Rubrica Ambiente e mare Nautica n.505 del 05/2004

Numero 505 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.505 del 05/2004

LA BAIA DEGLI SQUALI

Maggio, una baia tranquilla lungo la costa turca. Decine di squali, lunghi poco meno di un paio di metri, si radunano sotto costa in due- tre metri d’acqua. Sfilano a gruppi di tre, quattro, dieci animali. Molte le femmine, il ventre carico di piccoli prossimi a nascere. Sono squali grigi, la scienza li chiama Carcharhinus plumbeus. Ma nonostante il loro aspetto e la nomea che li circonda, sono squali timidi: la vista di una persona li infastidisce e li fa allontanare.

Maggio per loro è un mese speciale e la baia – l’unico luogo in tutto il Mediterraneo dove si possano incontrare regolarmente gli squali – è la meta di un viaggio probabilmente molto lungo. Un viaggio iniziato lo scorso giugno quando, nel giro di pochi giorni, la baia si era improvvisamente spopolata. Un viaggio durato tutto un anno, lungo rotte sconosciute che li avranno probabilmente condotti molto lontano: questa specie è famosa per le migrazioni di migliaia di chilometri. La stragrande maggioranza è femmina, i maschi sono davvero pochi, ma è normale, visto che conducono vite quasi completamente separate. Molte di loro sono madri pronte a far nascere i piccoli; altre sono femmine più o meno giovani disposte all’accoppiamento. Che forse avviene proprio qui, sotto queste onde: così lasciano supporre i graffi e i morsi che compaiono da un giorno all’altro sul loro corpo. Perché l’atto dell’amore, nel mondo degli squali, è piuttosto violento: per riuscire a fecondare la partner, il maschio deve afferrarne il corpo o le pinne e immobilizzarla. Solo così riuscirà a inserire entrambi gli organi sessuali di cui è dotato, e a fecondarla.

Da quattro anni alcune ricercatrici italiane stanno conducendo in questa baia un paziente censimento degli squali. Lunghe ore passate in acqua per imparare a riconoscerli uno a uno: una pinna dalla forma curiosa, una macchia sul corpo, la mandibola deformata, sono queste differenze più o meno evidenti, a volte appena percettibili, la carta d’identità di “Bottondoro”, “Scarface” e “Boccastorta” e delle decine d’animali entrati nel database delle ricercatrici. Dopo tre stagioni di osservazioni e riprese foto e video, un anno fa la conferma: “Bottondoro”, insieme a “PinnaAGancetto” e a “Panciona”, sono tornate a farsi fotografare a distanza di un anno. Gli squali, dunque, partono e tornano anno dopo anno in questa stessa baia. Un appuntamento che si sta rinnovando anche quest’anno: proprio in queste settimane le ricercatrici sono in Turchia, ad attendere il ritorno di “Bottondoro” e delle sue compagne.

La sfida di quest’anno è ambiziosa: si cercherà di inserire sul corpo degli squali delle sonde satellitari estremamente sofisticate in grado di registrare tutti gli spostamenti degli animali attraverso il Mediterraneo. È una tecnologia all’avanguardia: dopo un anno le sonde si staccheranno automaticamente dal dorso dell’animale, saliranno in superficie e, galleggiando in mare aperto, invieranno immediatamente tutti i dati a un satellite. Il satellite rimbalzerà le informazioni a terra e, una mattina, la rotta degli squali apparirà finalmente svelata sul computer delle ricercatrici.

Le incognite sono molte: solo da pochissimi anni questa tecnologia è impiegata nello studio delle specie marine. Le ricerche sugli squali bianchi in Sud Africa e in California e degli squali limone nelle Bahamas sono state ostacolate ripetutamente da malfunzionamenti o addirittura dalla perdita delle sonde. Che sono oltretutto costosissime – 3.500 dollari l’una – ma che rappresentano l’unico modo per poter svelare i movimenti di questi preziosi animali del nostro mare. Perché tanta curiosità per un animale da molti considerato il terrore dei mari? Perché gli squali in generale sono l’equivalente dei leoni nella savana: predatori di vertice, che si cibano dei malati, degli infermi, degli animali inadatti a sopravvivere e a perpetuare la propria specie. A loro, insomma, è affidata la salute e l’equilibrio dell’ambiente.

