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Rubrica Ambiente e mare Nautica n.595 — 11/2011

Numero 595 di Ambiente Mare, le notizie dai mari del globo a cura di Eleonora De Sabata, tratte dall’archivio della rubrica mensile della rivista Nautica
Nautica On Line – Ambiente mare n. 595

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<h1 class=NOTIZIE DAI
MARI DEL GLOBO

a cura di
Eleonora De Sabata

Pubblicato su Nautica
Rubrica Ambiente e mare Nautica n.595 — 11/2011
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<h2 class=AMBIENTE MARE n. 595

TONNI E PESCISPADA, LA PESCA ILLEGALE: L’ITALIA DI NUOVO SOTTO ACCUSA

Gran parte del tonno e pescespada che finisce sulle tavole degli italiani è illegale: troppo giovane, fuori quota o catturato con reti che fanno strage di animali protetti. Un traffico in cui è coinvolta anche la mafia e che ci potrebbe costare oltre 100 milioni di euro di multa comunitaria. I dati che inchiodano l’Italia. “Quest’anno il mercato italiano è invaso da tonno illegale” si lamentava a giugno José Fuentes, lo spagnolo che con la sua azienda controlla metà di tutto il tonno rosso mediterraneo: “Nei mercati di Catania e Milano è difficile per un tonno in regola competere con la marea di pesci catturati illegalmente e svenduti a pochi euro”.

Indagini e sequestri della Guardia Costiera in tutta Italia stanno effettivamente rivelando come grandi quantità di tonni illegali, “ripuliti” con documenti falsi, arrivino sulle tavole italiane ed europee. Coinvolte un centinaio di società, alcune controllate dalla mafia. Si tratta in genere di tonno rosso e pescispada troppo giovani, catturati fuori quota o con chilometriche reti lasciate alla deriva in alto mare. Una pesca illegale, questa delle reti derivanti, che è una delle grandi emergenze ambientali marine per le stragi di delfini, capodogli, mante e tartarughe che compiono e che l’Italia tollera da un ventennio.

Questa è l’accusa dell’Unione Europea, che in settembre ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia. La seconda dopo quella conclusa nel 2009 con una condanna della Corte di Giustizia. L’Italia ha tempo fino a fine novembre per rispondere alle accuse, ma fonti vicine alla Commissaria Europea per la pesca, Maria Damanaki, fanno capire che dovremo essere molto convincenti per ribaltare un caso definito “imbarazzante” ed evitare una nuova condanna. Con la differenza che questa volta l’Italia rischia di pagare una multa di cento milioni di euro. Forse più.

Limitate nel 1992 e poi bandite nell’UE dal 2002, i proprietari lautamente ricompensati con milioni di euro, in Italia le reti derivanti non sono mai veramente scomparse. Si son fatte più piccole, han cambiato nome (da spadare a ferrettare) ma non è cambiata la sostanza: da quando, poi, le maglie son state allargate da 10 a 18 centimetri, anziché prendere alici, sardine e ricciole come prevede la legge, le reti hanno imbrigliato clandestinamente tonni, pescispada e specie protette. La prova sta nei dati forniti, probabilmente per errore, dall’Italia all’ICCAT, l’organismo internazionale che gestisce la pesca dei grandi pesci d’altura in Mediterraneo.

Tra il 2006 e il 2007 l’Italia dichiara di aver preso con le derivanti un terzo di tutto il pescespada pescato (quasi 5.000 su 15.000 tonnellate); un terzo (1.220 tonnellate) del tonno alalunga catturato nel 2007; e ancora 1.284 tonnellate di tonnetti (2007 e 2009), 693 tonnellate di tombarelli (2009) e 168 tonnellate di verdesche (2007 e 2009). Curiosamente, però, nemmeno un tonno rosso, nonostante rappresenti i tre quarti del pescato delle reti sequestrate dalla Guardia Costiera.

La rete derivante è uno degli attrezzi da pesca più efficienti al mondo; stesa in superficie, cattura tutto quanto nuoti fra la superficie e i venti metri di profondità. La legge imporrebbe 2,5 chilometri di lunghezza massima ma, unite assieme, diventano il doppio, il triplo più lunghe. Delle 854 licenze, sarebbero 100-150 le ferrettare attualmente in azione. Una pesca molto redditizia, ha poche spese e grandi rendimenti. Lo ammettono indirettamente i pescatori di Ponza che, ricorrendo al TAR contro un decreto ministeriale che tentava quest’estate di limitare l’uso illegale della rete, hanno chiesto 2.500 euro al giorno di indennizzo.

