Crociere subacquee Antartide

Un gruppo di sportivi, su una barca a vela, il “Kotic”, parte dalla città di Ushuaia e dirige sulla Penisola Antartica. Lo scopo è di fotografare e filmare gli animali e la natura di un mondo straordinario. Questo è il resoconto di una bellissima avventura.

Testo e foto di Roberto Rinaldi

Ushuaia è la città più meridionale del mondo. Stretta tra le montagne brulle e rocciose, si affaccia su un canale che sembra un grande lago. Il cielo è di un blu irreale, in questa splendida giornata dell’estate australe, e sembra essere più alto e lontano del normale. E’ il 15 gennaio, e stiamo ultimando di assicurare le attrezzature sul ponte. Partiremo tra poche ore con il Kotic, a vela, alla volta della Penisola Antartica. Alain Caradec è il nostro skipper. Un vecchio lupo di mare, un lupo dei gelidi mari dell’emisfero australe. Al suo attivo ha già dodici traversate del passaggio di Drake e tanti, tanti anni di navigazione a sud dei Quaranta Ruggenti. Fissato il compressore per caricare le bombole di aria sul ponte, e copertolo con robusti fogli di tela gommata, ultimiamo lo stivaggio delle provviste e delle attrezzature per video e fotografia all’interno della barca. Quasi tutto finisce per scomparire sotto i paglioli, comprese le novanta bottiglie di vino, che su di un veliero francese non possono proprio mancare.

Alain si presenta con un barattolo pieno di viti: “Avvitiamo bene i paglioli, così quando scuffiamo, nulla cade fuori”. Quando scuffiamo, come inizio è poco confortante. E invece alle dieci di sera salpiamo con una fesca brezza di poppa che ci spinge tranquillamente attraverso il canale del Beagle. Verso la costa cilena, e poi, oltre capo Horn, verso il passaggio di Drake, e gli iceberg del continente antartico.

16 gennaio
Alle tre del mattino arriviamo a Port Williams, in Cile, sull’isola di Navarino. Un vecchio bastimento funziona da yacht club, ed è lì che attracchiamo per la notte. Al mattino il tempo è splendido, il paesino di Port Williams è costituito di casette di legno pitturate con colori vivi e brillanti, avvolto nel verde smagliante di questa meravigliosa regione. Per alcune ore continuiamo a legare, fissare, avvitare. Alain non vuole nulla sul ponte. Alle quattro del pomeriggio finalmente partiamo. In breve il cielo si fa del colore del piombo. Un forte vento si incanala nella gola montuosa e ci soffia violento sul naso. Per rendere tutto più divertente, una pioggia fittissima e continua mi si riversa addosso per le quattro ore di turno al timone. Quattro noiose ore a motore, prima di uscire finalmente in mare, dove ci accoglie un’onda lunga e potente. Libero dai percorsi obbligati che seguiva tra le montagne, il vento soffia ora da nord ovest, fresco e regolare. Inveliamo con genoa e randa e un paio di mani di terzaroli. Benchè appesantiti dal carico filiamo a circa 8 nodi. In breve lasciamo capo Horn dietro di noi. Ci appare a tratti, in lontananza, tra enormi nuvole nere che per pochi istanti lo lasciano libero.

Un branco di delfini ci raggiunge e resta per alcune ore a giocare con noi. E’ impressionante vederli nuotare noncuranti di questi enormi muri d’acqua che sembrano rincorrersi, arrampicarsi verso le creste dell’onda, oppure scendere surfando. All’interno della barca la stufa a nafta è già accesa e Claudine, la moglie di Alain, ha preparato un pentolone di zuppa calda sempre pronta sul fornello. I turni al timone scombinano i ritmi normali di vita: mentre qualcuno pranza, altri dormono e altri ancora si sono appena svegliati. Da capo Horn 620 miglia di mare ci separano dall’estremità più settentrionale della Penisola Antartica. Per quattro giorni il vento non muterà di direzione né di intensità. Continuerà a spingerci velocemente verso l’Antartide, più o meno sempre consentendoci di mantenere la rotta voluta, costringendoci spesso a saltare sul ponte per recuperare mani di terzaroli e avvolgere genoa o trinchetta. Mentre le onde continuano a sballottarci malamente.

