Rubrica Ambiente e mare Nautica n.512 del 12/2004

Numero 512 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.512 del 12/2004

PASSAPORTO PER IL REEF

– Eccoci qui, con Natale alle porte. Le giornate sono più corte, il mare più agitato, l’acqua più fredda. In queste condizioni siamo in molti a sognare una tranquilla nuotata lungo una barriera corallina. Non importa dove: Caraibi, il Mar Rosso, la lontana Grande Barriera Corallina australiana o i quasi irraggiungibili reef delle isole dei Mari del Sud. Le barriere coralline occupano solo lo 0,17% del fondale oceanico: su una superficie grande più del doppio dell’Italia vive un quarto di tutte le specie marine viventi, un ambiente secondo solo alle foreste pluviali in quanto a varietà di specie. Perché una barriera corallina è molto più di un’imponente struttura calcarea vivente: è una ragnatela di vita che unisce le alghe azzurre e i batteri, gli invertebrati e i pesci, i rettili, gli uccelli e persino mammiferi con un cervello più grande e complesso del nostro, le balene e i delfini. Ma è sicuramente sul tema “pesce” che la Barriera ha dato sfogo alla serie più capricciosa e multicolore di variazioni: un terzo di tutte le specie vive nelle barriere, dalle murene ai pappagallo, dai minuscoli pesci che si nascondono fra le braccia dei crinoidi, ai pesci scatola che non temono alcuno; dagli Anthias, sempre in movimento, all’immobile pesce coccodrillo; dai timidi pagliaccio agli squali indifferenti; dai farfalla dai colori sgargianti, agli irriconoscibili pesci pietra. Centinaia di migliaia di specie diverse di piante e animali nascono, muoiono, creano, distruggono, rinnovano, nuotano, combattono, mangiano e sono mangiati: in una parola, vivono in questo ambiente, biologicamente uno dei più complessi della Terra. Perché? Per molte ragioni, prima fra le quali il fatto che le barriere offrono una quantità straordinaria di tane e rifugi dove pesci e crostacei possono rifugiarsi e un’impalcatura dove alghe, spugne, ascidie e celenterati possono attecchire. Le acque tropicale sono poi, paradossalmente, fra le più povere di nutrienti e così le barriere diventano delle vere e proprie oasi nel deserto.

DOVE SI TROVANO LE BARRIERE CORALLINE

– Le scogliere di corallo crescono soprattutto nella fascia tropicale, ma in presenza di correnti calde possono spingersi anche a latitudini maggiori: è il caso ad esempio delle Bermuda, dei Caraibi e di alcune isole nella baia di Tokyo. Per uno strano gioco di correnti innescato dalla rotazione terrestre, le barriere coralline nascono e si sviluppano quasi sempre solo lungo i versanti orientali dei continenti. Sono poche le eccezioni – Mare di Cortez o la barriera corallina del Western Australia – dovute alla presenza di “sacche” stabili di acqua calda. L’importante è infatti che l’acqua marina sia composta da un “cocktail” ideale di temperatura e salinità: la maggior parte delle madrepore – eccetto alcune in grado di sopportare condizioni più estreme – riesce a vivere soltanto se la temperatura dell’acqua è compresa orientativamente fra i 20° e i 30°C.

IL NEMICO N. 1: LA “CORONA DI SPINE”

– Il nemico n. 1 del corallo è Acanthaster planci, la cosiddetta “corona di spine”, una stella marina che si è specializzata nel cibarsi dei polipi corallini. La digestione comincia prima ancora che il polipo venga portato alla bocca, visto che la stella estroflette lo stomaco e lo appoggia sulla superficie del corallo: gli enzimi che secerne dissolvono lentamente il polipo lasciando invece intatto il suo scheletro calcareo. Spariti i polipi, sulla madrepora spiccano grandi porzioni di scheletro biancastro, ottimi indicatori della presenza della corona di spine nelle vicinanze; Acanthaster si ciba soprattutto di notte, mentre di giorno si nasconde negli anfratti o sotto i coralli. Ciclicamente questa stella si moltiplica a dismisura e può provocare la morte di intere porzioni di reef; tuttavia si tratta di un evento del tutto naturale e anche un’opportunità perché la barriera si rinnovi e assuma nuovi equilibri. Per questo è bene che i sub non si trasformino in giustizieri: colpirle col coltello non solo è sbagliato, ma anche poco efficace, visto che da ogni frammento si ricostruiranno nuovi esemplari.

