Rubrica Ambiente e mare Nautica n.555 del 07/2008

Numero 555 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.555 del 07/2008

TEMPI DURI PER GLI SQUALI DEL MEDITERRANEO

Uno studio italo-canadese rivela la situazione drammatica del Mediterraneo: il 97% di verdesche, squali volpe, squali martello, mako e smeriglio è sparito dal nostro mare. I grandi predatori negli giro di duecento anni si sono, insomma, “funzionalmente estinti”.

Immaginate di cancellare i leoni dall’Africa. Cosa succederebbe a zebre, antilopi e gazzelle, che con i leoni condividono la savana? Senza più predatori, aumenterebbero a dismisura e in breve tempo ci sarebbero troppe zebre, troppe antilopi, troppe gazzelle a contendersi lo stesso filo d’erba, la stessa preda, lo stesso spazio che, se prima era sufficiente per sfamare un certo numero di animali ora non lo sarebbe più. Per non parlare delle malattie: gli animali più deboli e malati continuerebbero a vivere, contagiando in breve tempo anche gli animali sani. I cambiamenti dell’ecosistema, insomma, sarebbero notevoli e le conseguenze pesanti.

Trasferiamoci al mare. Cancellate il 97% di alcuni grandi squali predatori: il martello, lo squalo volpe, il mako, lo smeriglio, la verdesca. Perché tanti sono gli squali scomparsi in Mediterraneo negli ultimi 200 anni secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica Conservation Biology. Cosa succede al mare eliminando la quasi totalità dei grandi predatori? Gli effetti, spesso imprevedibili, coinvolgono non solo gli squali ma anche le loro prede – e le prede delle loro prede. Fino ad arrivare all’uomo. Nel North Carolina, ad esempio, la scomparsa dei grandi squali ha portato al crollo delle attività di pesca delle… capesante. Non che i grandi predatori si nutrissero di questi molluschi: erano però i maggiori predatori delle aquile di mare, queste sì ghiotte di capesante. Senza più gli squali a mantenere sotto controllo i loro numeri, le aquile di mare si sono riprodotte in modo abnorme e hanno in breve tempo consumato tutti i molluschi. Causando il crollo della locale economia di pesca che per oltre un secolo aveva avuto come oggetto proprio le capesante.

Cosa ha portato allo sterminio di massa i grandi squali mediterranei? Come sempre l’uomo, attraverso la pesca (diretta o indiretta) e i profondi mutamenti che ha inferto all’ambiente compromettendo le loro zone di accrescimento e di riproduzione.

Il Mediterraneo ha una lunga storia di sfruttamento delle risorse marine. La pesca nelle sue acque ha da sempre interessato specie pregiate, come il tonno e il pescespada. Ma nelle reti e negli ami intesi a catturare queste specie finiscono accidentalmente un numero elevato di altre specie. È il cosiddetto by-catch, cioè la cattura accidentale. È questo il principale colpevole del declino degli squali, insieme allo stravolgimento dell’ambiente che per 400 milioni di anni aveva fornito aree costiere pulite e tranquille per far nascere e crescere i piccoli – e che ora non esistono quasi più. E poi c’è la stessa biologia degli squali, animali che crescono lentamente, generano pochi piccoli e, semplicemente, non riescono a riprodursi con la stessa velocità con cui l’uomo li stermina.

Lo studio. Ferretti e i suoi colleghi hanno utilizzato nove differenti fonti di dati per calcolare i trend temporali di abbondanza e di biomassa (una stima del peso delle catture, in chilogrammi) di popolazioni di squali in vari settori del Mediterraneo. I dati comprendevano: informazioni contenute in diari di pesca di tonnare, informazioni su monitoraggi di squali sbarcati in vari porti del bacino, esemplari esposti in musei, avvistamenti occasionali e registri di catture da club nautici. Le informazioni per ogni singola specie sono state utilizzate solo se presenti in più di due settori, e almeno tre volte all’interno di ogni serie temporale. Sono state rilevate informazioni sufficienti solo per cinque specie di squali, fra cui la verdesca (Prionace glauca), una specie di squalo volpe (Alopias vulpinus), lo smeriglio e il mako (Lamna nasus e Isurus oxyrinchus), e una specie di squalo martello (Sphyrna zygaena). Gli autori hanno aggregato i dati di mako e smeriglio a causa dell’ambiguità tassonomica in alcune fonti di dati. Utilizzando questi dati, hanno poi calcolato una variazione nel tempo di abbondanza e biomassa per ogni specie o gruppo di squali in ognuna delle sei regioni Mediterranee analizzate e hanno poi combinato le stime per formulare un tasso generale di variazione nelle popolazioni di squali applicabile in tutta la regione Mediterranea.

C’è ancora qualcosa da fare? Questo rapporto sottolinea l’urgenza di intervenire prima che sia troppo tardi – sempre che si sia ancora in tempo, visto che queste specie sono ormai “funzionalmente estinte”. La prima e più chiara indicazione è la necessità di diminuire la pesca, diretta e indiretta.

Lo studio esce alla vigilia di un momento importante per gli squali: a fine anno l’Unione Europea scriverà infatti il primo piano di gestione della loro pesca. Lo discuteranno, si prevede a dicembre, i ministri del settore a Bruxelles. Le lobby dei pescatori (Spagna e Portogallo hanno grandi interessi in questo campo) sono già al lavoro per continuare a pescare senza limiti, o quasi. Sull’altro fronte la Shark Alliance, una coalizione di 51 ONG internazionali, ha promosso una petizione indirizzata ai ministri della pesca dei vari paesi per far sentire la voce di chi invece gli squali vorrebbe proteggerli (è possibile firmare online su www.sharknews.org).

Vedremo cosa succederà. Il rapporto sulla perdita dei grandi predatori, cui hanno lavorato gli italiani Francesco Ferretti, dell’Università Dalhousie e Fabrizio Serena, dell’Arpat Toscana, è stato pubblicato sulla rivista Conservation Biology ed è disponibile sul sito del Lenfest Ocean Program, la fondazione americana che ha finanziato lo studio (www.lenfestocean.org).

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