Crociere subacquee Indonesia oltre il mare dei fantasmi

Indonesia: fra genti ospitali e dal carattere dolce, immergendosi su fondali dove i vulcani creano paesaggi incredibili, e dove l’acqua lotta eternamente col fuoco.

INDONESIA, FRA CORALLI E VULCANI

Tre mesi sulla Calypso attraverso arcipelaghi fra i meno conosciuti del mondo, alla scoperta di un mare dalla bellezza talvolta violenta e minacciosa. Poi, anni dopo, un ritorno denso di emozioni, sempre fra genti ospitali e dal carattere dolce, immergendosi su fondali dove i vulcani creano paesaggi incredibili, e dove l’acqua lotta eternamente col fuoco.

Testo e foto di Roberto Rinaldi Eleonora de Sabata

Il mio primo contatto con l’Indonesia è stato identico a quello che hanno avuto migliaia di turisti italiani e di ogni altro paese occidentale. Il moderno aeroporto di Bali, i bagagli perduti durante uno scalo a Londra, lunghe passeggiate sulla spiaggia di Kuta dove donne con il numero sul cappello di paglia massaggiano i turisti, o al lontano Impossible Beach, regno dei surfisti australiani, dove sulla sabbia bianca al riparo delle rocce anche i massaggi orientali sono più intimi ed intriganti. Una Bali dove gli alberghi moderni sembrano antichi templi, adorni come sono di statue e caratteristici drappi, dove basta seguire alcuni uomini che si aggirano furtivi per assistere ad un feroce combattimento di galli. Clandestino s’intende…

I campi di riso tagliati sui versanti dei monti, come i nostri vigneti, sono la parte più autentica, più tradizionale dell’isola, la più lontana dal turismo. Ma non ancora il cuore pulsante della nazione, dell’arcipelago indonesiano. Occorre disporre di tempo per partire alla ricerca dell’essenza dell’arcipelago più esteso del mondo, per perdersi e ritrovarsi in un infinito dedalo di isole figlie del dio Vulcano e del dio Nettuno, generate nella violenza di un attimo da boati e lave incandescenti o nella lentezza della vita dai ritmi dei coralli costruttori. Una immensa ed eterogenea famiglia di isole sorte da un mare profondo migliaia di metri, passaggio obbligato tra l’Indiano, l’oceano delle spezie, e l’immenso, leggendario oceano Pacifico.

A Bali attendevamo la Calypso per aggregarci al resto dell’equipaggio e partire per un viaggio di tre mesi navigando verso oriente, verso il mare di Banda, le Molucche, la selvaggia ed inesplorata Irian Jaya. Attendiamo diversi giorni allo Yacht Club dove il tempo e la noia hanno impolverato le vecchie foto e impigrito un paio di navigatori che ormai da mesi non volgono più la prua al mare. Salpiamo la sera del venti agosto. Il vento soffia a quaranta nodi, appena fuori della pass una serie di onde lunghe e gonfie ci investe al traverso. La Calypso si lascia sballottare dal mare: l’osservatorio sottomarino di prua esce dall’acqua, prima che l’intera prua sparisca sotto la schiuma del mare in tempesta. Dopo un temporaneo miglioramento, nei giorni successivi le condizioni del mare peggiorano decisamente: il 23 agosto in quattro ore non riusciamo neppure a percorrere quindici miglia. La furia violenta del mare e del vento enfatizza la bellezza ed il fascino del mare indonesiano, degli abissi che passano sotto alla chiglia, dei profili delle isole che scorgiamo lontani. Rinforza l’emozione per l’incontro con una balena che passa a pochi metri dalla nostra poppa ed il senso di ammirazione per quegli uomini che affrontano l’oceano affidandosi solo alla caratteristica vela a quadri verdi e blu. Ravviva il desiderio di spingerci in fretta sempre più ad oriente, verso uno degli ultimi mari inesplorati. Intanto il mare si placa un pochino, malgrado il vento continui a soffiare.

E’ notte e sono di turno al timone, quando entriamo in quello che nel giornale di bordo abbiamo definito “il mare dei fantasmi”. La carta indicava una piccola isoletta vulcanica, il radar la segnalava a poche miglia ma non riuscivamo ancora a scorgerla. Il vento continuava ad essere forte ed il mare mosso. La notte nera come l’inchiostro. Il fantasma dell’isola ci è apparso di colpo. Enorme e più nero della notte. Avvolto in un pungente odore di zolfo, in vapori caldi e umidi, a tratti dissipati dal fresco vento della notte. Accompagnato da un coro di onde brevi e stizzose seguite dalle voci di migliaia di uccelli unite in un unico canto assillante.

