Crociere subacquee Mergui, verde arcipelago in Myanmar

Nelle acque di Myanmar c’è un arcipelago che solo oggi comincia ad aprirsi a un turismo per il momento limitato: Mergui, antico porto di avventurieri e pirati, da’ il nome alle circa ottocento isole, isolette, faraglioni, verdi di foreste e con candide spiagge coralline. Un mare di una ricchezza insolita e dai colori smeraldini

«E dove diavolo è l’arcipelago Mergui?» risposi a un amico che mi parlava di quelle isole, al suo ritorno dalla Thailandia. Mi disse che da pochi mesi la Birmania aveva dato il permesso ad alcune barche di navigare nelle acque di un bellissimo e desolato arcipelago, subito sopra il confine con la Thailandia. Spinto dalla curiosità – possibile che a questo mondo ancora ci siano isole sconosciute e selvagge? – consultai l’atlante. Si, è vero, ci sono tante isole davanti alla costa birmana; strano che non me ne sia mai accorto in uno dei miei sogni ad occhi aperti davanti alle carte geografiche. Poi capisco: la Birmania è stata, dall’indipendenza nel ’48, in un regime isolazionista e da allora ben pochi stranieri hanno ottenuto il visto per visitarla. Oggi il paese, ribattezzato Myanmar, sta tentando una graduale riapertura al turismo e anche l’arcipelago Mergui, rimasto «off-limits» per decenni, comincia a vedere qualche barca solcare le sue acque. Gran parte del merito va a un’agenzia di Phuket, la «South East Asia Liveaboards», che per tre anni ha contrattato con le autorità birmane il permesso a navigare nell’arcipelago.

Una breve ricerca sul World Wide Web, ed ecco comparire il sito di quell’agenzia www.seadivers.com, con tutte le informazioni sulle isole, la crociera e le barche.

Mergui, che dà il nome all’arcipelago, era un porto importante tra il quindicesimo e il diciassettesimo secolo, frequentato da bucanieri, banditi, mercanti e avventurieri provenienti da Cina, India e Golfo Persico. Era infatti il punto di partenza e arrivo delle carovane che traversavano la più sottile striscia di terra del Siam, la strada più corta tra l’Oceano Indiano e il Mare Cinese. Il porto, causa di continue liti tra Siam e Birmania, fu distrutto nel 1760 e seguì un periodo di declino e abbandono. Anche l’arcipelago fu sempre meno frequentato e, sotto il controllo britannico dal 1826, rimase selvaggio e disabitato, eccetto sporadiche visite dei pescatori di perle o per approvvigionamenti di legname.

Ottocento tra isole, isolette e faraglioni, sparsi su un territorio di 36.000 chilometri quadrati. Tutte ricoperte di una fitta foresta e con spiagge candide coralline. Quasi tutte disabitate a parte alcuni insediamenti di «Moken», i vagabondi del Mar delle Andamane. Questi passano gran parte dell’anno sulle loro barche, ma non sono pescatori: nel periodo del monsone piovoso vivono a terra e coltivano lo stretto necessario per la loro sopravvivenza. In mare raccolgono molluschi, ricci e i pesci che rimangono intrappolati sulla barriera con la bassa marea. Essiccano certi tipi di alghe per venderle ai cinesi in cambio di merci e oppio, che fumano mischiato con pezzetti di foglia secca di banano per mezzo di una pipa ad acqua, passata di mano in mano.

I Moken sono buoni marinai e le barche sono stabili, leggere, capaci di trasportare alcune famiglie e resistere alle tempeste dell’Oceano Indiano. Lunghe tra i sette e i dieci metri, larghe circa uno e mezzo, sono costruite con diversi tipi di legno, tra cui quello di palma, e senza usare chiodi. La barche della «South East Asia Liveaboards» che esplorano l’arcipelago sono il «Crescent», un ketch di 60 piedi che può ospitare dieci passeggeri in 4 cabine ed è specializzato in crociere subacquee, e il trimarano «Gaea» di 51 piedi, quattro cabine per otto passeggeri, per crociere in cui si veleggia, si esplorano le isole e si può fare un’immersione al giorno.

