Rubrica Ambiente e mare Nautica n.545 del 09/2007

Numero 545 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.545 del 09/2007

MEDUSE IN MEDITERRANEO
L’invasione dei replicanti

Un esercito di cloni, legioni di replicanti, ammassi di gelatina vivi, pulsanti e carnivori. Tutti gemelli di un unico organismo che per più d’un anno sforna a ciclo continuo minuscole copie identiche di sé stesso. Fortuna che il replicante di questo film dell’orrore è grande solo qualche decina di centimetri, e che la carne di cui è ghiotto è quella invisibile e impalpabile del plancton: parliamo infatti delle meduse, che in queste ultime estati hanno invaso le coste italiane. Invasioni periodiche provocate, sembra, da situazioni loro favorevoli in termini di correnti e salinità e che alcuni ricercatori collegano anche alla rarefazione dei loro predatori naturali, fra cui le tartarughe marine.

Le meduse sono animali semplici e all’apparenza fragili, composti per più del 95% di acqua. Acqua nell’acqua, quindi, trattenuta da due sottili strati di cellule: animali senza “optional”, ai quali la mancanza di occhi, cuore, pinne o zampe non ha impedito di vivere nei nostri oceani per oltre 650 milioni di anni. L’apparente fragilità è infatti perfetta per il loro stile di vita: lasciarsi trasportare dalla corrente, un pò come camminare su un tapis-roulant, è un ottimo modo per spostarsi consumando poca energia. Per andar lontano nella corrente è però necessario esser leggeri: la gelatina che costituisce il corpo delle meduse, che a noi appare tanto fragile quando le troviamo rovesciate sulla spiaggia, consente loro di raggiungere dimensioni discrete e, essendo composta principalmente d’acqua, è praticamente senza peso. È inoltre trasparente e quasi invisibile, un vantaggio non indifferente in un mondo che non conosce nascondigli. Un sistema economico di viaggiare e anche “intelligente”: poiché anche le prede di cui si cibano (molluschi, crostacei, larve di tunicati, copepodi, nematodi, protozoi, uova di altri organismi e talvolta di ctenofori) sono “derivanti” d’alto mare, le meduse finiscono per nuotare in una concentrazione oceanica di nutrimento. E di altre meduse: un vantaggio non indifferente quando arriva la stagione degli amori.

Abbandonarsi alla corrente ha però un grosso svantaggio: non potersi opporre se essa punta dritto verso terra e le onde sulla spiaggia. Le meduse comunque non sono del tutto passive. Le pulsazioni dell’ “ombrello” (così si chiama il “corpo” della medusa), per reazione, proiettano la medusa nella direzione opposta. Nuotano non per avvicinarsi a una preda o fuggire un pericolo che s’avvicina, quanto per mantenersi in superficie, dov’è maggiore la concentrazione di nutrimento: lungo il bordo esterno dell’ombrello si trovano dei sensori, chiamati ropali, che informano l’animale se è orientato verso l’alto o il basso, verso la luce o lontano da essa. Le meduse infatti non hanno un cervello, e il loro comportamento è dettato solo dalla reazione della rete di cellule nervose a stimoli di cibo o di pericolo, rappresentato da tartarughe, pesci luna e altri organismi. Mancano di organi di senso e della velocità per cacciare attivamente la loro preda: così, mentre vanno alla deriva, catturano il cibo che galleggia loro attorno. La loro arma è nascosta nei tentacoli: basta il tocco più lieve per farla esplodere, conficcando nella pelle della preda minuscoli proiettili carichi di veleno. Ogni tentacolo ospita un gran numero di vere e proprie mine pronte a esplodere. Nella parte superiore della cellula esiste infatti una cavità, la nematocisti, nella quale è contenuto sotto pressione, un filamento arrotolato, cavo e armato di una serie di uncini. Un “sensore” fuoriesce all’esterno. Appena viene sfiorato o è eccitato da uno stimolo chimico, fa esplodere la capsula: il filamento si scaglia contro la preda, gli uncini penetrano nel suo corpo, il filamento si conficca nella ferita e a quel punto dai pori delle pareti comincia a fuoriuscire un liquido urticante. Dopo l’attacco, gli arpioni non vengono recuperati ma sostituiti ex-novo. Un’arma davvero sofisticata, perfettamente in grado di discernere in quali condizioni e contro chi sparare: non contro sé stessi, ad esempio… e non è un vantaggio da poco con tutti quei tentacoli che si ritrovano e che in ogni secondo si toccano e si sfiorano!

Per un animale così semplice la strategia riproduttiva è invece decisamente complessa. Da medusa e “meduso”, i sessi sono distinti, non nascono “medusini” ma polipi (non polpi, naturalmente!). I maschi, galleggiando negli assembramenti concentrati dalle correnti, emettono una nuvola di gameti maschili che si disperde nell’acqua e va a fecondare le femmine che nuotano nelle vicinanze. Nel primo periodo dopo la fecondazione, le femmine trattengono le larve nelle braccia orali. Le larve abbandonano poi le braccia materne e si librano nel plancton: se riusciranno a trovare una parete adatta, a una quindicina di metri di profondità e bene esposta alla corrente, si insedieranno sulla roccia trasformandosi in piccoli polipi. Come delle comuni margherite di mare, per capirsi, ma molto più sottili e con i tentacoli assai più lunghi.

Il polipo per buona parte dell’anno vive tranquillamente come una piccola attinia, nutrendosi del plancton portatogli dal mare. Verso ottobre e novembre, però, entra in attività chiamata “strobilazione”: si accorciano i polipi e all’estremità del polipo si accumulano, come una pila di piatti, minuscoli dischetti tentacolati, le efire; queste man mano si distaccano dal polipo e ciascuna diverrà , crescendo, una nuova medusa.

Per tutto l’inverno e l’estate il polipo continua a dar vita a nuove piccole meduse. Non si sa quanto a lungo possa vivere, né a quante meduse riesca a dar vita; ma il loro numero dev’essere enorme, tanto più che il polipo stesso è capace di rigenerarsi per gemmazione e di proseguire così, in un altro corpo, a generare nuove efire. Al contrario, invece, gli individui adulti vivono solo una stagione: appaiono in primavera-estate negli oceani di tutto il mondo, per poi sparire lacerate dalle mareggiate invernali; lasciandosi però dietro, sulle rocce, schiere di minuscoli polipi che daranno vita, nella stagione successiva, a legioni di nuove meduse.

Con questa strategia sofisticata e con un equipaggiamento tutto sommato modesto, le meduse sono sopravvissute per centinaia di milioni di anni e hanno colonizzato tutti gli oceani del mondo, rispondendo con elegante semplicità alle sfide del mondo naturale.

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