Poi, improvvisamente, sono apparsi i fantasmi del mare: infinite fluorescenze biancastre si agitavano nell’acqua, accompagnate da un odore di zolfo sempre più forte e dal ribollire del mare, dovuto alle onde e alla risalita di gas vulcanici. Alla luce della torcia puntata sull’acqua tutto questo spariva, restava solo la schiuma delle onde e l’odore dello zolfo.

Al mattino successivo quella notte così buia ed intensa sembrava essere rimasta legata al sogno cui di certo apparteneva: il mare era calmo e azzurro, specchio ideale per un cielo così limpido e pulito. Siamo ormai lontani da Bali, dal turismo di tutti, dalla massaggiatrice col numero sul cappello di paglia. Abbiamo attraversato le porte oltre le quali dobbiamo cercare il vero cuore dell’Indonesia, la saporita spezia che rende magico questo arcipelago. Ci avviciniamo alle isole, spesso dominate dall’inconfondibile forma del vulcano, sempre bordate da un reef dove l’acqua del mare è del colore dello smeraldo prima di gettarsi veloce fino a quote che il nostro scandaglio non è in grado di misurare ed assumere un colore blu intenso. Le palme verdissime si arrampicano lungo i versanti del monte, mentre i villaggi si raggruppano nei pressi delle spiaggette. Piroghe scavate in un tronco d’albero sono tirate in secca sulla sabbia, mentre barche più grandi giacciono sbandate sui coralli durante la bassa marea. Altre navigano al largo con la vela blu e verde gonfiata dal vento. La marea ha lasciato alcuni piccoli laghi: altrettanti porticcioli per barche da pesca, mentre donne e bambini insidiano pesci e crostacei camminando sul reef abbandonato dal mare. Voliamo a bassa quota con l’elicottero sconvolgendo la vita dei villaggi: una donna intenta a raccogliere conchiglie fugge via terrorizzata mentre i bambini ci corrono incontro salutando e ridendo. Tutti vestiti uguali, con i pantaloncini rossi e la camicina bianca, la divisa di tutte le scuole della repubblica indonesiana.

La corsa verso est prosegue, in compagnia degli sbuffi delle balene e di fitti branchi di delfini, mentre scende la notte e il mare torna un po’ ad ingrossarsi quando raggiungiamo un altro vulcano, Gunung Api nella lingua locale. Dopo una notte trascorsa alla cappa ci gettiamo nelle acque dell’isola. Scompare il verde delle piante, scompaiono le migliaia di sule e fregate che volteggiano nel cielo, sparisce l’odore di zolfo sotto il tetto di schiuma bianca dilaniato dai raggi del sole. Uno strato ricco di minerali di zolfo si accende di una magica luce dorata e scintillante che si perde pochi metri più in basso in un’acqua perfettamente blu e dalla limpidezza non comune. La parete scende rapidamente verso l’abisso, carica di spugne enormi e gorgonie, di coralli e alcionari. Ovunque incontriamo serpenti a righe nere e bianche nascosti tra i coralli, frequentemente ci imbattiamo in fitti branchi di carangidi presi dal rito dell’amore.

Dopo la prima è un succedersi ininterrotto di immersioni di sogno lungo incredibili pareti affacciate sull’abisso. Come quella volta a Pulau Peryu, quando per ormeggiare la nave siamo costretti a calare un’ancora di poppa legata ad alcune centinaia di metri di cavo d’acciaio e assicurare la prua ad una immensa madrepora emergente dal reef: proprio da pochi centimetri di profondità iniziava la parete. Tutto era immenso, la parete stessa e gli animali che la popolavano. Immenso anche il buio che l’avvolgeva e le spelonche che si aprivano nella roccia corallina. Ci lasciammo andare, superammo i venti, i trenta, i cinquanta metri… Alla luce dei potentissimi fari delle telecamere si accendevano i colori della vita del mare: i rossi, i gialli, i verdi tra un indistricabile ammasso di esseri viventi, di spugne, di coralli, di pesci. Tra gorgonie così grandi da sembrare alberi, appare una gigantesca tartaruga, timida, disorientata dalla luce dei fari.

Quando usciamo piove a dirotto e pioverà fino alla sera, quando sbarcheremo su una piccola isola abitata da un solo uomo. Si chiama Kadola e vive qui per sei mesi l’anno, cacciando tartarughe. Ogni notte esce dal suo rifugio tra le palme e si incammina lungo la spiaggia del suo minuscolo regno illuminandosi il cammino con una torcia elettrica. Sorprende le tartarughe mentre arrancano sulla sabbia per deporre le uova e rivolta con il ventre in alto. Tornerà l’indomani a prenderle per rinchiuderle in un recinto di pali nella zona di marea dove gli animali attenderanno in vita il mercante di Ambon. La dolcezza del carattere degli indonesiani e il loro amore per il mare si incrociano con la lotta per la sopravvivenza e l’ignoranza di certi problemi. D’altronde qui il mare è così grande, così ricco, che forse il mestiere di Kadola non fa neppure troppo danno.