Nautica ha scelto la prima, e qui di seguito riporto il diario dell’esperienza, così come è stato scritto a bordo del «Crescent».

1° giorno

Lasciamo l’isola di Pukhet di primo mattino con un pulmino, diretti al confine con la Birmania. Cinque ore di strada, a tratti buona e a tratti sterrata, in rifacimento. Tra qualche mese comunque dovrebbe essere tutta ben pavimentata, salvo danneggiamenti per le piogge torrenziali, qui non troppo rare. Ai lati si apre la foresta, alternata con piantagioni e alberi della gomma, dai quali si ottiene il caucciù. Nel pomeriggio siamo a Ranong, paese di frontiera sulla riva meridionale di un largo fiordo, che segna il confine. Dopo aver passato le formalità doganali, ci imbarchiamo su alcune «long- tail boat», le tipiche barche sottili e slanciate che pullulano sulle acque thailandesi (vedi Nautica 318, ottobre ’88, n.d.r.), dal caratteristico asse dell’elica a cielo aperto collegato al motore. Districandoci in un grappolo di barche, incastrate tra loro con quei minacciosi e lunghissimi assi esterni, riusciamo a partire e in una ventina di minuti di assordante navigazione sul fiordo arriviamo a Kawthoung, sulla sponda birmana, dove troviamo il «Crescent» ad aspettarci.

Le pratiche doganali le fanno per noi alcuni incaricati. Ci sistemiamo a bordo, in attesa di lasciare l’ormeggio in rada e iniziare a navigare per la nostra prima meta, l’isola di St. Matthews a 23 miglia. Giunti a notte fonda, aspettiamo in rada di fare le rimanenti 17 miglia per Western Rocky Island.

2° giorno

Prima immersione: troviamo acqua torbida nei primi quindici metri, al di sotto migliora, ma filtra poca luce, che si ferma nella fascia superficiale bloccata dallo strato di plancton. Una nuvola enorme di pesci diversi avvolge gli scogli. In fondo a una lunga grotta, piena di aragoste, dormono due squali nutrice e vicino, in un’ampia galleria, alcuni trigoni passano e bucano il muro compatto di pesciolini, infastiditi anche da decine di grandi barracuda, tonnetti e carangidi. Sulle pareti di corallo sono fitte le gorgonie, con i ventagli rossi e arancioni.

Notte in navigazione, per i «Banchi». Molto comodo muoversi di notte, in modo da poter avere tutta la giornata disponibile per le attività subacquee. Si naviga con tutti gli strumenti disponibili: pilota automatico, GPS e radar. Il comandante sceglie il waypoint sul GPS, sulla carta dell’Ammiragliato britannico n° 216 al 300.000: si rilevano eventuali secche o scogli, si regola la rotta sul pilota automatico (non è interfacciato col GPS) e via così; ogni tanto si aggiusta la rotta sul pilota automatico, se si discosta dalla rotta indicata dai satelliti. Il plotter è inutile: di questa area esistono carte elettroniche a scala troppo ridotta. Con il radar si controlla che non ci siano altre barche o navi sulla rotta. Unico problema, se c’è un tronco o un barile o un altro relitto galleggiante, lo potremmo prendere in pieno; ma probabilmente ci si affida un pò alla fortuna, un pò ai sei nodi di velocità, che secondo il comandante non sono sufficienti a provocare danni.

3° giorno

Arriviamo a Silvertip Reef, uno dei «banchi di Burma» più esposto a ovest. È un pianoro, profondo 17-20 metri, abbastanza esteso. Ci siamo spinti fin qui per vedere se le condizioni dell’acqua sono migliori. Ci immergiamo tre volte nello stesso punto: alcuni squali pinnabianca (Charcharinus albimarginatus) curiosi ci girano intorno. Per il resto il fondale non è niente di eccezionale; con l’obiettivo macro riprendo un pesce trombetta che cerca di mimetizzarsi inutilmente dietro una frusta di corallo.

