Crociere subacquee Incantato Sudan

Sono davvero tante le emozioni regalate da queste acque, dove la natura e’ artefice di spettacoli capaci di stregare anche il subacqueo piu’ esperto.

Precipitiamo nel blu. Ci siamo tuffati per primi vicino alla parete corallina, Irene e io, mentre Aurora segue con gli altri ospiti del “Felicidad II”, a qualche minuto di distanza. Puntiamo a una profondità sui trenta metri e nella discesa veloce la mia attenzione è rivolta a preparare la macchina fotografica e il flash, oltre che a compensare. Non mi accorgo di quello che sta accadendo, se non all’ultimo: siamo “caduti” nel mezzo di un grande branco di squali martello, a loro volta colti di sorpresa. Sono tanti, tutti intorno, e nuotano lentamente in quella che sembra una formazione ben stabilita. Alcuni si avvicinano a curiosare ma la maggior parte rimane impassibile; più in là notiamo un gruppo di piccoli in una zona che sembra una “nursery”, delimitata e protetta da adulti, la cui taglia media è sui due-tre metri. Cerco di muovermi meno freneticamente che posso nel regolare la mia fotocamera subacquea e segnalando a Irene di rimanere calma e non fare movimenti bruschi. Gli squali procedono nella loro direzione prestabilita, parallela alla parete e leggermente scostata, ma quando inizio a fotografare noto che si spostano verso il basso, allontanandosi dalla parete. Il momento di idillio è durato anche troppo: sempre mantenendo la formazione, nuotano con impeccabile tranquillità ma con indubbia rapidità, divenendo ombre scure per poi scomparire inghiottiti dal blu.

Sul gommone, Aurora e gli altri diranno di aver notato, a metà della loro immersione, uno squalo martello molto nervoso e dai movimenti a scatti: probabilmente una “sentinella” del branco, infastidito dalla nostra presenza nel loro territorio. In seguito, dai libri apprenderemo che ancora non c’è una spiegazione scientifica certa sul perché di questi grandi assembramenti di “martello”. Una delle teorie più accreditate dice che si riuniscono nella stagione delle nascite per proteggere i piccoli, in una formazione strategica di difesa, nascondendoli all’interno del gruppo. E questa, per lo meno da quello che abbiamo osservato nel Mar Rosso sudanese, ci sembra pertinente. Chissà poi se ci sono anche altri motivi.

L’avventura con il branco dei “martello” è solo una delle continue sorprese che riserva questo mare incontaminato, in cui il tempo corre veloce e i giorni sembrano volare via. Non è la prima volta che esploriamo la zona (vedi Nautica 250 del febbraio 1983 e Nautica 261 del gennaio 1984) eppure la sua bellezza ci colpisce sempre. Aurora Branciamore, che gestisce le crociere del “Felicidad II”, è da sempre la nostra guida e vanta ormai un’esperienza ventennale di crociere in Sudan: “Il mare qui è sopravvissuto quasi indenne all’influenza climatica di “El Nino” dello scorso anno e alle continue battute dei pescatori di squali yemeniti. Anche se non siamo più l’unica barca da crociera e oggi ce ne sono circa una decina, il mare è com’era vent’anni fa” racconta ai suoi ospiti, e aggiunge: “E’ solo cambiato il viaggio per arrivare sin qui. Una volta era una vera odissea, mentre oggi, con il volo diretto dal Cairo, è tutto più facile.”

In effetti, il poter raggiungere Port Sudan con il volo diretto dall’Egitto ha ultimamente reso questa meta sicuramente più popolare, e il numero di barche presenti lo dimostrano. Ma se da un lato si è perso il fascino della solitudine totale, visto che non si incontrava anima viva per giorni e giorni, dall’altro è aumentato il comfort del trasferimento. Chi scrive, infatti, ha passato diversi giorni a Khartoum, con notti insonni in attesa di aerei fantasma, e una volta ha perfino fatto il tragitto Khartoum-Port Sudan (circa 1200 chilometri, di cui una buona parte non asfaltata) sul retro di un camion che trasportava sacchi di cereali. Oggi è un’altra storia. Certo, bisogna comunque avere una buona dose di spirito d’avventura, che in Africa non basta mai. Ma si è ricompensati poi da un mare che sembra incantato, dove non ci sono venti barche per punto d’immersione, come nel Mar Rosso egiziano dove a volte capita di trovarsi in oltre duecento subacquei sott’acqua, contemporaneamente. “Qui è diverso, le proporzioni sono inverse: tanti più subacquei si incontrano in quel mare tanti più pesci si vedono qui” ci dice Aurora e i fatti le danno ragione. Il suo “Felicidad II”, nato come peschereccio nel 1991 e ristrutturato nel 1995 in barca per crociere subacquee, si muove agilmente tra le insidie e le meraviglie di questo mare.

