Crociere subacquee Maldive del Sud, le ultime isole

Maldive sud: qui l’oceano offre la sua furia e le sue dolcezze, le sue creature più grandi e più minute, per chi vaga fra gli atolli o s’immerge sotto la superficie.

UN CHARTER INSOLITO ALLE MALDIVE

E’ stato fino a ieri quasi segreto questo settore lontano dell’arcipelago, ma oggi è possibile giungervi per inebriarsi di colori e di mare. Qui l’oceano offre la sua furia e le sue dolcezze, le sue creature più grandi e più minute, per chi vaga fra gli atolli o s’immerge sotto la superficie

La cupola infuocata dal tramonto equatoriale ci sovrasta, mentre la barca sale e scende lentamente al susseguirsi delle vaste onde oceaniche. Prima che il buio arrivi inesorabilmente, dobbiamo entrare nella “kandu”, il canale che mette in comunicazione l’oceano con la laguna interna dell’atollo. Fino all’ultimo ci siamo attardati nell’esplorazione dei fondali incontaminati di quest’estremo lembo delle isole Maldive, fino a oggi chiuso al turismo. Poco distante il fragore dell’urto del mare contro la scogliera corallina affiorante ci indica la vicinanza del passaggio e il successivo arrivo a Addu, da dove solo pochi giorni fa la nostra crociera è cominciata.

Addu è l’ultimo atollo meridionale oltre l’equatore, e Gan è l’isola capoluogo, una volta territorio inglese e oggi in rapido sviluppo turistico, con la costruzione di un grande villaggio. L’isola dispone anche di un aeroporto, collegato una volta al giorno con Male, la capitale dell’arcipelago. Più a Sud, dopo un canale largo circa 300 miglia, ci sono le isole Chagos, mentre a Nord si snoda una catena ininterrotta di meravigliosi atolli corallini, che regalano una grande emozione nel sorvolarli.

Quando con un piccolo aereo si lascia alle spalle l’aereoporto internazionale di Hulule e si punta verso Addu, si gode di uno dei voli più spettacolari in assoluto: il turchese più violento, l’acquamarina, il blu cobalto si fondono alternandosi, con colori e sfumature che riflettono la purezza e la trasparenza dei fondali, spesso punteggiati dalle isole con il loro verde intenso delle palme e il bianco candore delle spiagge. Atolli, canali, isole, fondali, tutto ti martella gli occhi, e quando sbarchi a Gan sei completamente stordito ancora prima di cominciare la crociera. Alla fonda, davanti a un bel praticello all’inglese, contornato dalla spiaggia con le palme contorte quasi ad accarezzare il mare, il ‘Kudi Boli’ ci aspetta, pronto alla partenza. Questa barca a motore di18 metri, costruita alle Maldive, può ospitare 9 persone e come ‘tender’ ha un ‘dhoni’, il tipico gozzo delle isole, comodissimo per effettuare le immersioni. Partiamo dunque per la prima meta: il relitto di una nave affondata durante la colonizzazione inglese. Dal largo è ben evidente l’apporto fornito dagli europei, poiché tra le cime delle palme spuntano altri alberi non originari di qui, ma molto probabilmente importati dall’India.

Le isole che compongono l’atollo, inoltre, sono tutte unite da una serie di ponti su cui passa una strada agibile con le auto che, malgrado la comodità, ha avuto come grave conseguenza di limitare una gran parte del ricambio d’acqua nella laguna interna. In alcuni punti, per questo motivo, hanno prolificato le alghe e sono diminuiti i coralli, specialmente nei pressi del capoluogo; ma basta allontanarsi un po’ e l’abbondanza di pesce ritorna prepotentemente. Navigando nella laguna siamo stati accolti da un grande gruppo di delfini che ci hanno accompagnato per qualche miglio: il mare intorno ribolliva per poi esplodere quando decine di questi gioiosi animali – saranno stati più di un centinaio – saltavano attorno.

La nave affondata consente una suggestiva immersione, anche se l’acqua non è limpidissima, per la ricchezza di vita che le brulica intorno. Grandi formazioni coralline la stanno ricoprendo lentamente e sono l’ideale per osservare e fotografare particolari interessanti. Nuvole di minuscoli pesci avvolgono il relitto e scompaiono improvvisamente nelle fessure al nostro avvicinarci.