Squali in Mediterraneo ce ne sono e ce ne sono sempre stati. Ma i loro numeri continuano a diminuire drasticamente: se una volta finivano di frequente nelle reti, ora i pescatori non li pescano praticamente mai. Non sono diventati scaltri: semplicemente, ce ne sono sempre di meno. Anzi: non ce ne sono quasi più. Numeri, per il Mediterraneo, non ne ha nessuno: ma in Atlantico la situazione è spaventosa: nel giro di dieci anni il numero di squali plumbei è crollato dell’80%. Una strage.

Perché sono spariti? Perché il nostro mare è cambiato profondamente, è più povero e inquinato; perché si pesca troppo e male. Ma il vero colpevole del declino dello squalo plumbeo è la passione degli orientali per la zuppa di pinne di pescecane. Milioni di squali pescati ogni anno, a cui vengono tagliate le pinne e ributtati in mare a morire lentamente; tonnellate e tonnellate di carne commestibile gettata in mare, sprecata per nulla. L’unico carico prezioso sono le pinne: anche se sono insapore, e servono semplicemente per addensare il brodo insaporito con altro.

La sparizione degli squali non contribuisce a rendere il mare più sicuro per i bagnanti: tanto più nel caso dei plumbei, squali timidi che preferiscono evitare l’incontro con l’uomo e che si cibano di granchi e di piccoli pesci.

Questa specie una volta popolava tutte le acque del Mediterraneo. Correva l’anno 1962 e così scriveva Ruggero Jannuzzi su Mondo Sommerso: “Per chi scende in acqua con o senza respiratore, al largo o sottocosta, il trovarsi al cospetto di uno squalo non riveste più ormai un carattere di eccezionalità, né ha la risonanza di un caso eclatante; è incidentale, è vero, ma rientra infine nel novero dei fatti che un giorno o l’altro dovevano accadere.” E proseguiva: “In Italia sono diverse le località dove lo squalo, specialmente nella stagione calda, diventa un regolare e facile incontro. Il Carcharinus plumbeus è quello squalo che chiunque sia stato nel periodo adatto a Lampedusa e Lampione ha visto e probabilmente avvicinato. In quest’epoca dell’anno gli squali grigi, a frotte, calano nelle località suddette tra i fondi rocciosi; da pochissimi metri dalla superficie e fino ai limiti della visibilità, il loro andirivieni è continuo e senza soste”.

Anche Lampedusa e Lampione, insomma, erano luoghi speciali dove gli squali plumbei si davano appuntamento. Erano: perché con l’eccezione di Lampione, dove lo scorso anno vi sono stati sporadici avvistamenti, i loro fondali non vedono più il loro continuo e incessante andirivieni. Tutte le zone “speciali” che si conoscevano, le baie di accoppiamento e quelle di parto, sono ora deserte. Tutte, a parte la piccola baia turca. Non è sicuramente l’unica, ce ne saranno sicuramente altre in Mediterraneo. Ma è l’ultima che si conosca, cioè è l’ultima occasione che ci rimane per osservare nel suo ambiente naturale questa specie timida e schiva. In Mediterraneo, questa è l’unica occasione per osservare una qualunque specie di squalo. Persa questa, l’unica alternativa che avremo di imparare qualcosa su questi animali sarà di sezionare i cadaveri che finiscono, in numero sempre più esiguo, sui banchi dei mercati del pesce. Prima che questo accada, e nella speranza che ciò non accada, in questi giorni le ricercatrici di MedSharks nuoteranno nella baia fianco a fianco con gli squali – una baia la cui esatta localizzazione rimarrà un segreto per garantire tranquillità a questa specie, minacciata e in drammatica diminuzione in tutto il mondo, in un momento così delicato della loro esistenza. Per saperne di più e per seguire giorno per giorno gli avvenimenti nella baia degli squali consultate il sito www.medsharks.org aggiornato regolarmente dalla Turchia. La ricerca, sovvenzionata da sponsor privati, è stata presentata alla comunità scientifica internazionale nel congresso della European Elasmobranch Association.

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