18 gennaio
Il vento cala un poco: possiamo issare la randa completa e tangonare il genoa a farfalla. Le condizioni del mare invece non mutano: la grande onda che ci ha accompagnato finora ci investe al traverso, ma il mare è anche perturbato da altre onde, residui di tempeste lontane. Attorno a noi volano molti albatros. Li perderemo al 60° parallelo, per ritrovarli solo sulla via del ritorno. La lunghezza del giorno aumenta sempre di più. Durante la notte sono di turno al timone, a mezzanotte tutto è avvolto in una gelida luce crepuscolare. Abbiamo infatti da poco superato la zona in cui le gelide acque antartiche si infilano sotto quelle oceaniche più calde. Siamo in permanenza avvolti nella nebbia, a tratti fittissima, da un’elevatissima umidità che rende gelida la permanenza in coperta. Oltre il 60° parallelo, oltre a perdere gli albatros, entriamo nella zona degli iceberg. Un uomo al radar si aggiunge a quello di quarto in coperta. Alain ci spiega che gli iceberg si portano dietro molto spesso una scia di blocchi di ghiaccio, e che occorre dunque sempre superarli lasciandoli sottovento.

19 gennaio.
Avvistiamo i primi grandi iceberg. A diverse miglia di distanza due grandi blocchi scintillano colpiti da un brillante raggio di sole che proprio in quel punto perfora la fitta coltre di nubi. E’ per noi un segnale di allerta, anche perchè la nebbia sembra infittirsi sempre di più.

20 gennaio.
Al mattino presto lasciamo un grande iceberg poche miglia a dritta. Il mare è più calmo, il vento diminuito di molto, la nebbia fitta e gelida. Di colpo un soffio ghiacciato ci investe, l’onda è meno potente, la nebbia si trasforma in una fittissima polvere di ghiaccio che in pochi istanti ricopre la barca. Poco dopo il vento sale ancora. In breve abbiamo trenta nodi da sud est con raffiche continue e violente che ci costringono a ridurre di molto la randa, eliminare il genoa ed issare la trinchetta. Piove a dirotto e la temperatura è scesa a 3°. Verso sera siamo in vista delle isole Melchiorre. Il tempo migliora un pochino, e sotto un cielo di nuvole nere vediamo in lontanaza brillare i ghiacci che ricoprono le coste: evidentemente il sole splende oltre la coltre di nuvole che ci ricopre.

21 gennaio
Mi sveglio con il Kotic che attraversa a motore una baia incantata, attraverso lo stretto di Gerlache. Siamo circondati da impressionanti montagne, alte e rocciose, a picco sul mare, scavate da lingue di piccoli ghiacciai, e alternate ad ampie masse di ghiacci pianeggianti. Il mare è immobile e quattro megattere ci nuotano pigramente attorno. Un branco di pinguini passa saltando accanto alla barca. Poche ore dopo possiamo finalmente scendere a terra per iniziare le riprese per il nostro reportage e per il documentario. Gettiamo l’ancora nella baia di port Lockroy e ci istalliamo per un paio di giorni nella capanna rifugio di Damoy point. La bellezza, la maestà dell’ambiente che ci circonda è sconvolgente: montagne degne di essere nelle nostre Alpi. Bastionate di rocce che salgono alte direttamente dal mare, incrostate di ghiacci, coperte di neve, cingono completamente la baia e salgono ancora, alte e precipiti, fino a scomparire nelle nuvole fitte e nere. Le rocce più basse e piatte, in prossimità della riva, sono popolate da una grande colonia di pinguini. Siamo nel momento in cui le uova si sono da poco schiuse, ed i piccoli non hanno ancora abbandonato il nido.