All’ora della siesta passa davanti alla prua una balenottera comune (Balaenoptera physalus) a ravvivare l’atmosfera a bordo. L’oceano è calmo, soffia una leggera brezza e c’è un pò di corrente. A proposito di corrente, qui non riesco bene a capire come funziona, se in base alla marea o se è maggiormente influenzata dal monsone. Probabilmente un insieme delle due cose, rendendo una previsione più complicata.

Gran spettacolo a cena: i fari che illuminano il tavolo esterno, rompendo l’oscurità del Mar delle Andamane, attirano piccoli animali del plancton, e i pesci volanti li divorano. A loro volta i pesci volanti sono inseguiti da una decina di grossi carangidi, provocando un guazzabuglio tutto intorno. In certi momenti il mare ribolle e sentiamo i «tonf» dei poveri pesci alati che sbattono contro le fiancate.

4° giorno

Notte in navigazione: destinazione North Twin Island, dove scendiamo su una secca nella parte occidentale dell’isola, con acqua torbidissima. Peccato perché il fondo è bellissimo: sulla roccia granitica ha attecchito il corallo, con bellissime gorgonie e alcionari. Incontriamo uno squalo nutrice, alcuni trigoni, di cui uno di dimensioni giganti, grande quasi quanto una manta. Un branco di pesci – saranno una trentina- sul metro e mezzo di lunghezza, mi viene vicino. Sembrano squali, ma non riesco a capire. Tonni no, questi sono più affusolati e – sembra – striati sui fianchi. Mah! L’acqua torbida combina di questi scherzi.

Con altre due ore raggiungiamo alcuni faraglioni senza nome e famosi per la bella immersione «In through the out door», così chiamata per una caverna che passa da un lato all’altro di uno degli scogli e presenta perciò due entrate.

Entriamo in acqua a fianco al faraglione più grande e lo aggiriamo. Il mare è più trasparente del solito. Nuvole enormi di vari tipi di pescetti ci oscurano la luce e una decina di calamari in formazione ci sorvola. Sul fondo i trigoni sono numerosi. Le gorgonie di Gauguin (Melithaea squamata) crescono rigogliose sulle rocce.

Orrenda visione: in un canyon qualche giorno fa i pescatori di frodo hanno tirato una bomba e il risultato è un tappeto di pesci morti, fra cui tanti barracuda. L’idiozia umana non ha limiti: per raccogliere un pugno di pesci, i pochi che venendo a galla possono essere presi facilmente, o tuffandosi con la maschera, si fa una strage inutile. Una così assurda pesca non selettiva, che addirittura distrugge tutto intorno, non può essere giustificata in nessun modo. Si fa presto a dire che i pescatori hanno fame, che devono sfamare i loro figli. In questo modo ci si preclude il futuro. Con l’amaro in bocca proseguiamo e in fondo al canyon si apre la volta di una grotta, abitata da un gruppo di squali grigi, che si dileguano velocemente. La grotta si restringe ed entra all’interno del faraglione, fino a sbucare sul lato opposto, dove la vista di acqua più torbida mi fa fare dietrofront.

Tornato nel canyon mi gira intorno un branco di carangidi e uno di barracuda. Le masse di pesci si muovono senza sosta: si aprono, si chiudono, cambiano direzione o si mischiano con altre, per poi ridividersi, in un gioco senza fine.