SOS: BARRIERA CORALLINA IN PERICOLO

– Nel 1992 si stimava che l’umanità avesse provocato direttamente la morte del 5-10% delle barriere coralline mondiali e che, andando avanti di questo passo, nel giro di 20-40 anni se ne sarebbe perduto un ulteriore 60%. Se negli anni successivi le cifre sono state un pò ridimensionate, il pericolo però esiste davvero: sviluppo costiero, inquinamento, sedimentazione di detriti provenienti dalle colture, dragature ed escavazioni varie, pesca con i veleni, la dinamite o comunque la pesca eccessiva; persino la radioattività, nella Polinesia francese. E infine il turismo: questi i rischi che corrono le barriere coralline del mondo. Fra i più evidenti segnali di malessere della barriera è il “bleaching”, ovvero quando i polipi perdono le loro alghe simbionti, diventano trasparenti e i coralli si fanno candidi come fossero stati immersi nella candeggina. Se rimangono troppo a lungo senza di esse, i polipi muoiono; se le condizioni rientrano nella normalità le zooxantelle possono essere riassorbite, ma più tempo passa, minori sono le possibilità di ripresa.

UOMINI NEMICI DEL REEF?

– Pare proprio di sì. In media ogni subacqueo tocca il reef almeno nove volte per immersione: lo ha dimostrato uno studio svolto dal Tropical Marine Research Unit nel parco nazionale di Ras Mohammed. Questo vuol dire che i punti d’immersione più frequentati ricevono una media di 500 impatti al giorno; 15 per metro quadrato ogni anno. Sono valori, questi, che si avvicinano pericolosamente al limite oltre il quale il reef non riesce più ad autorigenerarsi, rimpiazzando con nuovi individui quelli uccisi dal contatto con il subacqueo. La situazione però non è irreversibile: si è visto infatti che, dopo una sola conferenza sul tema dell’ambiente marino e della sua conservazione, il numero di contatti fra subacquei e reef era sceso da 9 a 1: i subacquei, resisi conto della fragilità dell’ambiente corallino, avevano imparato a tenersi a distanza di sicurezza dalla barriera. L’invito, quindi, è rivolto a tutti i sub: basta veramente poco per mantenere vitale questo ambiente straordinario: è sufficiente solo un pò d’attenzione!

REEF: ISTRUZIONI PER L’USO

  1. Non appoggiatevi sui coralli, non sedetevi sopra le madrepore e, se proprio c’è corrente e dovete ancorarvi al reef, cercate di afferrare un corallo morto. Basta guardare!

  2. Occhio all’assetto: non esagerate con la zavorra (sul reef si indossano mute sottili, quindi non servono molti chili) e regolate con cura il GAV per non urtare il corallo e per non sollevare sedimento: i polipi corallini sono sensibilissimi al contatto e inoltre rischiano di soffocare quando sono sepolti dalla sabbia.

  3. Non date da mangiare ai pesci. Se proprio non potete farne a meno, date loro del cibo naturale e non uova sode o altri prodotti “terrestri”.

  4. Guardare e non toccare: oltretutto molti fra gli animali tropicali sono dotati di aculei, spine e pungiglioni capaci di infliggere punture dolorosissime.

  5. In gran parte dei paesi è proibito portar via coralli, molluschi e gorgonie. Anche se non fosse vietato, non prendete mai conchiglie che abbiano l’animale vivo al loro interno. I souvenir potevano (forse) avere un senso trent’anni fa, quando i subacquei erano pochi; se a tutti i sub che oggi affollano i mari del mondo fosse consentito di portarsi via qualcosa, in breve tempo nei punti d’immersione più frequentati non rimarrebbe più nulla.

  6. Le tartarughe respirano aria come noi: ricordate che, quando le vedete sott’acqua, loro sono in apnea. Non trattenetele né, peggio ancora, “cavalcatele”, com’è vietatissimo aggrapparsi agli squali balena o alle mante. Lasciate in pace gli animali!
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