Rubrica Ambiente e mare Nautica n.579 del 07/2010

Numero 579 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica

Rubrica Ambiente e mare Nautica n.579 del 07/2010

IL MARE ALZA LA VOCE

Questo il pay off che McCann Erickson Roma ha ideato per l’associazione ambientalista capitolina Marevivo. In un periodo economicamente difficile, i Signori del mondo si stanno rimboccando le maniche per salvare le sorti finanziare del pianeta dimenticandosi, però, della salute del nostro mare, ricordata occasionalmente dalle cronache solamente quando succedono catastrofi come l’ultima vicenda della piattaforma BP in Louisiana. Lo scorso 14 maggio Marevivo ha lanciato un appello, a Roma, con una manifestazione che ha visto gli attivisti dell’associazione, tutti con il lutto al braccio, srotolare lungo Ponte Matteotti un drappo nero di 360 mq con su scritto “Poisoning the Sea is Killing the Planet”, in italiano “Chi avvelena il mare uccide il pianeta”. Una protesta, questa, contro l’indifferenza che rischia di far fallire gli obiettivi del “20.20.20”, ribaditi a Copenhagen, e per promuovere un incontro a livello mondiale nel quale capire quali misure adottare per la tutela dell’ecosistema marino. Per ulteriori informazioni www.marevivo.it.

L’ACQUARIO DI CASA NOSTRA

Gaetano Mura, che ha attraversato l’Atlantico in solitario durante la scorsa MiniTransat, di mare ne ha visto: “In navigazione mi capita di incontrare pesci grandi, balene, delfini a non finire. Però vedere nel golfo il krill, i delfini, le balene, gli squali, i pesciluna, i tonni che saltavano… è stato emozionante. Il mare di casa sembrava un acquario”. Il Golfo è quello di Cala Gonone, ma le balene – balenottere comuni che, al contrario di quanto suggerisca il nome, sono tutt’altro che comuni e, invece, a rischio di estinzione – sono state avvistate un pò ovunque lungo la costa nord-orientale della Sardegna nella primavera 2010: entro i confini sardi del Santuario dei Cetacei (la zona d’alto mare che comprende il nord della Sardegna fino alle coste francesi e toscane), a Tavolara e ancora a Orosei e giù fino ad Arbatax. Al contrario dei capodogli, le balenottere raramente mostrano la coda quando s’immergono e tutto quanto si riesca a vedere di queste gigantesche creature, lunghe dai 18 ai 24 metri per 50 tonnellate di peso, è il dorso, la minuscola pinna dorsale e lo spruzzo generato dal loro respiro. Nuotano a velocità sostenuta, appaiono in superficie per pochi secondi per poi riemergere anche un quarto d’ora dopo a centinaia di metri di distanza. Inutile dire che le nostre conoscenze su di loro sono molto limitate. Anche i loro banchetti si svolgono per lo più alle alte profondità – 400-500 metri – dove si concentrano gli sciami di gamberetti di cui si nutrono. Non così a Cala Gonone, dove le balene si sono esibite in balzi e, spesso, in gigantesche scorpacciate a pelo d’acqua: coricate su un fianco, spalancavano e richiudevano la bocca filtrando tonnellate di acqua e trattenendo il krill tra i fanoni (foto e video sul sito www.gaetanomura.com). Banchetti osservati finora solo a Lampedusa. Balene in così gran numero e così vicino alla costa, da quelle parti non le ricorda nessuno. Mentre d’estate le balenottere si concentrano nell’area del Santuario, dove vadano a finire in inverno è ancora un mistero. A parte gli sporadici avvistamenti invernali al largo di Lampedusa, nessuno sa se si concentrino altrove o, più semplicemente, si sparpaglino in alto mare. Lo scorso inverno i ricercatori del Ministero dell’Ambiente e dell’Istituto Tethys, nel corso del censimento aereo dei cetacei nell’area del Santuario, aveva avvistato un solo esemplare. A Cala Gonone però non è la prima volta che si vedono le balene, e i pescatori raccontano come i gamberi siano una presenza stagionale lungo quel tratto di costa. (Si ringrazia la Guardia Costiera e l’Area Marina Protetta di Tavolara e Capo Coda Cavallo per l’assistenza.)

UN OCEANO DI SPAZZATURA

La tristemente famosa “isola galleggiante di spazzatura” dell’oceano Pacifico non è l’unica ad appestare gli oceani. Anche nel mare dei Sargassi le correnti superficiali hanno creato una chiazza con una concentrazione media di 20.000 pezzi di plastica per chilometro quadrato, con punte di dieci volte superiori. In Atlantico una chiazza simile si forma anche al largo delle Azzorre, ma le “isole di plastica” esistono un pò in tutti i mari del mondo al centro delle correnti che assumono una rotta circolare. I gorghi concentrano al loro centro i rifiuti galleggianti in mare. Una volta catturati lì rimangono per sempre, con una piccola percentuale che riesce a sfuggire andando poi ad arenarsi sulle spiagge. Pioniere della ricerca in questo settore è Curtis Ebbesmeyer (che ha recentemente pubblicato l’interessantissimo “Flotsametrics and the Floating World”) che ha svelato l’andamento di queste correnti grazie anche all’osservazione di dove, e quando, i detriti si vanno spiaggiando. Nonostante non sia stata ancora identificata una simile “isola” in Mediterraneo, il nostro mare è percorso da fiumi di spazzatura: sacchetti, taniche, miliardi di bastoncini colorati dei cottonfioc. 175 milioni di persone, un traffico navale fra i più elevanti del mondo e, soprattutto, la natura di un mare semichiuso con appena lo sbocco di Gibilterra verso l’Altantico (occorrono 75 anni per il ricambio totale delle acque del Mediterraneo) sono le cause della crisi-spazzatura. Secondo il Rapporto UNEP-MAP, il Piano di Azione Mediterraneo del Programma Ambiente delle Nazioni Unite, la plastica rappresenta il 75% dei rifiuti presenti sulla superficie dei mari o sui fondali. Un materiale che non si degrada neanche in 1.000 anni. La plastica galleggiante viene spesso ingerita da animali come tartarughe, capodogli e uccelli marini, che la scambiano per preda. Ma anche quando si spezzetta in frammenti minuscoli non cessa di essere pericolosa: la plastica cattura sulla sua superficie gli agenti inquinanti e diventa così un concentrato micidiale di sostanze tossiche che viene ingerito dagli organismi filtratori e da essi risale, accumulandosi, lungo la catena alimentare arrivando fino all’uomo.

LA STRAGE DI TARTARUGHE

Sono milioni le tartarughe marine uccise “accidentalmente” negli ultimi vent’anni: i luoghi più critici il Mediterraneo e il Pacifico orientale. È il risultato di uno studio americano che ha analizzato i dati delle catture accidentali in molte aree del globo, evidenziando almeno 85.000 esemplari finiti nelle reti a strascico o negli ami destinati a tonni e pescispada. Poiché i dati si riferivano a meno dell’1% delle flotte mondiali, e ignora totalmente la pesca artigianale non industriale, i ricercatori hanno concluso che le catture si possano contare in centinaia di migliaia, se non milioni di esemplari. Alcune modifiche agli attrezzi da pesca riescono a ridurre fortemente le catture delle tartarughe senza però avere un impatto negativo sulla specie bersaglio: il TED, una sorta di “uscita d’emergenza” per tartarughe nelle reti a strascico, e gli ami circolari per i palangari si sono dimostrati efficaci nel ridurre la mortalità delle tartarughe. Questi attrezzi hanno però dei costi e non sono disponibili in molte zone del mondo.

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