Fino ad oggi l’acqua è stata a momenti torbida e a momenti passabile, a momenti molto fredda e in altri calda: comunque molto strana, non risponde allo standard di queste zone. Anche alle isole Similan, poco lontane e più conosciute, in questi ultimi mesi le cose sono similmente anomale. Tutti addebitano la colpa a El Ni-o, ormai capro-espiatorio di tutto ciò che di irregolare accade sul pianeta. Probabilmente c’è stato un «up-welling», sono cioè venute in superficie acque oceaniche profonde, fredde e ricche di nutrienti, che hanno determinato un eccezionale fiorire di fitoplancton e di alghe filamentose tipo quelle che invadono talvolta il Mar Rosso e a cui questo deve il suo nome. Oggi abbiamo incontrato le strisce rossastre che avevo già visto una volta in Sudan, dovute alle grandi concentrazioni di queste alghe. Il punto è: che cosa potrebbe aver determinato questo sollevamento di acque profonde? È un fenomeno frequente o eccezionale? Può essere legato a «El Ni-o»? Tutte teorie e domande per ora senza risposta.

Ormeggiata vicino al Crescent c’è una barca di pescatori. Sono in quattro su un gozzo di circa sei metri e hanno impiegato una settimana ad arrivare qui da Kawthoung. Rimarranno per cinque giorni a pescare con reti e nasse. Nella stiva ci sono cernie e altri pesci di barriera. Ovunque sono appesi a essiccare filetti di squalo e di razza, di cui si cibano e che vendono al mercato di Kawthoung.

A pomeriggio inoltrato dirigiamo la prua verso Black Rock, su un mare pieno di grandi meduse viola e trasparenti, con i tentacoli lunghi diversi metri. Passeremo alcune ore della notte in una baia dell’isola di Clara, per il resto si navigherà.

5° giorno

Dopo l’alba eccoci allo scoglio di Black Rock, uno spuntone roccioso scuro che si eleva da fondali non troppo profondi. Il luogo è famoso per i suoi squali e l’abbondanza di pesce, ma purtroppo questa notorietà è stata fatale: anche qui pochi giorni fa hanno bombardato con la dinamite. Il fondale è disseminato di pesci morti, uno spettacolo tetro, agghiacciante. Nelle tre immersioni una tristezza profonda ci ha stretto il cuore. Mi viene in mente una scena del film «Balla coi lupi», in cui nel loro migrare i Sioux incontrano carcasse senza pelli di decine di bisonti, lasciati a marcire nella prateria. Che spreco! Un massacro solo per pochi pesci. Forse le prede principali sono stati gli squali, non ne abbiamo visto uno. Oltretutto con quella distesa di cibo poggiato sul fondo a disposizione.

Le rocce e le pareti sono piene di gorgonie e alcionari, con tanto pesce nonostante le bombe; abbiamo incontrato alcune seppie, due polpi in amore, un branco di barracuda e uno di carangidi, nudibranchi colorati, diverse murene e un raro gamberetto mantide.

Riprendiamo la navigazione verso Little Torres, dove si trascorrerà la notte ancorati. Al calar del buio i delfini vengono a giocare sotto la prua, creando effetti meravigliosi grazie alla bioluminescenza, la prodigiosa luce che alcuni corpuscoli del plancton emettono se sollecitati. L’avevo già visto alle isole Galapagos (vedi Nautica 355, nov ’91) ma ogni volta l’incredibile e surreale spettacolo lascia estasiati: la silhouette dei cetacei, in corsa con la barca, risplende nel buio. Essi lasciano una scia luminosa dietro il loro contorno scintillante, e giocano, si strusciano, si incrociano, in un zig-zag gioioso. Sembrano fantasmi. Indimenticabile.

6° giorno

Cominciamo la giornata con un’immersione a North East Little Torres, su una secca che si protende da uno scoglio, e troviamo acqua torbida. Per il pranzo ci ancoriamo in una bella baia di Great Western Torres, dove vado a fare una passeggiata a terra. La foresta è fittissima, impossibile penetrarla senza un machete. Felci ricoprono qualsiasi spazio rimasto libero nell’intrico dei rami, arbusti e tronchi alti decine di metri. Le rocce sono granitiche, scure e ben levigate. Dall’interno del profondo verde arrivano suoni stranissimi, richiami di uccelli talmente forti da sembrare un allarme elettrico. Sulla sabbia ho notato impronte di scimmie, e probabilmente contribuiscono anche loro alla colonna sonora.