La sfrontatezza dei pescatori (alcuni dei ricorrenti eran stati multati negli anni anche undici volte per pesca illegale con le derivanti) è una spia della tolleranza a cui le amministrazioni italiane hanno abituato i bracconieri. Difficile prendersela solo con loro, in questa commedia dove alle proteste (si ricordano blocchi delle ferrovie e dello Stretto di Messina) l’amministrazione ha risposto prima con l’invenzione di un nuovo attrezzo sostituitvo – la ferrettara, appunto – e poi con disposizioni per rendere il nuovo attrezzo sempre più simile alle spadare. Quando ministri, sottosegretari, politici locali e nazionali hanno spesso assicurato apertamente il loro appoggio e comunque imponendo sanzioni ridicole (46 nel 2010, per un totale di 83.000 Euro).

Nessuna sospensione e nessuna multa, ad esempio, per i pescatori che lo scorso anno a Bagnara Calabra, uno dei centri più critici per la pesca con le reti illegali, consegnarono 280 chilometri di spadare – con otto anni di ritardo e dopo aver percepito fondi europei e italiani per la loro rottamazione. Multati più volte negli anni, il loro rientro alla legalità è stato premiato con una licenza per la pesca del tonno rosso. Per non parlare dei controlli, spesso inesistenti, che ci sono costati la condanna della Corte di Giustizia Europea e l’inserimento nella “blacklist” della NOAA statunitense dei paesi in cui è tollerata la pesca illegale.

Dopo qualche anno di repressione dura, che aveva costretto i bracconieri a ogni genere di acrobazie incluse trasferte all’estero per caricare le reti, quest’anno i pescatori hanno abbandonato prudenza e discrezione. Lo hanno certificato gli ispettori della Commissione Europea che, in incognito, hanno battuto i “porti pirata” di Sicilia, Campania e Ponza, osservando ovunque reti illegali e scarsa attenzione delle Capitanerie.

I tre rapporti di missione, che abbiamo potuto visionare, sono durissimi e parlano di “totale tolleranza delle autorità italiane”: “con tutta evidenza la lunghezza massima della rete e la proibizione di cattura di alcune specie non sono controllate dalle autorità competenti”, che “non sembrano possedere la conoscenza né la capacità di applicare la legge”. Addirittura le “deboli iniziative delle autorità sembrano essere motivate più dalla presenza degli ispettori, che dal dovere di far rispettare le regole”.

Ripercorrendo quest’estate le tappe degli ispettori la situazione non sembrava essere cambiata: in molti porti siciliani e a Ischia abbiamo visto reti illegali rimaste per ore in bella vista in banchina o appena occultate in barca, il controllo apparentemente assente. Ammette una particolare recrudescenza quest’anno l’Ammiraglio Lo Sardo, comandante delle operazioni della Guardia Costiera: “Non si tratta più del singolo bracconiere, ma di un’organizzazione strutturata che coordina le diverse flotte. In queste condizioni può diventare difficile intervenire, soprattutto nei porti più piccoli. Ma i numeri – 200 chilometri di reti sequestrate quest’anno – dimostrano tutto il nostro impegno”.

Il problema, comunque, non si risolve solo con un controllo più serrato. Tutti – pescatori, amministratori, controllori, politici – sanno che le ferrettare, con quella maglia così ampia, non possono catturare sardine ma solo specie proibite, come dimostrano i dati consegnati dallo Stato Italiano all’ICCAT. Sul finire della stagione delle derivanti e a pochi giorni dall’annuncio della Commissione Europea, il nuovo ministro della pesca Romano ha sancito il ritorno al passato: la ferrettara deve tornare a essere ciò che era nel 2002, con una maglia a 10 centimetri da usare solo entro 3 miglia dalla costa.

L’uso illegale porterà subito alla sospensione della licenza. Basterà a convincere l’Europa che l’Italia volta definitivamente le spalle a queste reti?

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