Rubrica Ambiente e mare Nautica n.508 del 08/2004

Numero 508 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.508 del 08/2004

BRACCONIERI DI PESCESPADA

Ogni sera d’estate, tempo permettendo, i bracconieri tendono le loro trappole in Mediterraneo. Sono quelle che la legge chiama “reti da posta derivanti”, gli ambientalisti “muri della morte”, i pescatori alternativamente “spadara”, “alalungara”, “palamara”: reti alte come un palazzo di sette piani e lunghe otto chilometri che, lasciate alla deriva, catturano ogni organismo più grande di 30 centimetri presente per miglia e miglia di mare. L’obiettivo è il pescespada, uno dei pesci più richiesti sulle tavole italiane e non; ma la rete cattura senza discriminazioni anche tonni, lampughe, mante, squali volpe, talvolta squali martello ed elefante, addirittura uccelli marini. Spiegate così, al confine fra mare e cielo, le spadare annegano anche tartarughe, delfini e capodogli. L’80% del pescato non è un pescespada né una specie commestibile, e viene ributtato a mare senza vita. Qualche numero che fa spavento, dai pescherecci giapponesi che pescavano calamari con reti derivanti di 50 chilometri nel Pacifico. Per sei milioni di calamari catturati anche: 58.100 verdesche, 1.055 delfini, 52 foche, 25 uccelli pulcinella di mare, 22 tartarughe, 59.060 tonni alalunga, 10.495 tonni albacore, 7.155 carangidi, 1.433.466 pomfret (un carangide oceanico), 79 salmoni, 539 albatros, 8.536 berte e 17 procellarie.

Una pesca così irrazionale e devastante da esser stata bandita dalle Nazioni Unite prima e dall’Unione Europea poi, dopo un estenuante braccio di ferro fra pescatori, ambientalisti e governi combattuto a suon di ingiunzioni, appelli, decreti, emendamenti e manifestazioni.

Un migliaio le barche che in Mediterraneo si dedicavano a questo tipo di pesca: l’80% italiane (grazie agli incoraggiamenti dello Stato, per riconvertire il settore della pesca a strascico), il resto marocchine, spagnole, francesi, greche e turche. Una pesca che si era dimostrata così vantaggiosa da attirare un altissimo numero di pescatori e sfuggire, nel giro di pochissimi anni, a ogni controllo. A chi si impegnava di abbandonare le spadare entro il 2002 lo Stato e l’UE assegnava decine e centinaia di milioni di lire di indennizzo. Ma, come ha finalmente scoperto anche la Guardia di Finanza con alcune spettacolari azioni in mare quest’estate, sono moltissimi gli armatori che, intascati indennizzi miliardari, continuano a pescare con le stesse reti in barba a ogni divieto. Pescherecci siciliani e calabresi, soprattutto, con base a Calasetta e Sant’Antioco, ma anche a Ponza e Ischia e in molti altri porti italiani. Una vera e propria truffa verso lo Stato, l’Unione Europea… e il mare, naturalmente.

Le reti sono sotto accusa essenzialmente per due motivi – il primo di ordine economico, il secondo ambientale – che, alla fine riconducono a un unico fattore: la quantità e la qualità di animali che incappano nelle sue maglie; in una parola, la poca selettività di questa rete. Delle cosiddette “catture accessorie” si è già detto: rappresentano l’80% di quanto finisce nelle reti. Ma anche quando nelle reti finisce un pescespada la situazione non è migliore. Perché le reti pescano anche i pesci sotto taglia, quelli che non si sono ancora riprodotti. E il bando in acque comunitarie non ha di fatto eliminato totalmente il problema: a parte i “bracconieri” italiani, molte delle reti che i pescatori italiani hanno smesso di usare hanno semplicemente cambiato bandiera e pescano ora per conto di pescherecci tunisini o algerini.

I pescispada mediterranei, infatti, non se la passano bene. Dati conclusivi ce ne sono pochi, ma quelli che ci sono danno un quadro terrificante della situazione. L’Unione Europea stabilisce una taglia minima di cattura di 120 centimetri nelle acque territoriali degli stati membri ma i dati raccolti da uno studio WWF in Spagna – e non c’è motivo di pensare che altrove la situazione sia molto diversa – mostrano che l’86% dei pesci catturati è sotto questo limite. Il risultato è che di pescespada ce ne sono sempre meno e la taglia degli animali catturati è sempre più piccola. Concludiamo con il passo di una lettera che la professoressa Lidia Relini, dell’Università di Genova, scrisse nell’ormai lontano 1991 al dottor Ambrosio, allora direttore generale della Direzione Generale della Pesca: “…Se dal punto di vista tecnologico la spadara è un successo, dal punto di vista dell’ecosistema la sua azione significa l’uccisione dei vertici delle reti trofiche pelagiche rappresentati da animali che cacciano in acque superficiali (selaci, o pesci, o rettili, o mammiferi marini)… a loro è affidato il compito di mantenere la diversità e la salute del sistema. La diversità significa la molteplicità delle specie, delle nicchie ecologiche, delle strategie adattative. Quando un ecosistema è minacciato le sue possibilità di risollevarsi dalla catastrofe sono legate anche alla capacità di articolare la ripresa su un gran numero di differenti processi vitali. Tutti siamo d’accordo sul fatto che il pescespada rappresenti una splendida risorsa da pesca e vada pescato. Si può farlo con attrezzi alternativi”.

SALGONO A 56 LE ISOLE ECOLOGICHE INSTALLATE IN 30 PORTI ITALIANI

Tutelare i porti dalla dispersione di oli usati e batterie al piombo esauste e fornire agli utenti della nautica e della pesca strutture funzionali per la raccolta di questi rifiuti altamente inquinanti. È lo scopo del progetto “L’Isola nel Porto” nato nel 1999 dall’iniziativa di COOU (Consorzio Obbligatorio degli Oli Lubrificanti Usati) e il COBAT (Consorzio Obbligatorio Batterie Esauste) in collaborazione con le autorità marittime e portuali di 30 porti italiani. Oli e batterie esausti, infatti, se eliminati in modo scorretto, possono trasformarsi in potenti agenti d’inquinamento; mentre se raccolti con cura e riutilizzati forniscono un importante contributo alla bilancia dei pagamenti del nostro Paese, consentendo di risparmiare sulle importazioni sia di petrolio che di piombo. I risultati finora ottenuti sono decisamente positivi, a dimostrazione del fatto che, laddove esistono strutture dedicate, la risposta degli utenti non si fa attendere. L’anno scorso, il COBAT ha raccolto e avviato al riciclaggio quasi 192.000 tonnellate di batterie esauste (pari a circa 16 milioni di pezzi), segnando il tasso record di oltre il 96% rispetto all’immesso al consumo, che ha posto l’Italia al vertice mondiale nella raccolta di questi rifiuti pericolosi e facendo risparmiare 50 milioni di euro sull’importazione di metallo piombo. Nel 2003 il COOU ha raccolto più di 200.000 tonnellate di oli usati. La percentuale degli oli raccolti, inviati alla rigenerazione, si attesta al 90%, ponendo così l’Italia al 1° posto assoluto in Europa per il quantitativo di olio rigenerato.

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