L’arcipelago ospita nelle sue foreste molti animali, tra cui elefanti che spesso si muovono a nuoto da un’isola all’altra. Anni fa ne è stato visto uno fare a nuoto dall’isola Lampi alla costa, con due tratti da cinque miglia. Non è che lo fanno spontaneamente, ma sono spinti dai loro padroni, che li portano a rimuovere i tronchi abbattuti. Perfino un «rinoceronte di Sumatra» (Didemocerus sumatrensis), diffuso su alcune isole, è stato osservato nuotare per venti miglia, fino a High Island.

Le tigri si aggirano nelle isole più vicine alla costa, che raggiungono camminando sulle zone rimaste scoperte con la bassa marea.

Per l’immersione del pomeriggio esploriamo una zona intorno ad alcuni scogli nella parte settentrionale dell’isola. La visibilità è sempre scarsa ma il posto è interessante. Enormi massi di granito formano una giungla di anfratti e piccole grotte piene di vita corallina. Abbondano conchiglie e nudibranchi: su una gorgonia arancione riesco a scorgere una ciprea (Phenacovolva rosea) mimetizzata perfettamente; sotto un masso trovo un raro nudibranco bianco panna (Phyllodesmium magnum) con il mantello fittamente ricoperto di escrescenze che ondeggiano alla corrente. Dentro una cavità, su un ventaglio chiaro, uno scorfano è adagiato comodamente, assumendo la stessa colorazione della provvisoria amaca.

Finite le attività sub torniamo alla baia, in attesa di partire prima di cena per il sud. Questo è il punto più settentrionale del nostro giro, poiché invece di continuare per il porto di Mergui, come era in programma, torniamo al porto di partenza a causa della soppressione di un volo aereo. Infatti da Mergui avremmo dovuto volare fino a Kawthoung.

Nelle acque calme della baia osserviamo alcune razze saltare in aria e fare una piroetta, proprio sotto la prua. Ora mi è più facile credere ai rari e misteriosi salti delle mante.

7° giorno

Eccoci di nuovo in vista dei faraglioni tre miglia a nord dell’isola Great Swinton, dove c’è «In through the out door», la caverna con gli squali. Come sempre i banchi di pesci oscurano il sole, passano i barracuda, i carangidi, king fish, squali grigi e trigoni. I pesci bombardati sono scomparsi, è rimasta solo qualche lisca.

Usciti dall’acqua abbiamo la sorpresa di trovare ormeggiati intorno a noi una quindicina di pescherecci birmani, intenti a piegare le reti.

C’è una legge birmana che vieta la pesca commerciale sotto l’undicesimo parallelo, e qui ne siamo ben abbondantemente sotto. Qui, oltre a strafregarsene della legge, tirano pure le bombe. Chissà cosa rimarrà fra qualche anno dentro il mare. Anche qui, come da noi, le leggi ci sono, ma i pescatori ne sono esenti, tanto… chi li viene a cercare?

Un pinnacolo che si eleva da trenta metri è il teatro della successiva immersione, coloratissimo, completamente tappezzato dai coralli.

Andiamo ad ormeggiare poi nella parte meridionale di Great Swinton Island e sulla spiaggia, intenti a cuocere oloturie in due pentoloni, incontriamo un gruppo di pescatori. Sono molto giovani e, tramite il nostro interprete birmano, dicono di essere specializzati nella pesca di questi animali che, essiccati, sono molto ricercati sui voraci mercati cinesi.

Un giro in gommone al tramonto conclude la giornata.

Trascorriamo la notte in rada. Nell’oscurità brillano le stelle, ma ancora di più luccicca il mare nero. È incredibile, da ogni angolo della baia fin sotto la barca minuscoli lampi scintillano in continuazione. Se poi si provoca uno schizzo d’acqua, il mare si accende. Un mare ricco di plancton, e di vita.

