Crociere subacquee Massaua Arcipelago Dahlak

Massaua: perla del Mar Rosso e base di partenza per le isole che la contornano.

MAR ROSSO D’ERITREA

Dopo l’imminente referendum, che ridarà presumibilmente l’indipendenza all’Eritrea, Massaua inizierà la sua ricostruzione per tornare ad essere la perla del Mar Rosso e la base di partenza per le isole che la contornano.

Il miracolo della moltiplicazione dei pesci non sarebbe stato necessario se il mare davanti a Cana fosse stato il Mar Rosso, quello intorno alle isole Dahlak. Qui è sufficiente immergere in acqua una qualsiasi esca artificiale, un qualsiasi metallo luccicante attaccato ad un amo, per esser costretti a limitare la gioia ed il divertimento della pesca a pochissimi minuti. Cernie, carangidi, king fish, barracuda abboccano a profusione litigandosi l’onore di soddisfare per primi la gioia dei pescatori; se poi si immerge solo un attimo la testa sott’acqua, almeno due o tre tane d’aragosta saltano subito all’occhio, neanche molto esperto, tradite dal movimento delle antenne. Il divertimento non sta tanto nel tirare su quella grandissima quantità di prede, quanto nell’indovinare il tipo di pesce dal modo di agitarsi e l’attimo in cui esso abboccherà. Se un pesce abbocca in prossimità di una punta, si può essere quasi sicuri che nello stesso preciso posto ce ne sono almeno altri quattro o cinque pronti a seguirlo. Un gioco crudele, ma certamente proficuo, una frenesia che va con riluttanza frenata quando il numero dei pesci sul fondo della lancia supera quello che ragionevolmente può essere mangiato.

Certo, ben altra era stata la prospettiva, quando avevamo aperto per la prima volta la portiera del taxi che ci aveva scarrozzato da Asmara fino a Massaua. E scarrozzato è dir poco, conoscendo la splendida strada panoramica che dagli oltre duemila metri dell’altipiano scende fino al mare. Un bel ricordo del lavoro fatto dagli italiani, in questa che era stata la loro colonia ed alla quale si erano dedicati costruendo strade, città e la teleferica, una delle più lunghe del mondo, che portava direttamente dalla capitale al mare e che gli inglesi, nel loro periodo di dominazione, hanno pensato bene di distruggere, forse per appropriarsi del materiale prezioso. Ora, quindi, rimangono solo gli aspri tornanti contornati dai fichi d’india e dalle agavi che hanno trovato qui un terreno fertilissimo ed hanno attecchito in maniera spropositata e lussureggiante.

Massaua è completamente distrutta, lasciata come era il giorno dopo la fine del bombardamento che per una decina di giorni ne aveva leso ogni parte vitale. Quella che era considerta la perla del Mar Rosso, il vanto delle famiglie benestanti eritree, che l’avevano scelta come base delle loro vacanze, la meta esclusiva del diporto nel Mar Rosso, giace ora sotto le sue macerie. I monumenti sono distrutti, ad ogni angolo la carcassa di un carro armato testimonia quanto strenue furono le difese e quanto cruenta fu la battaglia strada per strada.

Ad accoglierci, dunque, appena aperta la portiera del taxi, fu un nugolo di mosche mai visto, una vera “piaga d’Egitto” che si era subito appropriato delle parti più succulente delle nostre borse, dei nostri cappelli, delle nostre macchine fotografiche, dei nostri vestiti, un fenomeno che ci hanno detto del tutto casuale, ma che certamente non ha contribuito a farci apprezzare il nostro albergo. Siamo scesi naturalmente a quello che a detta di tutti doveva essere il miglior albergo di Massaua e forse di tutto il Mar Rosso. Il Red Sea lascia ancora intravedere le sue splendide forme, i suoi saloni accoglienti, il suo parco con piscina, ma le pareti sono in più parti forate dalle cannonate, non esistono più i vetri alle finestre e le porte, quando ci sono, non si chiudono. Per fortuna anche le mosche la notte dormono insieme alle cornacchie che, con il loro gracchiare, ne accompagnano i movimenti. D’altra parte, come ci raccontava Mike, gestore del Circolo Nautico che ha strappato in parte alla distruzione, nessuno si azzarda a fare lavori, ad iniziare la ricostruzione finchè non ci sarà la certezza dell’esito del referendum che dovrebbe ridare all’Eritrea la sua indipendenza. “Voteranno tutti gli eritrei del mondo – ci ha assicurato Mike – e sarà un vero plebiscito”.

Intanto lui ha rimesso a posto l’angar bombardato e la vecchia bettolina di 18 metri su cui ancora fanno bella mostra di sé delle splendide bombole di una ventina di anni fa, che verranno presto sostituite da attrezzature tutte nuove, come sono nuove le due grosse lance di otto metri potentemente spinte da motori Yamaha da 115 HP, a disposizione per le gite giornaliere. È facile fare provviste negli spacci vicini alla base nautica di Mike, tanto c’é poco da comprare, ma lui stesso ci dice di fidare molto sulla pesca. Sarebbe bello potersi portare dietro uno di quegli innumerevoli fucili subacquei, appesi alla parete dell’hangar, una specie di museo della pesca subacquea fermo ad una quindicina di anni fa. La pesca in immersione non è ammessa, potrebbe depauperare la fauna locale, dicono. Poi però, sulla più bella spiaggia di Dissei giacciono le carogne di una quantità enorme di ogni specie di pesce. In un primo momento non riusciamo a capirne la ragione, poi ci imbattiamo nel gruppo dei pescatori che ha compiuto le stragi. A loro interessano soltanto le pinne di pescecane: il resto, quello che i subacquei invece mangerebbero, lo buttano ed inoltre lo lasciano imputridire all’aria invece di darlo in pasto ai pesci. Ma i fortunati pesci delle Dalahk non hanno certo bisogno delle regalie di questi predoni.

