Rubrica Ambiente e mare Nautica n.522 del 10/2005

Numero 522 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.522 del 10/2005

ANIMALI VELISTI

Minorca, inizio luglio, lo spettacolo di quaranta spy che si giocano il campionato del mondo IMS. Piombano tutti insieme su una boa, inconsapevoli di altre migliaia di spy – minuscoli, trasparenti e, soprattutto, vivi – che si muovono a pelo d’acqua. Legioni di minuscole zattere trasparenti, ovali, dalle quali s’alza una rigida vela triangolare. Al centro e alla sommità del triangolo, la penna del minuscolo albero di questa minuscola barca. È la Velella, la “barchetta di San Pietro”, che per un attimo incrocia la flotta di barche high-tech e velisti olimpionici. Uomini e animali corrono spinti dallo stesso vento, la stessa vela, lo stesso principio. A bordo si cambia vela, se occorre, si stramba, si cerca l’angolo migliore; l’equipaggio della minuscola Velella (che non è una medusa e non è nemmeno un singolo individuo ma una colonia di organismi: ci sono i polipi-zattera, il polipo-vela, i polipi-pescatori…) non è da meno: il polipo-vela può aumentare la superficie se c’è poco vento e prendere le mani di terzaroli se ce n’è troppo. E soprattutto non è in balia del vento, ma lo può invece risalire con un angolo che va dai 28 agli 87 gradi. Lo ha dimostrato nella galleria del vento Lisbeth Francis del Bates College, che ha studiato l’efficienza aerodinamica della sua vela, utilizzando gli strumenti per valutare le performance delle vele da regata. Alla boa i loro destini si dividono: la flotta IMS tira su il genoa, spara lo spy e riparte di bolina; le Velella continuano la loro corsa in mezzo al mare, pescando alla traina con i tentacoli protesi ad afferrare le ancor più minute prede che galleggiano nei primi millimetri della superficie del mare, dove prolifera la vita microscopica. A loro manca la deriva per poter bolinare: la selezione naturale ha favorito la stabilità e la tenuta del mare rispetto alla capacità di risalire il vento.

Ancor più abile velista si rivela – fortunatamente non nelle nostre acque – la micidiale caravella portoghese, dal veleno potenzialmente mortale anche per l’uomo. Ha un armo diverso: il polipo-vela è una vescica piena d’aria e pare più una vela latina. A differenza della Velella, la caravella portoghese può regolare la forma della sua vela fino addirittura a strambare: “Basta che il polipo-vela si sgonfi leggermente o del tutto, per poi rigonfiarsi con una forma leggermente diversa che oplà, ecco fatta la strambata. L’ho visto coi miei occhi” racconta Roger Payne, velista ma soprattutto uno dei massimi esperti al mondo di balene. “A parte gli uomini, pochissimi altri animali vanno a vela e non ho mai capito il perché, visto che è un mezzo perfetto per attraversare gli oceani risparmiando energia. La balena franca, per dire, è una velista: si mette in verticale con la coda fuori dall’acqua e si lascia spingere dal vento. Sembra che per loro sia solo un gioco, un passatempo, che però non utilizzano nelle migrazioni”. Le balene paiono non disdegnare invece l’aiuto delle figlie del vento, le onde, un fatto segnalato per la prima volta dai cacciatori di balene, che avevano preso l’abitudine di tagliare la coda alle loro prede prima di lasciarle per lanciarsi all’inseguimento di altri animali. Avevano infatti notato che altrimenti, pur se senza vita, le balene si allontanavano di diverse miglia dal punto in cui erano state abbandonate. Bollato all’inizio come fantasia di pescatori, i calcoli hanno ora dimostrato che le onde oceaniche possono davvero imprimere una forza propulsiva sulla coda delle balene, ed è probabile che questa spinta sia ampiamente sfruttata durante le lunghe migrazioni.

Animali velisti per eccellenza sono, ovviamente, gli uccelli. Tra gli uccelli marini, i campioni sono gli albatros e le fregate: uccelli che, sfruttando abilmente il vento, possono coprire distanze enormi, come ha scoperto il francese Henri Weimerskirch del Centre National de la Recherche Scientifique. L’albatros passa il 90-95% della vita volando in mezzo alle burrasche dei mari subantartici, le fregate possono cavalcare le termiche per più di una settimana senza mai toccare né terra, né mare.

Oltre a incarnare, stando alle leggende, le anime dei marinai dispersi in mare, gli albatros sono “gli uccelli che fanno soffiare il vento”, come sosteneva Samuel Taylor Coleridge. Weimerskirch ha studiato l’albatros bianco (ma ne esistono altre specie, dalle 14 alle 20 a seconda dell’ornitologo a cui si chiede). Per nutrire i piccoli, il maschio si spinge a più di 1.800 miglia da casa, volando a zig zag e arrivando a coprire 9.300 miglia in 10-15 giorni di crociera non-stop: come dire, un uccello che da New York arriva fino in Italia per cercare da mangiare. Per risparmiare energia in questi viaggi – che a noi paiono straordinari ma che per loro sono assolutamente normali – gli albatros volano e planano spinti dal vento, preso per lo più di coda. Quando cala, gli uccelli si posano sull’acqua e, semplicemente, aspettano che riprenda a soffiare. Il volo planato dell’albatross è tra le forme più efficienti di volo, ed è veramente poco faticoso: in volo, il battito cardiaco è superiore appena del 10-20% rispetto al ritmo in riposo, al contrario degli altri uccelli, il cui battito cardiaco durante il volo “attivo” arriva fino al 200% della frequenza di base.

Ancor più strabiliante è il volo delle fregate. Tutte e cinque le specie di fregate hanno il corpo leggerissimo, ali lunghissime e sono eccellenti acrobati dell’aria. Possono rimanere in volo per diverse settimane senza mai toccare terra… né acqua. Perché, per essere uccelli marini, hanno un handicap e nemmeno tanto piccolo: non hanno le zampe palmate degli uccelli acquatici né piume impermeabili, quindi se toccano l’acqua non riescono più a decollare, e affondano. Quando una fregata decolla, insomma, non si ferma più: giorno dopo giorno, e anche per più settimane. Impossibile prescindere dall’aiuto del vento, in questo caso le termiche che si sviluppano sui mari tropicali. È grazie a questi “ascensori” che le fregate salgono di quota fino a sfiorare i 2.500 metri di altezza, un record per gli uccelli. Da qui planano perdendo man mano quota e coprendo, nel frattempo, centinaia di miglia, fino a incontrare la prossima termica. Una velocità di crociera di appena 6-8 nodi – nulla, rispetto alle velocità che raggiungono gli albatros spinti dalle burrasche delle alte latitudini – ma raggiunta senza sforzo, il che consente alle fregate di volare per giorni e giorni senza fermarsi mai. Insieme alle rondini, sono gli unici uccelli che in aria riescono anche a dormire: forse, come accade per altri uccelli, “spegnendo” metà cervello alla volta. Sono uccelli marini, si cibano di pesci, ma non possono toccare l’acqua. Come riescono allora a pescare? Afferrano al volo i pesci volanti, oppure rubano il cibo ad altri uccelli (sono famose per questo) o ancora sorprendono in aria quei pesci che, costretti in superficie nelle mattanze di tonni e delfini, per sfuggire ai predatori si lanciano fuori dall’acqua. Fregate e albatros: forme diverse per mari e climi diversi. Ma la stessa, identica strategia: sfruttare il vento per coprire lunghe distanze facendo il minimo sforzo. Come la Velella e la caravella portoghese. Ah, e l’uomo, naturalmente.

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