La caratteristica che più colpisce in questa parte meridionale dell’arcipelago è la presenza di grandi gorgonie, abbastanza rare altrove. Se ne vedono tante insieme sugli angoli delle ‘kandu’ più profonde. Ma dal punto di vista subacqueo le sorprese maggiori le abbiamo avute a Fua Mulaku, un’isola a una trentina di miglia a Nord-Est di Addu. Quest’isola, una delle più grandi delle Maldive, è l’unica a non avere una barriera corallina di protezione ed esce dagli abissi quasi nel mezzo del canale equatoriale. Ovviamente, non avendo una laguna interna, l’ancoraggio è possibile solo con il bel tempo durante il monsone di Nord-Est, mentre durante il resto dell’anno sarebbe pericoloso non avere un riparo ai capricci dell’oceano. Diamo fondo, quindi, sul lato più sicuro, a oriente, dove un largo bassofondo assicura una buona presa per l’ancora; anche le barche dei pescatori sono tutte qui, in fila lungo la spiaggia. Attraverso le palme si scorgono i muri di materiale corallino delle abitazioni e dalla riva un gruppo di bambini viene a giocare sottobordo, spingendo a nuoto un gommoncino giocattolo arrivato chissà come. Mi viene in mente che gli abitanti di queste isole felici hanno il mare nel sangue, fin da bambini sguazzano nell’acqua e hanno un rapporto con il mare che li porta a divenire dei bravissimi marinai e pescatori. Fin quando non arrivano le usanze di noi europei, o mezzi come la televisione, la radio e altri segni del benessere, come già accade nelle isole vicine alla capitale, la tradizionale arte di sopravvivere vivendo solo di pesce, di pochi vegetali, a contatto con l’oceano e le barche, è salva. Osservando i bambini inseguirsi nell’acqua azzurra ci si chiede quali siano le origini di questo popolo ‘marino’, in una zona così lontana da altri famosi ‘navigatori’. Sia le coste africane che quelle indiane non sono famose per tradizioni marinare, come anche il Golfo del Bengala, le Seychelle o lo Sri Lanka.

Da dove vengono i maldiviani? E’ una domanda che si sono rivolti in molti, non ultimo perfino Thor Heyerdahl, l’eroe del Kon Tiki, da sempre appassionato delle grandi trasmigrazioni di popoli nei tempi lontani. Diverse campagne di studi lo hanno portato in giro per l’arcipelago a ritrovare numerosi indizi del passato, tanto da esporre una nuova teoria, descritta nel suo libro “Il mistero delle Maldive”, edito da Mondadori. Secondo il norvegese, prima dei musulmani le isole erano abitate dai buddisti e prima ancora da una civiltà induista legata all’India. Ma ulteriori tracce di un misterioso popolo, chiamato i Redin, sono venute alla luce, insieme a simboli solari, piramidi di origine mesopotamica, sculture di leoni e buoi. Templi orientati astronomicamente verso il sole, tecniche di costruzione in comune con la Mesopotamia, gli Ittiti, i Fenici di Lisso in Marocco e perfino l’Isola di Pasqua, nozioni di navigazione e costruzione di imbarcazioni, probabilmente di canne, in comune con i Sumeri, i Fenici, fin all’antico Perù, e la prua e la poppa dei dhoni invece che ricordano l’antico Egitto: un gran rompicapo per gli archeologi, che sono tuttavia d’accordo sul fatto di essere di fronte alle prove che già qualche millennio prima di Cristo gli oceani erano percorsi da antichi navigatori. Le Maldive erano evidentemente in una posizione di crocevia, fin dalle prime navigazioni transoceaniche, e il canale equatoriale, “un’autostrada nel mezzo dell’oceano” come lo definisce Heyerdahl, era la via seguita da chi si orientava con gli astri. Fua Mulaku si trovava proprio lungo questa rotta, e offriva inoltre acqua dolce e frutti. E’ evidente che fu una delle prime isole a essere colonizzata, e vi si innalzarono anche degli alti cumuli di pietre, chiamati “hawitta” per poterla scorgere da lontano. Recenti scavi hanno portato alla luce i resti di un tempio e un bagno cerimoniale preistorico con una scala megalitica. I musul mani lo avevano distrutto per usare le lastre di pietra lavorate come lapidi o per costruire una modesta moschea. Comune a tutto l’arcipelago è l’aver usato vecchie pietre intarsiate ma “pagane” come materiale da costruzione, e non è raro trovare nei muri delle abitazioni un pezzo con dei disegni in rilievo. Nel mezzo del bagno avevano costruito un pozzo per l’acqua dolce ad uso della moschea: lo si può osservare facendo un giro per il villaggio.