Il mare è uno dei più vivi della terra, l’acqua pullula letteralmente di plancton, base della catena alimentare. Formazioni di macroplancton, come le salpe o “cinti di Venere”, si estendono per metri nell’acqua limpida. Basti pensare che mentre eravamo in attesa di partire, due pinne attirarono la nostra attenzione. Troppo piccole per essere di squalo, troppo regolare e costante la loro distanza. Era insomma una manta che rincorreva un bel branco di sarde dentro il porto di Massaua, quello stesso porto che ha attualmente l’entrata quasi ostruita da un paio di navi mezzo affondate.

Ma una volta lasciata la terra, le nefandezze della guerra e delle sue conseguenze vengono presto dimenticate. La bettolina, avanzando lentamente verso la prima meta della nostra breve visita, cantava con le note cupe del suo vecchio regolarissimo motore. Poche miglia del resto separano la costa da Madote, una lunga lingua di sabbia contornata di corallo e con il solito spettacolare verde smeraldino dell’acqua, proprio come piace a noi. Qui ci raggiunge un sambuco di pescatori; conoscono qualche parola di italiano e ci invitano a pernottare nella loro baia, nell’isola vicina. Certo, il cibo in scatola comprato a Massaua non è eccezionale, ma mentre tutti sguazzano nell’acqua caldissima, c’è chi ha il “mal di gola” e preferisce andare a provare se l’arma “definitiva”, quel bel cucchiaione luccicante, con un forte amo, che già ci aveva dato tante soddisfazioni a Lamu, ha anche qui i suoi effetti. Dopo un quarto d’ora torna con un’espressione delusa: ancora scatolette! Poi la bocca si allarga in uno smagliante sorriso, mentre scarica dalla lancetta una decina di pesci misti. Andiamo a cucinarli sulla spiaggia di Dissei, un’isola vicina, dalla forma allungata, molto simile a quella di Ponza. Nella baia c’è il villaggio dei pescatori e sono proprio loro, molto amici di Mike, a preparare con un barattolo una specie di forno sotterrato nella sabbia. Il villaggio è primitivo e le donne si nascondono. La religione mussulmana impone una certa discrezione, ma soprattutto impedisce loro di farsi fotografare. Per gli uomini è diverso ed anzi, specie gli anziani, quelli che si curano la barba tingendola con l’enné , ed i bambini, pare non abbiano fatto altro nella vita che posare per i fotografi. I pesci, cucinati nel forno a sabbia, sono una delle pietanze più prelibate che si possano avere, per non parlare poi della tranquillità della notte passata alla fonda nella baia dei pescatori, ben riparata dai venti costanti e lontani dagli eventuali insetti della costa.

Ma la parte più bella di Dissei è certamente la costa sud. L’isola, a differenza di quanto si possa immaginare, è coperta di un tappeto erboso che le dà una colorazione verdognola insolita nel Mar Rosso, come del resto sono insolite le acacie che crescono fino alla battigia. Già a pochi metri dalla riva sabbiosa le rocce coralline fanno da sfondo ad una vita subacquea estremamente attiva, se poi si raggiungono le due botti (e qui la somiglianza con Ponza è incredibile) che si ergono dall’acqua neanche un paio di miglia al largo, ci si trova ad immergersi in quello che a ragione i locali chiamano “l’acquario di Dio”. Grandi banchi di piccoli pesci avvolge il fondale e si muove nervosamente, quando una formazione di carangidi sfreccia all’improvviso causando uno scatto. Sotto il pelo della superficie grandi cefali aprono a intermittenza la bocca, e si avvicinano curiosi a noi. Tutti approfittano della ricchezza di cibo che fluisce sospesa a mezz’acqua. È incredibile, mettendo a fuoco a un palmo dalla maschera, lo sfilare di una quantità di creature, mai viste prima, che costituiscono il plancton. Idrozoi, ctenofori, tunicati, trachimeduse e forme larvali, invisibili fino a un istante prima, compaiono davanti ai nostri occhi. Unica raccomandazione è di non andare mai senza un qualsiasi indumento a maniche lunghe poiché il plancton, così fitto e rigoglioso, è urticante e potrebbe costringervi a terminare la nuotata molto prima del previsto.

Neanche a dirlo, anche qui la quantità di pesce che si riesce a far abboccare é incredibile e lo sforzo per trattenersi dal continuare a pescare, anche dopo aver catturato quanto è sufficiente per il pranzo del giorno, fa parte del rovescio della medaglia. Il tempo tiranno ci ha impedito di continuare la visita e così abbiamo potuto apprezzare solo l’anticamera delle oltre cento isole che formano l’Arcipelago Dahlak. Madote e Dissei sono tra l’altro le più vicine alla costa e quindi le più frequentate dallo scarso turismo attualmente presente. Certamente, più in là, non ci stupiremmo di trovare lo stesso “Sesto Continente” incontaminato che aveva dato a Folco Quilici e a Bruno Vailati la possibilità di girare le indimenticabili immagini della loro opera prima.

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