Plastica in mare: da minaccia a risorsa (in diesel marino).

Elena Casillo
Scritto da Elena Casillo

2050: il peso della plastica in mare supererà quello dei pesci!

Che il problema sia di estrema gravità è noto ormai a tutti. La ricerca italiana propone soluzioni che non soltanto potrebbero risolverlo ma potrebbero persino trasformarlo in una fonte di ricchezza. Ma, tanto per cambiare, mancano i fondi.

L’entusiasmo scaturito dall’invenzione della plastica da parte del chimico italiano Giulio Natta (1954) ha, ormai da tempo, lasciato il posto alle più faticose elucubrazioni su come risolvere il problema dello smaltimento e del riciclo dei circa 9,1 miliardi di tonnellate di materiale – dei quali 150 milioni solo negli oceani – accumulato fino a oggi.

Le difficoltà sono dovute principalmente al fatto che la plastica non è biodegradabile e non è tutta riciclabile. Per quest’ultimo aspetto, la SPI (Society of Plastic Industry) ha stabilito uno standard di classificazione da 1 a 7, laddove il valore più alto, che si riferisce alle “altre plastiche”, è l’unico per il quale il riciclo non è possibile.

I simboli del riciclo della plastica

Polietilene tereftalato (PETE o PET – cod. riciclo: 1)
  Bottiglie, film, tubi, vaschette e blister, contenitori ed imballaggi, etichette


 

Polietilene ad alta densità (HDPE – cod. riciclo: 2)
  Flaconi detersivi o alimenti, giocattoli, tappi, tubi per il trasporto di acqua e gas naturale


Cloruro di polivinile (PVC – cod. riciclo: 3)
  Tubi per edilizia (ad esempio grondaie e tubi per acqua potabile), serramenti, pavimenti vinilici, pellicola rigida e plastificata per imballi, dischi fonografici


Polietilene a bassa densità (LDPE – cod. riciclo:4)
  Manufatti flessibili, film e pellicole (da cui derivano anche sacchetti e buste)


Polipropilene (PP – cod. riciclo: 5)
  Casalinghi, imballaggi rigidi (barattoli, flaconi) e flessibili (film per imballaggio automatico)


Polistirene o Polistirolo (PS – cod. riciclo: 6)
  Stoviglie monouso, imballaggi, manufatti alleggerenti, isolanti, fonoassorbenti per l’edilizia


Altre plastiche (cod. riciclo: 7)
  Polimeri associati (composizione di più materiali) che non possono essere riciclati

 

I Paesi emergenti, ma meno sensibili all’argomento (Cina, Filippine, Thailandia, Indonesia e Vietnam), immettono, attraverso i fiumi, milioni di tonnellate di rifiuti plastici che si riversano nei mari: circa il 60% di ciò che produce l’intero globo.

I 10 fiumi più inquinati al mondo e le tre isole di plastica negli oceani

I mezzi a disposizione per la raccolta della plastica in mare

I mezzi che attualmente consentono di fare pulizia lavorano solo in superficie, ma la plastica non è tutta galleggiante come il ben noto polistirolo (PS), che ha un minore peso specifico rispetto all’acqua. Dunque, la maggior parte dei residui plastici (PVC – PE – PP) resta sospesa a una quota tra i 200 e i 600 metri di profondità, mentre alcuni altri, come il PET delle bottiglie infrangibili, dal peso specifico più elevato, precipitano accumulandosi sul fondo, raggiungendo addirittura la Fossa delle Marianne a 10 km di profondità, quindi praticamente impossibili da recupere. Tuttavia, paradossalmente, quest’ultima situazione risulta meno dannosa poiché, a quelle profondità, l’impatto con la fauna risulta smorzato dalle stesse condizioni ambientali (i pesci non depositano le uova negli abissi).

Anche in superficie la situazione risulta drammatica. Dagli anni ’80 si sono formate vere e proprie isole di plastica che, seguendo le correnti oceaniche, accumulano sempre più residui di tutti i generi, raggiungendo superfici talmente vaste (il cosiddetto Great Pacific garbage patch è la più grande delle tre fin’ora scoperte, fluttua tra la California e le Hawaii e ha un’area paragonabile a quella della penisola Iberica) da non permettere la vita nella colonna d’acqua sottostante.

Leggi l’articolo sui mezzi di raccolta della plastica e idrocarburi nei mari

La fauna marina è dunque gravemente minacciata: i pesci, oltre che rimanere intrappolati, finiscono per nutrirsi anche di quelle micro-particelle nelle quali la plastica si trasforma durante il processo di corrosione.

Il professor Antonio Naviglio, della S.R.S – Servizi di Ricerche e Sviluppo – Roma, insieme con il suo gruppo di ingegneria e ricerca, ha studiato e realizzato un sistema chiamato PROIL che offre un’alternativa ambientale ed economicamente sostenibile alla termovalorizzazione e alla discarica terrestre e marina. Il processo trasforma la plastica raccolta in combustibili liquidi (soprattutto Diesel per uso marino) assolutamente conformi ai più avanzati standard commerciali: in particolare, per quel che riguarda i limiti molto restrittivi sul contenuto di zolfo (<0,1%) che essi dovranno avere a partire dal 1° gennaio 2020.

Le bottiglie di plastica, realizzate in PET, se vuotate dall’aria, affondano e l’unica maniera per recu00erarle è la raccolta a mano.

Vediamo in sintesi come funziona. La parte più inquinante e difficilmente riciclabile dei polimeri di propilene, polietilene e polistirolo – lo scarto dal riciclo meccanico chiamato PLASMIX – è la più idonea per il processo di trasformazione. Questa può essere trasformata, con un processo di frammentazione, per circa il 90%, in miscele di idrocarburi utilizzabili in diversi modi: per la generazione elettrica; per l’alimentazione diretta dei cosiddetti motori marini lenti (il combustibile ottenuto è intrinsecamente privo di zolfo), nel rispetto delle direttive internazionali IMO ed EU, senza che il mezzo navale – oggi alimentato da combustibili ad alto tenore di zolfo – debba essere modificato; per la produzione di miscele di idrocarburi da utilizzare come basi per la generazione di nuove materie plastiche.

In una configurazione base di riferimento, finalizzata alla massimizzazione della produzione di un combustibile liquido compatibile con il gasolio commerciale, partendo da un chilogrammo di materiale polimerico, è possibile ottenere mediamente: 662 g di combustibile liquido (compatibile con un gasolio commerciale); 170 g di combustibile liquido leggero (simile a una benzina); 82 g di combustibile gassoso; 86 g di char, un solido carbonioso molto simile al carbone. Il combustibile prodotto è compatibile con un motore a ciclo Diesel commerciale “lento” e il prodotto finito ha un’elevata stabilità nel tempo.

Insomma, la prospettiva ideale è che questa sconfinata massa di materiale plastico estratta dal mare possa, una volta trasformata, tornare a essere utile all’umanità. E in tal senso, avendo ampiamente dimostrato le sue capacità nonostante l’estrema carenza di fondi, la ricerca italiana è assolutamente all’avanguardia.

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