Il mare intorno a Fua Mulaku è strano se si è abituati alle barriere coralline degli altri atolli e a immergersi nelle “kandu”. Il fondale qui digrada rapidamente dalla spiaggia, formando pareti di corallo prive di grande interesse, ma dove è visibile un gran numero di pesci di passo. Nei pressi della punta settentrionale uno stranissimo giro di correnti alza dalle profondità oceaniche una fredda acqua che evidentemente è graditissima ai pesci pelagici: tonni enormi sfilano lungo la parete, branchi di carangidi arrivano all’improvviso con i loro guizzi argentei, una cernia gigante fa capolino da una grotta profonda e una manta ancor più grande si libra su di noi, insieme ad alcuni maestosi squali martello. Che seguano anche i pesci il canale equatoriale? E pensare che i pochi fortunati che sono riusciti a fare una puntatina all’atollo di Sudaviva, subito a Nord del canale, son tornati con racconti di visioni ancora più favolose, di un mare dalla ricchezza incredibile. Vale dunque la pena di volare fin quaggiù e girovagare in barca in mezzo a queste isole ancora intatte, a contatto strettissimo con la natura. Vivendo in barca, infatti, si gode della piena libertà, si vedono posti e si scende su punti di immersione sempre nuovi. La vita a bordo è confortevole e piacevole, e anche chi non è interessato ad andare sott’acqua può comunque apprezzare la bellezza di questo paradiso tropicale dai colori forti e dal clima mite. Ottima la cucina di bordo che, oltre al pesce pescato alla traina e al bolentino, non disdegna la pasta, preparata a dovere dai cuochi maldiviani. Così, le giornate si susseguono velocemente mentre si vive a contatto di un mare meraviglioso, generoso di incontri emozionanti con le sue creature. Per tutte basta ricordare la volta – era una delle ultime immersioni – che uno squalo balena mi è sfilato davanti, accompagnato da dei bei carangidi che gli giravano intorno, e subito dopo un pesce vela è comparso dal blu, volteggiando e riscomparendo da dove era venuto, lasciandomi stupefatto.

Stupore, che è poi l’impressione che si rinnova al momento della partenza, quando per l’ennesima volta le ruote dell’aereo si sollevano e sul finestrino, quasi come su uno schermo, scorrono le immagini di un mare scintillante di infinita bellezza.

NOTIZIE UTILI

Il viaggio
Specializzata da più di dieci anni nel charter alle Maldive, la Seafari Adventure Club organizza crociere alla scoperta degli atolli. La flotta è composta da varie barche, tutte a motore, ognuna con il suo dhoni di appoggio per le escursioni e le immersioni. E’ disponibile a richiesta anche una barca attrezzata per la pesca d’altura. L’itinerario viene di volta in volta deciso con il comandante e l’accompagnatore a bordo; solitamente si può fare un giro degli atolli nella fascia centrale dell’arcipelago, ma, come nel caso del servizio alle pagine precedenti, si può andare negli atolli più lontani. Bisogna dunque informarsi di volta in volta sulla locazione delle barche.

Il clima
Per merito della posizione equatoriale il clima delle Maldive è sempre molto dolce, con temperature esterne sui 30 gradi, mitigate da brezze leggere, mentre l’acqua, intorno ai 27 gradi, permette di immergersi con una muta leggera; le piogge sono di solito di breve durata e ben presto il sole torna a splendere. Il monsone di Nord-Est, da novembre a maggio, porta un clima più secco, mentre l’altro, che soffia dalla parte opposta, è più umido e piovoso. Normalmente l’oceano è calmo e le navigazioni sono sempre piacevoli. Se dovesse montare il mare, passando all’interno degli atolli e ancorandosi nelle lagune delle isole si evita completamente qualsiasi problema di onde, consentendo di stare tranquilli anche a quelli che soffrono il mal di mare.

Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a: Seafari Adventure Club

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