8° giorno

Alziamo le vele e facciamo rotta su Mc Carthy Island e Stewart Island, dove su entrambe le punte meridionali facciamo le ultime immersioni.

Entrambi i fondali sono variopinti. In una grotta troviamo uno squalo nutrice di oltre quattro metri.

Ci ormeggiamo in una rada di Mc Carthy per l’ultima volta, in attesa di navigare tutta la notte per Kawthoung. Sugli scogli davanti alla spiaggia sventolano tre bandiere lunghe e bianche, lasciate da pescatori. Forse per affermare che quella è una zona di pesca riservata a loro. O forse per motivi religiosi. Chissà.

NOTIZIE UTILI

Il viaggio

Per raggiungere Phuket il modo più veloce e pratico è con la Thai, la linea aerea thailandese. Ci sono 6 voli alla settimana da Roma per Bangkok, con coincidenze immediate per la famosa isola, in pratica tutti i giorni tranne il mercoledì. Per informazioni e prenotazioni: Thai, via Barberini 50, Roma, Tel. 47813304.

Il pulmino per Ranong, dove si passa la frontiera, parte dal diving center della «South East Asia Liveaboards». L’arrivo a Kawthoung, in Myanmar (ex Birmania), è previsto cinque ore più tardi. Qui, secondo il tipo di crociera prescelto, ci si imbarca sul «Crescent» o sul «Gaea». Per la crociera sul «Crescent», che si sviluppa ogni settimana tra Kawthoung e Mergui, ogni due settimane è necessario raggiungere in aereo quest’ultimo porto.

L’itinerario sul «Crescent» prevede tre immersioni al giorno lungo la parte più esposta dell’arcipelago, toccando South e North Twin Island, Black Rock, Little e Great Western Torres Island, Fletcher Island, Hayes Island, West e East Islet, Mackenzie Island, Sergeant Island, Elfinstone Island, Blundell e Tenasserim Island, Cabusa Island.

Le barche

Il «Crescent» è un ketch di 60 piedi che può ospitare dieci passeggeri in quattro cabine ed è specializzato in crociere subacquee. Sono molto comode le doppie, mentre la cabina di prua a quattro cuccette doppie sovrapposte è un pò più scomoda, specialmente se si ha molta attrezzatura. Il «Gaea» è un trimarano di 51 piedi, quattro cabine per otto passeggeri, per crociere in cui si veleggia, si esplorano le isole e si può fare un’immersione al giorno.

Sulla poppa del «Crescent», dove è ben sistemato il compressore, si lascia l’attrezzatura subacquea ed è il punto di partenza delle immersioni.

Il visto

L’agenzia richiede un permesso di entrata per la Birmania: prima del viaggio è consigliabile spedire gli estremi del passaporto in modo da far preparare i documenti necessari, e bisogna poi portare quattro fotografie e due fotocopie del passaporto. Il costo di questo permesso è di 120 dollari USA.

Il clima

La stagione buona va da ottobre a maggio, con mare calmo e una temperatura media dell’aria di 28°C. Anche i valori della temperatura dell’acqua si aggirano normalmente sui 28°C. Al cambio del monsone le condizioni del mare peggiorano, non consentendo di navigare nei punti esposti, dove si fanno le immersioni più belle. Il «Crescent», con l’arrivo del monsone umido di sud-ovest, si sposta a Sulawesi.

Cosa portare

Il clima caldo consente di portare solo abbigliamento leggero, ma per la muta è meglio informarsi sulla temperatura dell’acqua del periodo del vostro viaggio. In condizioni anomale (è il caso di quest’anno) si consiglia uno spessore di cinque millimetri. Per la ricarica dei flash e altri accessori elettrici, in barca è disponibile quasi perennemente corrente a 110 volts.

Chi contattare

South East Asia Liveaboards
113/12, Song Roi Pee Road, 83150, Thailandia
Tel. +66/76/340406 – Fax +66/76/340586
Email: seadiver@loxinfo.co.th
Website: www.seadivers.com

Tour Operator

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