Lo scopo del nostro documentario è quello di avvicinare e riprendere, in superficie e sott’acqua, la grande, ed apparentemente temibile foca leopardo, per la scienza Hydrurga leptonyx. Si tratta di una delle più grandi foche esistenti, un animale che può raggiungere i 400 chilogrammi di peso, armato di una spaventosa chiostra di denti ed apparentemente dal carattere incredibilmente aggressivo. Tutti qui in Antartide, Alain, gli altri skipper suoi amici, i ricercatori delle basi scientifiche, hanno qualche terribile aneddoto da raccontare a riguardo: racconti di imarcazioni attaccate, di pinguini sbranati. Alain non lascia mai il tender in acqua, per paura che la foca leopardo possa addentarlo. Uno scienziato americano ci domanda addirittura se ci rendiamo conto di cosa ci stiamo apprestando a fare. Ma questo è comunque il nostro obiettivo e, dunque, dopo aver trascorso un paio di giorni filmando pinguini e ghiacci scintillanti, partiamo con maggiore decisione alla ricerca della terribile foca. Navigando ne troviamo diversi esemplari sdraiati al sole su grandi blocchi di ghiaccio galleggianti attorno alle coste di una piccola isola: Dream island. Chi ha chiamato “isola di sogno” questo infernale scoglio, coperto da una sterminata quanto rumorosa e puzzolente colonia di pinguini di Adelie, le spiagge abitate da foche ed elefanti marini, dal cielo pattugliato da enormi e terribilmente aggressive petrelle, doveva di certo avere una particolare concezione dell’isola di sogno. In ogni caso Dream Island ci offre una strettissima baia per ripararci in maniera formidabile dalla furia del mare e una moltitudine di creature da filmare.

Con Alain ormeggiamo la barca. In Antartide si cerca per quanto possibile di non dare mai fondo all’ancora: cosa accadrebbe infatti, se un iceberg alla deriva arrivasse da chissà dove ed andasse ad incagliarsi sul fondale proprio sopra all’ancora? Ci assicuriamo allora agli scogli. con l’aiuto di alcuni robusti cavi metallici e partiamo con il piccolo tender alla ricerca della foca. In lontananza il fragore degli immani blocchi di ghiaccio che si staccano dal continente e cadono in mare è continuo. Un brontolio cupo e sordo, che ci consiglia di stare ben lontani dalla falesia, benchè le acque in quella zona siano evidentemente ricche di blocchi di ghiaccio, e promettano dunque l’incontro con la foca leopardo.

Il 25 gennaio arriva il grande momento: proprio all’uscita della nostra baietta, in prosimità di un piccolo scoglio isolato, scorgiamo la grande testa di una foca leopardo. E’ immobile, in superficie, ci scruta con gli occhi appena a pelo d’acqua. Silenziosamente scivolo in acqua, senza bombole e con la custodia fotografica tra le mani. L’acqua è torbidissima, dal colore lattiginoso. Non riesco a scorgere nulla al di là di cinquanta centimetri dalla mia maschera. Il piccolo gommone si allontana di qualche metro, silenzioso. Io scruto la bestia di fronte a me, ad una decina di metri di distanza. Con i miei occhi appena sopra la superficie immobile del mare. Lei mi scruta con i suoi, assolutamente dalla stessa prospettiva. Dopo pochi attimi, con un movimento impercettibile, scompare sotto la superficie del mare. Per pochi secondi, sufficienti per farmi preoccupare un poco, prima di riaffiorare, esattamente nella stessa posizione. Dopo poco, ancora un’altra immersione, e poi un’altra ancora, fin quando non inizio a sentire lo spostamento d’acqua provocato dalla virata dell’animale, a pochi metri dalle mie gambe immerse. Istintivamente tengo la testa sott’acqua, cerco di spingere lo sguardo lontano, attraverso l’acqua torbida, senza purtroppo scorgere nulla. Il tempo passa, il gommoncino è sempre più lontano, è ormai quasi un’ora che il gioco continua. Vorrei tornare a bordo per riposarmi un poco, per interrompere lo stress, per scaldarmi un attimo. Ma so che quello di rimanere qui, fermo al mio posto, è l’unico modo per riuscire a fotografare questa creatura. So che devo soddisfare completamente la sua curiosità, e, ironia della sorte, farla essere completamente tranquilla, prima che decida di avvicinarsi a me, fino a pochi centimetri di distanza dall’oblò della macchina fotografica, condizione indispensabile per una ripresa in acqua così torbida. E, mentre questi pensieri attraversano la mia mente, ecco l’ombra della gigantesca foca apparire nel grigiore dell’acqua. Si avvicina sempre più decisa; immersione dopo immersione, sempre di più. Punta violentemente verso di me e vira all’ultimo secondo per scomparire ancora nel torbido. Impossibile decifrare le sue intenzioni, impossibile fotografare. In una parola inutile continuare così. Decido in un attimo di tornare al gommone e prendere le bombole. In pochi secondi mi trovo a scendere velocemente verso il fondo. D’improvviso, superato il primo strato, la visibilità migliora nettamente, e le alghe del fondo appaiono di fronte ai miei occhi. Giusto il tempo di fermarmi inginocchiato sul fondo, che la foca appare, uscendo dallo strato torbido. Decisa scende verso di me, e si ferma per alcuni istanti a rimirarsi nel grande oblò della macchina fotografica. Proprio come qualsiasi altra comunissima foca, in acqua leggiadra e giocherellona, curiosa e furbetta, mentre si nasconde tra le asperità del fondo ed appare all’improvviso. A parte le dimensioni gigantesche e la sua terribile fama, la grande foca incontrata sott’acqua non fa certo paura, neppure quando apre la bocca e mette in mostra i suoi terribili denti. Da quel giorno magnifico le immersioni con la foca leopardo si sono ripetute, una dopo l’altra, in giorni ed ambienti successivi. Sempre le foche si sono rivelate curiose, giocherellone, interessate all’uomo immerso. Talvolta hanno manifestato attitudini spiccatamente aggressive nei confronti del sub, mettendo in mostra in modo deciso ed insistente i denti o spingendoci via violentemente con il muso.