Intanto noi proseguiamo con le nostre immersioni, utilizziamo tutti i mezzi a nostra disposizione per tentare di raggiungere l’abisso, anche il disco di immersione. Scendiamo lungo la solita impressionante parete, i sommozzatori con i loro fari ci accompagnano fin oltre i sessanta metri, poi diventano dei puntini argentei minuscoli, persi nell’acqua limpidissima. Una breve cengia sabbiosa interrompe la verticalità della parete a circa cento metri, oltre riprendiamo a scendere lungo le rocce strapiombanti. Tutto è ricoperto da fanghi candidi e sottilissimi, tutto sembra essere immobile, pietrificato. Il sedimento aggrappato alle rocce sembra l’acqua di una cascata congelata nell’attimo di una fotografia. Solo di tanto in tanto appaiono delle oasi di vita e di movimento, grandi cespugli di gorgonie a frusta e di corallo nero circondati da pesci gialli. Ci fermiamo a 250 metri. L’oscurità è fittissima e ancora non riusciamo a scorgere la base su cui poggiano le isole dell’arcipelago indonesiano.

Giungiamo così all’arcipelago di Banda, dominato dall’attivissimo vulcano di Banda Neira, che solo un anno prima del nostro arrivo aveva eruttato per giorni con conseguenze disastrose. L’ascensione al cratere ci consente di renderci conto delle immani proporzioni dell’evento che poco prima aveva sconvolto il piccolo arcipelago. L’arcipelago di Banda ha avuto nei secoli passati una grande importanza per via del ricco commercio delle spezie. In particolare da questa piccola colonia olandese veniva la noce moscata, prelibatissima e non ancora scoperta in altro luogo. Il passato ricco di storia e tradizioni affiora più volte aggirandoci tra le isole: sulle alture dove sorge l’antico forte olandese, nelle case della gente dove si scoprono frequentemente pregiatissimi pezzi di antiquariato, nei tratti somatici di alcuni discendenti diretti di incroci tra locali e coloni bianchi o guerrieri giapponesi, condotti qui come truppe mercenarie per ridurre in schiavitù la mano d’opera autoctona.

E’ la tradizione che impone al popolo di Banda di accogliere la Calypso secondo il rito del Kora Kora. E così tre grandi piroghe dipinte di colori vivaci e sospinte dalle braccia di una quindicina di rematori precedono la prua della nave al suo ingresso nella baia, accompagnate dal frenetico ritmo di assordanti tamburi. Cousteau, il comandante del vascello, appena arrivato viene accolto dal capo del villaggio che al termine di una lunga cerimonia gli lava i piedi e lo veste del sarong e del copricapo tradizionale, dichiarandolo così cittadino onorario. Anche il mare prepara la sua cerimonia di benvenuto, e così le onde e la schiuma che imbiancano la sua superficie proprio sotto le pendici del vulcano non sono dovute ad una tempesta, ma ad uno sconfinato branco di delfini in caccia di un altrettanto grande branco di minuscoli pesci. Dall’elicottero i delfini sono migliaia, possiamo vederli a perdita d’occhio sconvolgere la superficie altrimenti immobile del mare, sott’acqua non si riesce a scorgerne che quattro o cinque alla volta, a causa della visibilità ridottissima. Qualche specie di plancton urticante ci fa bruciare terribilmente la pelle ma non riusciamo ad uscire dall’acqua, ad abbandonare quel maestoso concerto di fischi gioiosi, un coro di migliaia di voci che per la prima volta nella nostra vita ci capita di ascoltare.

Tre mesi di navigazione nei mari indonesiani sono trascorsi veloci ed emozionanti, alla scoperta di luoghi spesso inesplorati, comunque di gran lunga al di fuori delle rotte turistiche. Un viaggio possibile solo con una nave così attrezzata e pronta ad affrontare mesi e mesi di mare. Da quel viaggio mi è rimasto solo il rammarico di non aver puntato affatto verso settentrione, verso il mare delle Molucche, a nord della punta estrema di Celebes, una delle maggiori isole indonesiane, nota anche con il nome di Sulawesi.

