Rubrica Ambiente e mare Nautica n.536 del 12/2006

Numero 536 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.536 del 12/2006

DAL 2050 NIENTE PIU’ PESCE SULLE NOSTRE TAVOLE

– Se continua così, nel 2050 tonni, sardine, pescispada, merluzzi e moltissime altre specie, commerciali e non, spariranno dai fondali di tutto il mondo. Delle specie marine pescate oggi, infatti, una su tre è “collassata”: cioè ne è rimasto solo il 10% della popolazione iniziale. È la conclusione cui sono giunti, dopo uno studio di quattro anni e il lavoro di centinaia di scienziati, quattordici ricercatori di fama internazionale in un articolo pubblicato sulla rivista Science. Le ragioni sono ben note: pesca eccessiva e inquinamento. Ma anche il modo in cui si affronta il problema mare, cioè specie per specie anziché con un approccio globale che guardi all’ecosistema marino nella sua interezza e alle relazioni che legano le varie specie fra loro. Non esiste area del pianeta che si salvi e anche i mari italiani sono nelle condizioni peggiori, sostiene uno degli autori, l’italiana Fiorenza Micheli: Adriatico, Ionio, ambienti di scoglio del Tirreno ma anche il Sud del Mediterraneo mostrano dati raccapriccianti. “Sia che si studi la situazione sotto costa, in mare aperto o negli oceani, dai dati emerge sempre lo stesso scenario” afferma l’autore principale del lavoro, Boris Worm della Dalhousie University. “Con la perdita delle singole specie perdiamo la produttività e la stabilità di interi ecosistemi. Sono rimasto sconvolto da quanto evidente sia questa tendenza”. Il problema non riguarda, ovviamente, solo la perdita di varietà di cibo sulle nostre tavole: gli autori sottolineano che anche la salute umana è a rischio, perché gli ecosistemi costieri impoveriti sono più vulnerabili e facilmente preda di specie invasive, epidemie e fioriture di alghe tossiche. “L’oceano è un’immensa macchina per riciclare” affermano gli autori “assorbe i prodotti di rifiuto e li trasforma in nutrienti; depura le tossine dall’acqua e produce cibo e trasforma l’anidride carbonica in cibo e ossigeno”. Ma per poter operare al meglio, l’oceano ha bisogno di tutte le parti che lo compongono: le milioni di specie animali e vegetali che vi abitano. La ricerca ha evidenziato che ogni specie perduta provoca l’impoverimento sempre più rapido dell’ecosistema: il che non solo impedisce all’oceano di fornire raccolti sufficienti per sfamare la popolazione mondiale, ma mina la sua stessa stabilità. Però è anche vero il contrario, sostengono, dati alla mano, i ricercatori: ogni specie che, grazie a interventi di tutela, riesca a riprendersi, aumenta significativamente la produttività di tutto l’ecosistema e la sua capacità di resistere agli stress. Il collasso delle specie è accelerato dal declino dell’ambiente – i pesci hanno bisogno di acqua pulita, prede sufficienti e habitat diversi in cui passare le diverse fasi della loro vita. Per questo si augurano i ricercatori che i manager delle risorse marine affrontino i problemi a livello di ecosistema anziché di singola specie. Non è un’impresa impossibile: la ricerca dimostra che se una specie non viene spinta troppo al limite può recuperare velocemente; ma vi è anche un “punto di non ritorno” oltre il quale il recupero è praticamente impossibile, come ha dimostrato la storia dei merluzzi atlantici dei Grandi Banchi, una volta abbondantissimi e da un decennio praticamente scomparsi. “I dati ci dicono che non è troppo tardi” conclude Worm. “Possiamo ancora invertire la rotta. Ma solo l’1% degli oceani è attualmente protetto. Ci vuole del tempo, ma in molti casi le specie recuperano anche prima di quanto si pensi, cioè nel giro di 5-10 anni. E dove accade, i riscontri economici sono immediati”.

