Rubrica Ambiente e mare Nautica n.537 del 01/2007

Numero 537 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.537 del 01/2007

IL MEGA-TSUNAMI DIMENTICATO

– Uno tsunami capace di far impallidire quello del Natale 2004 nel Sud Est asiatico: lo provocò l’Etna ottomila anni fa, quando franò e, in appena dieci minuti, finì in mare circa un decimo del cono sommitale. La frana così imponente e rapida da sollevare un muro d’acqua alto 50 metri che, viaggiando fra i 200 e i 700 chilometri all’ora, si diresse verso Est investendo Calabria, Puglia, Albania, Grecia, Creta, Turchia, Cipro, Siria e Israele; e verso Sud, colpendo tutta l’Africa Settentrionale, dalla Tunisia fino all’Egitto. In 8.000 anni le prove di quell’antica catastrofe sono state cancellate dalla faccia della Terra, ma sono ancora ben presenti sul fondo del mare. La ricostruzione di questo antico tsunami è stata proposta da Maria Teresa Pareschi, Enzo Boschi e Massimiliano Favalli dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) sulla base di indagini sottomarine, analisi della disposizione dei depositi sui fondali abissali e simulazioni al computer degli effetti di uno tsunami. Lo studio, finanziato dal Dipartimento di Protezione Civile, è stato pubblicato sull’autorevole rivista scientifica internazionale Geophysical Research Letters. “Non sappiamo quale fu la causa di quell’immane collasso: forse un’eruzione più abbondante del solito, forse un terremoto – spiega il professor Enzo Boschi, presidente dell’Ingv – Fatto sta che un’enorme quantità di depositi di lava che si erano accumulati per millenni sul ripido versante dell’Etna affacciato sul Mare Jonio, precipitò giù e finì in parte sulla costa ai piedi del vulcano, e per la maggior parte sul fondo del mare, fino a circa 20 chilometri dalla costa stessa. Le prove del megatsunami e dell’epoca in cui esso avvenne le abbiamo raccolte lì e nei fondali del Mediterraneo, fra gli strati dei sedimenti sottomarini. Sull’Etna, quella che oggi chiamiamo la Valle del Bove, una grande concavità sul fianco orientale del vulcano che raccoglie gli attuali flussi di lava diretti verso Est, è la cicatrice residua di quel lontano evento, in gran parte colmata dalle successive eruzioni”. Proprio in Israele si troverebbe, secondo gli studiosi, l’unica testimonianza tuttora emersa del disastroso impatto costiero dello tsunami: il villaggio neolitico di Atlit-Yam che, come risulta dagli scavi archeologici, fu abbandonato improvvisamente.

SISTEMA DI MONITORAGGIO MAREMOTI IN MEDITERRANEO

– Tsunami, Una parola giapponese – tsu = porto, nami = onda – per un mostro che si abbatte anche sulle nostre coste. Il Mediterraneo ha una lunga storia di tsunami, una delle più corpose al mondo. Circa il 7% di tutti i terremoti ha prodotto onde anomale che hanno causato danni o gravi devastazioni, una percentuale che in Grecia sale al 30%. Sono oltre trecento gli eventi registrati sin dal 1.300 a.C. che interessano soprattutto il Mediterraneo orientale e lo Stretto di Messina. Oltre a quello appena ricostruito di 8.000 anni fa (vedi notizia precedente), il primo di cui si abbia testimonianza scritta nel Mediterraneo risale al 479 a.C. In Italia sono 67 gli tsunami registrati negli ultimi 2.000 anni. Il più distruttivo fu quello di Messina del 1908, che contribuì a far salire a 60.000 il numero delle vittime; l’ultimo si è abbattuto sulle coste di Stromboli il 30 dicembre 2002. Con una storia come questa alle spalle è fondamentale una rete di monitoraggio della situazione del fondo del mare. La prima parte di questo sistema sarà pronto entro il 2007. “Il nostro compito è di allestire un sistema di sorveglianza per tutte queste sorgenti potenziali di maremoti e, al verificarsi di un evento, stabilire tempestivamente la probabilità che esso sollevi onde distruttive” ha dichiarato Enzo Boschi direttore dell’INGV. Il primo nucleo della rete di monitoraggio euro-mediterranea dei maremoti sarà costituito da stazioni sismometriche e da mareografi (misuratori del livello dei mari) già esistenti, ma che stanno per essere integrati in un’unica rete di controllo, ha spiegato il professor Stefano Tinti, geofisico dell’università di Bologna, di recente nominato coordinatore del progetto internazionale che si sta sviluppando sotto la guida dell’Unesco e di cui l’italiano l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia è uno dei principali attori.

LE FAUCI PIù GRANDI DELLA STORIA

– Appartenevano al Dunkleosteus terrelli, un pesce lungo 10 metri vissuto più di 400 milioni di anni fa i cui resti stati trovati e studiati da alcuni scienziati di Chicago. I ricercatori hanno anche ricostruito la sua enorme bocca, quattro volte più grande di quella del tirannosauro. Uno studio condotto sul cranio di questo formidabile predatore ha calcolato che riusciva ad aprire la sua bocca in meno di un quindicesimo di secondo e che la pressione sviluppata dalle sue mandibole fosse di 5.600 chilogrammi per centimetro quadrato: oltre cinque volte maggiore di quello di un alligatore, il più potente azzannatore vivente. “Il Dunkleosteus poteva divorare ogni cosa del suo ambiente, anche prede più grandi della sua bocca” ha affermato Philip Anderson, dell’Università di Chicago, che ha condotto lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica “Royal Society Journal Biology Letters”. Questo formidabile predatore visse nel Devoniano, periodo che precedette l’avvento dei dinosauri.

CASETTE HI-TECH PER I PINGUINI SENZATETTO

– Piccoli, neri, goffi, un’andatura esitante e un verso simile al raglio, che ha valso loro il soprannome di pinguini-asino: sono i pinguini del Capo, i più piccoli del mondo. Vivono in Sud Africa ma quella che una volta era la colonia più grande del mondo si sta svuotando: erano 1,5 milioni nel 1930 e solo 153.000 nel 1990. Imputati i disastri ambientali degli ultimi anni, il depauperamento delle risorse ittiche, lo spostamento più a largo del passaggio dei banchi di acciughe. Ma anche la scarsità degli alloggi: questa specie si costruisce un riparo tra il guano, in passato abbondante su queste coste. A partire dagli inizi del ‘900 però, il guano ha acquistato valore come fertilizzante naturale e ne è stata iniziata l’estrazione, privando velocemente i pinguini del loro habitat ottimale dove lasciare i piccoli mentre i genitori si gettavano in mare a procacciare il cibo. Alcuni si sono adattati in altri ripari, molti però eran costretti a lasciare uova e pulcini in balia di predatori. Da qui l’idea: 200 nidi artificiali – finanziati anche grazie alle donazioni di volontari – simili a quelli naturali, alti mezzo metro e larghi uno, posizionati in cavità scavate fra rocce e sassi. Pochi minuti dopo la posa, i nidi sono stati immediatamente occupati. La situazione sarà costantemente sorvegliata per osservare i risultati ed eventualmente replicare l’esperimento in altre colonie a rischio.

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