L’occasione è arrivata, quasi per caso, alcuni anni più tardi: il viaggio inaugurale del “Cehili”, un vecchio traghetto norvegese riadattato a nave da crociera di lusso per subacquei. Ancora la stessa sensazione di esplorare un mare sconosciuto, nessuna guida in grado di raccontare ciò che avremmo visto sott’acqua, ancora l’emozione di pensare di essere i primi subacquei incontrati da quei pesci. Già, perché fino a quel momento i turisti con le pinne e con le bombole si erano sempre fermati sugli splendidi fondali della minuscola isola di Bunaken, poche miglia al largo della capitale Manado. Anche questo, come molti altri piccoli arcipelaghi indonesiani, è costituito da isolette vulcaniche che si arrampicano fino in superficie da abissi profondissimi. Durante la crociera ci siamo spinti verso nord, verso l’arcipelago di Sangihe-Talaud, a sud delle Filippine. Anche qui minuscole isole coralline e vulcaniche si alternavano tra loro, quasi sempre popolate da ridenti villaggi di pescatori perennemente impegnati in mare con le loro piccole piroghe a vela quadra. Le immersioni si sono succedute a ritmo serrato, una dopo l’altra, tutte diverse, alla ricerca degli angoli di fondale più belli. Tra tutte la scoperta più impressionante è stata quella di un vulcano sottomarino, una immane montagna incandescente che si arrestava a soli tre metri dalla superficie. Sott’acqua ci perdevamo tra nuvole fittissime di minerali espulsi dalle viscere della terra e potenti getti di acqua bollente che fuoriusciva assieme a grandi quantità di gas. Improvvisamente arditi pinnacoli di lava nerissima interrompevano vallate di sabbia pesante e giallastra. In questo deserto di acqua e di fuoco un solo organismo era riuscito a crescere e svilupparsi: un enorme ramo di corallo nero di oltre tre metri di altezza, aggrappato come un albero alla base del vulcano. Al centro dell’arcipelago più vasto e inesplorato del mondo, oltre le porte del mare dei fantasmi e dell’immaginazione.

NOTIZIE UTILI

INDONESIA: uno straordinario arcipelago che si estende su un arco di 5000 chilometri, composto da 13.677 o forse 18.585 isole (tutto dipende dalle fasi lunari, dalla marea). Fino a pochissimi anni fa solo Bali e pochissime altre isole erano alla portata del turismo: le altre migliaia erano inaccessibili, a meno di non avere i mezzi ed una nave come la Calypso di Cousteau. Oggi l’ultima frontiera sottomarina del mondo è finalmente accessibile ai subacquei internazionali grazie ad alcuni centri di immersione locali e ad alcune barche da crociera sub. Le zone più interessanti per immergersi sono lo splendido parco marino di Bunaken ed il Mare di Banda. Il parco di Bunaken è formato da un gruppo di isolotti al largo di Manado, all’estremità settentrionale del’isola di Sulawesi (contattare “Murex”: P.O. Box 236, Manado; tel.0062-431-95123; fax 52116, che gestisce anche una barca per crociere sub, o “Nusantara Diving Centre” (P.O. Box 15, Manado 95001; fax: 0062-431-60368). Anche a terra Sulawesi offre paesaggi di straordianria bellezza: un giro in auto nelle colline e nella campagna attorno Manado, punto di partenza per le immersioni a Bunaken, consentirà di penetrare completamente nella vita tradizionale indonesiana. Da non perdere una visita al Lago Tondano; Tomohon, la “città dei fiori” e dei carrettini trainati dai ponies; la riserva naturale Tangkoko, dov’è possibile vedere la più piccola scimmia del mondo: Tarsius, endemica di Sulawesi. Infine l’ascensione al vulcano Lokon, un paio d’ore di cammino. Tana Toraja, nel meridione di Sulawesi, è una delle zone più affascinanti dall’intera nazione: è la patria dei Toraja, le cui complesse e rituali cerimonie della vita e della morte scandiscono oggi, come sempre, i momenti principali dell’esistenza.

Anche il mare di Banda è oggi accessibile ai subacquei grazie a due barche da crociera: la “Spirit of Borneo” e la “Pindito”.

Per informazioni rivolgersi alla Seafari Adventures Club

IL VIAGGIO – Comodissimi i voli diretti Roma/Singapore e Singapore/Manado della Singapore Airlines.

VISTI E VACCINI – Non sono necessari. Il passaporto deve essere valido per oltre sei mesi. Per ulteriori informazioni contattare l’Ambasciata Indonesiana: tel.06-482,5951

LA MONETA indonesiana è la rupia.

CUCINA – Attenzione: la cucina indonesiana è molto, molto piccante! Imperdibile un buon piatto di nasigoreng, il riso fritto indonesiano, o di migoreng, spaghettini fritti, accompagnati da krupuk, crackers di gamberetti. Piatti tipici della zona di Minahasa sono… i cani ed i ratti.

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