UNA CASA PER I PESCI

– Per la prima volta insieme, pescatori (AGCI Agrital), ambientalisti (WWF Italia) e pescasportivi (FIPSAS), hanno risposto all’appello dei pescatori del Consorzio Piccola Pesca Monte Argentario, supportando il loro progetto “Una casa per i pesci”. Sin dalla scorsa estate i pescatori toscani hanno avviato una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi per incrementare e integrare la barriera sommersa posta in opera dall’ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana). I blocchi in cemento che la compongono svolgono, per la loro conformazione, una doppia funzione: quella di dissuadere la pesca a strascico illegale (cioè entro le 3 miglia dalla costa) e di fornire riparo alle tante specie ittiche che popolano le acque a nord dell’Argentario. Ai blocchi già posti in opera dall’ARPAT nel luglio scorso si sono così aggiunti quelli voluti e finanziati direttamente dai pescatori con il contributo di cittadini, turisti, imprese ed enti locali e con quello di AGCI Agrital, WWF Italia e FIPSAS. Diventa operativo anche il nuovissimo “Punto di osservazione permanente contro la pesca illegale” nel Parco Regionale della Maremma, scaturito da un protocollo d’intesa sottoscritto da AGCI Agrital, WWF Italia, Parco Regionale della Maremma e Guardia Costiera, nello scorso luglio, con la consegna e installazione di strumentazioni informatiche, radio e radar che saranno gestite dall’Autorità Marittima presso una struttura messa a disposizione dall’Ente Parco. La pesca a strascico è consentita a una distanza superiore alle tre miglia nautiche dalla costa o a profondità superiori ai 50 metri, al fine di tutelare ambienti particolarmente importanti, quali le praterie di Posidonia e le aree di riproduzione di molte specie. I dati mostrano come lo strascico illegale sottocosta sia una pratica ancora in uso e che determina un elevato impatto non solo sulle comunità ittiche oggetto di pesca, ma anche sulle comunità bentoniche. Inoltre, tale tipo di pesca illegale va in conflitto con la pesca artigianale, che trova i suoi territori elettivi di pesca esattamente all’interno della fascia preclusa allo strascico.

LUCI E OMBRE SULL’ADRIATICO

– Non mancano gli avvistamenti di tartarughe marine e cetacei, ma squali e delfini stanno scomparendo da queste acque. A illustrare lo stato di salute dell’Adriatico sono stati alcuni degli esperti intervenuti al convegno internazionale “Cetacei, Tartarughe marine e Squali in Adriatico”, fase finale di ADRIA-Watch, progetto della Provincia di Rimini coordinato e diretto dalla Fondazione Cetacea, che per tre anni ha tenuto sotto rigorosa osservazione l’Alto Adriatico. I dati presentati al convegno, cui hanno partecipato biologi, ricercatori e studenti universitari, sono incoraggianti per quanto riguarda la ricchezza biologica del mare, come testimoniano le segnalazioni di tartarughe marine, di diverse specie di delfini: tursiopi e stenelle, di un capodoglio – rarissimo evento in Adriatico – e di grampi. Le tecnologie più avanzate sono risultate determinanti nel progetto ADRIA-Watch: per approfondire gli studi sulle tartarughe marine, a cinque di esse sono stati applicati piccoli ricevitori satellitari. Si tratta di un’operazione mai sperimentata in queste acque che consente di seguire costantemente e in tempo quasi reale gli spostamenti e le rotte migratorie (sul sito http://www.adriawatch.provincia.rimini.it/). Secondo Dino Scaravelli dell’Università di Bologna, Giovanni Bearzi dell’Istituto Tethys di Venezia e Alen Soldo, ricercatore dell’Università di Spalato (Croazia) fra le cause principali della scomparsa di squali e delfini c’è la scarsità di prede, decimate da operazioni di pesca eccessiva e non regolamentata. Poiché gli squali sono spesso trascurati dai progetti di ricerca, la notizia della loro diminuzione pone le basi di una seconda fase di ADRIA-Watch: un nuovo osservatorio per il quale chiedere il sostegno della Comunità Europea. ADRIA-Watch è un programma triennale basato su un network di centri italiani, sloveni e croati, che utilizzano gli stessi standard di raccolta informazioni e dati, condivisi in un unico data-base, di fondamentale importanza per la comprensione dell’ecologia dell’area. I tre anni di osservazione hanno prodotto un contributo determinante per la conoscenza e la salvaguardia del Mare Adriatico: la creazione della prima Library, già on line sul sito di ADRIA-Watch, che elenca 225 pubblicazioni scientifiche sui grandi vertebrati dell’Adriatico settentrionale e che costituisce un fondamentale riferimento per tutti gli studi del settore.

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