Un giorno, un grande maschio ci ha costretti fuori dall’acqua, e, una volta sul gommone, ha continuato ad attaccarci, costringendoci a respingerlo a colpi di remo, fino ad un ultimo, decisivo attacco, quando con un morso ha forato un tubolare. Ma allora le foche leopardo sono aggressive o no? Io ho una opinione piuttosto precisa a riguardo: secondo me si tratta di creature decisamente curiose, ma dal senso spiccatamente territoriale. E dunque il primo approccio è sempre decisamente amichevole, fin quando, stanca del gioco, la grande foca non dice basta. E allora comincia ad inviare segnali, a dire, a suo modo, che il gioco è terminato che è ora di andare via. Ma un povero subacqueo non è così veloce a ritirarsi, a scomparire negli abissi. E così la grande foca continua ad inseguirlo, a minacciarlo, irritata, perchè questo testardo non vuole proprio decidersi ad abbandonare il campo.

Ma l’esperienza subacquea con la foca leopardo, è stata solo una delle meravigliose emozioni che ci ha regalato la Penisola Antartica, con il suo mare e le sue coste. Ambienti ricchi di scenari sensazionali, di creature sorprendenti e meravigliose. Un intero continente consacrato a parco naturale mondiale, un santuario della natura disperatamente voluto dal grande Comandante Cousteau e sottoscritto dalle nazioni del mondo intero. Un parco marino dove abbiamo il diritto di andare, di navigare, di immergerci. E’ un po’ lontano e un po’ fuori mano, ma se in Italia continueremo di questo passo sarà lì che dovremo andare per poter utilizzare la nostra barca e le nostre pinne in un luogo risparmiato dal parco dove tutto è proibito.

Il nostro viaggio è proseguito per un mese, e ci ha regalato emozionanti incontri con le grandi megattere, con immensi, candidi iceberg affioranti su mari dalle profondità di centinaia di metri. Alain Caradec e Claudine ci hanno portato per mano attraverso queste acque incantate, circondate da ghiaccio e da roccia, sotto un cielo azzurro e limpido come non ne avevo mai visti altri.

Dopo circa un mese abbiamo rivolto ancora la prua a nord, per affrontare il passaggio di Drake che non è stato così gentile con noi come all’andata. Un viaggio di ritorno durato quasi dieci giorni, bordeggiando contro un forte vento che ci soffiava proprio nel naso.

NOTIZIE UTILI

Con la nostra troupe abbiamo avuto la ventura di noleggiare l’imbarcazione di Alain e Claudine Caradec per la realizzazione del film. Ci siamo trovati a compiere un’esperienza eccezionale con due persone davvero fantastiche dal punto di vista dell’esperienza di mare e da quello umano. Dal 1979 Alain naviga attraverso le acque del Polo Sud, proponendo crociere alle Malvine, alle Shetland, attraverso i canali della Terra del Fuoco e fino in Antartide. Per ripetere la nostra esperienza e realizzarne di nuove, rivolgetevi a Croisieres Australes; 3, allée de l’Oseraie 35760; St Gregoire; tel 33/2/99236741 fax 33/2/99236739.

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