario e/o danni alla riproduzione, e la mortalità incidentale nelle reti da pesca, specialmente le reti da posta”. Cambiamenti ambientali come quelli associati al riscaldamento globale possono peggiorare la situazione in futuro, per esempio influenzando la quantità di prede disponibili per i pochi delfini rimasti. È allo studio un Piano di tutela dettagliato che si basa su una valutazione complessiva dello stato di salute dei delfini comuni e delle minacce che questi animali devono affrontare nelle zone del Mediterraneo dove sono ancora presenti. Per maggiori informazioni: http://www.accobams.org/Delphinus_delphis/

SCATOLA NERA PER LE NAVI

– Lo prevede una normativa comunitaria ed è ormai quasi realtà: navi passeggeri che compiono viaggi internazionali, le navi in costruzione dal 2002 e i traghetti in fase di realizzazione da luglio 2003 dovranno avere a bordo il Voyage Data Recorder. La macchina, sigillata e in grado di resistere agli urti e alla pressione, registra tutti i dati di navigazione: dai comandi alle conversazioni sul ponte, alle prestazioni delle macchine. “Il Vdr costituisce un nuovo e valido approccio per la prevenzione di incidenti – spiega Bruno Musella, amministratore delegato della Telemar, l’azienda che distribuisce il recorder – in quanto consente di analizzare nel dettaglio ogni singolo evento e le cause che lo hanno determinato. In questo modo i costruttori e tutto il settore di navigazione saranno in grado di assumere le iniziative necessarie per evitare il ripetersi dell’incidente sulla stessa nave o altre in esercizio”.

SUL FONDO DEL MARE A CACCIA DI NUOVI FARMACI

– È partita una nuova spedizione congiunta dell’Harbor Branch Oceanographic Institution, della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e dell’Office of Ocean Exploration per raccogliere, sul fondo del Golfo del Messico, organismi marini che producono composti dalle proprietà interessanti. Dalle spugne raccolte in precedenti spedizioni i ricercatori avevano infatti isolato il discodermolite, oggi in fase di sperimentazione sull’uomo come anticancerogeno, e la topsentina, un anti-infiammatorio. L’obiettivo primario è però la spugna Forcepia, che si è rivelata produrre un promettente anticancerogeno. Per la raccolta i ricercatori si serviranno dell’Innovator, un piccolo robot che compirà tre immersioni al giorno fino a più di 3.000 metri di profondità, sia per raccogliere materiale vivente che per fare foto e filmati da riportare a terra.

SANZIONI PENALI PER CHI INQUINA

– Gli scarichi delle navi effettuati in violazione delle normative comunitarie costituiscono un reato; e le persone che, deliberatamente o per negligenza grave, abbiano partecipato all’illecito debbono essere punite con sanzioni anche penali. E questo include anche i proprietari. Dopo il Consiglio dei Ministri dei Trasporti e di quello di Giustizia e Affari interni, anche il comitato economico e sociale europeo ha detto sì alla proposta di direttiva relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni anche penali per i reati di inquinamento. Proprio le sanzioni penali alle persone fisiche, che nei casi più gravi di inquinamento prevedono anche l’arresto, sono, secondo i Ministri di Giustizia, un importante passo avanti nella tutela del mare. Gran parte degli scarichi oggi avviene illegalmente: li proibisce la convenzione internazionale Marpol 73/78, che fissa norme precise e condizioni ancora più restrittive in quelle che vengono designate come zone speciali, il Mar Baltico, il Mare Mediterraneo e il Mare del Nord. Eppure finora, in caso di inquinamento, si è proceduto solo nei confronti di una piccola percentuale di responsabili: non sempre è possibile scoprire in tempo gli scarichi e anche qualora lo scarico venga accertato e attribuito a una determinata nave, raramente si avvia un procedimento giudiziario. Molti Stati applicano ammende lievi per questo tipo di reato, che a volte colpiscono solo il comandante della nave e non il proprietario. Gli scarichi illeciti sono poi favoriti dalla mancanza di adeguate strutture per la raccolta dei rifiuti nei porti.

L’ITALIA PRIMO PAESE AL MONDO PER IL RECUPERO DI BATTERIE USATE

– Recuperate 15 milioni di batterie d’avviamento, per un peso di circa 183.400 tonnellate, da cui sono state recuperate 102.716 tonnellate di piombo, 8.600 di olipropilene e neutralizzati 30 milioni di litri di acido solforico. Sono i dati forniti nel decimo anno di attività dal COBAT, il Consorzio Obbligatorio per le Batterie Esauste. Sono cifre che rendono l’Italia il primo paese al mondo nel tasso di recupero di batterie d’avviamento esauste (il 96%), e che coprono oltre un terzo del fabbisogno interno di piombo, facendo risparmiare al paese 50 milioni di euro nel solo 2002 sull’importazione di piombo.

LA GRANDE MURAGLIA CINESE? COSTRUITA SUL FONDO DEL MARE

– O, meglio, su quello che una volta era il mantello oceanico. Un grande frammento roccioso scoperto nelle vicinanze della Grande Muraglia si è rivelato essere antico di 2,5 miliardi di anni. “Si tratta del primo grande frammento di mantello oceanico scoperto intatto appartenente a quel periodo” commenta Tim Kusky dell’Università americana di St Louis e autore del ritrovamento. La vecchia roccia si era formata decine di chilometri al di sotto del fondo oceanico e contiene i minerali caratteristici della formazione della Terra in quell’epoca, e ci offre indizi sulla nascita e sui movimenti dei continenti. Questi minerali includono dal ferro al cromo e appaiono deformati dalle altissime temperature prima che questi subissero un processo di cristallizzazione con il calore dei vulcani. Ciò indicherebbe che la roccia si è mossa dal fondo oceanico in anticipo sul previsto, cioè 500 milioni di anni prima di quanto finora si era pensato.

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