Lungo 30 metri e largo 6 e mezzo, è in grado di ospitare comodamente 14 persone. Dispone di un grande soggiorno e di una comodissima poppa, dove si prepara l’attrezzatura sub, prima di salire su uno dei due gommoni che porta sui punti di immersione. La parte superiore della tuga è una piazza d’armi, adatta per prendere il sole o per pranzare sotto il grande tendalino. I figli di Aurora, Marcantonio e Federico, praticamente nati in barca e vissuti per lunghi periodi in acque sudanesi, si alternano al comando e non sono secondi a nessuno riguardo a esperienza. Appassionati loro stessi di immersioni e di esplorazioni subacquee, si prodigano per accontentare gli ospiti e rendere piacevole la crociera, aiutati dall’equipaggio che si fa in quattro cuoco compreso, esperto di cucina locale ma ancor più di quella nostrana, a cui nessuno pare voglia rinunciare. Nei menù non mancano così pizza e spaghetti.

La crociera può durare una o due settimane e diverso è l’itinerario a seconda dei casi. In una settimana si possono visitare gli atolli di Sanganeb e Shaab Rumi, con un’immersione al relitto dell'”Umbria” sulla via del ritorno. Con due settimane a disposizione si può arrivare più a Nord, se le condizioni del mare lo permettono, toccando Shaab Suedi e le isolette di Angarosh e Abington Reef, oppure dirigersi verso sud e le isolette Suakin.

Ovunque si vada lo standard è lo stesso: siamo in un mare tra i più belli al mondo e ogni luogo può riservare infinite sorprese. Perfino fuori da Port Sudan, porto commerciale abbastanza frequentato da grandi navi, si avvistano spesso le mante e, non di rado, alcuni ospiti del “Felicidad II” hanno fotografato alcuni squali balena. Ma vediamo le caratteristiche e le storie di questi reef corallini.

Sanganeb è il primo atollo che si incontra a Nord-Est. La sua forma è quella di un 6 visto allo specchio, con la parte più sottile che si sviluppa sulla destra, verso l’alto, mentre al centro della laguna, che sta all’estremità meridionale, sorge un grande faro, indispensabile guida alle trafficate rotte di navigazione del Mar Rosso verso Port Sudan, visibile fino a oltre 19 miglia di distanza. Dall’alto dei suoi 55 metri d’altezza lo spettacolo è straordinario: i colori della laguna e della barriera corallina assumono tutte le gradazioni del turchese, azzurro e verde smeraldo, per finire, nell’acqua più profonda, in un blu cobalto.

Qui la vita marina è prepotentemente sovrana. Non appena si arriva con la barca alcuni delfini, che spesso hanno nella laguna il proprio rifugio, vengono a manifestare la loro simpatia, lasciando percepire l’incredibile ricchezza dei fondali. Sanganeb, infatti, pur essendo un puntino minuscolo sulla carta del Mar Rosso, ne riassume tutte le particolarità più belle, e immergersi sulla sua punta meridionale vuol dire vedere uno dei più bei fondali di tutto il bacino. Dalla parete verticale di corallo si sviluppa, verso Sud-Ovest, un pianoro sabbioso sui venti metri di profondità, dove spuntano dei pinnacoli madreporici ricoperti di gorgonie, rami di corallo nero e foreste di alcionari dai mille colori. Quasi sempre, un grande banco di barracuda staziona nei pressi del pianoro e si miscela talvolta con i carangidi. Squali grigi e spesso anche squali martello si aggirano lentamente. I pesci sono abituati alla presenza dell’uomo e si avvicinano senza paura. Qui una volta è stato perfino avvistato un dugongo. E’ un paradiso subacqueo, dove si potrebbe rimanere anche per tutta la settimana, tale è la varietà di specie e di colori!

La punta settentrionale di Sanganeb è sicuramente meno attraente dal punto di vista panoramico ma, spesso, è teatro di incontri che riescono a sbalordire anche i subacquei più esperti. Grandi tonni, squali, pesci napoleone: se si è molto fortunati si può veder passare il grande banco dei martello. Fra un’immersione e l’altra, per sgranchire le gambe, consiglio di salire in cima al faro e osservare la magnifica vista dei coralli dall’alto. I guardiani sono gentili e non fanno problemi ad aprire il cancello della lunga scala che conduce alla sua sommità.

Shaab Rumi, a due ore di navigazione verso Nord, è celeberrimo per essere stato scelto da Cousteau, nel 1963, per l’esperimento di Precontinente II, presentato poi nel documentario “Il mondo senza sole”.

Su un basso fondale, subito fuori dal passaggio naturale che porta alla calma laguna interna dell’atollo, fu allestito un piccolo villaggio: a una decina di metri di profondità c’era una “casa” subacquea in acciaio, a forma di stella, larga dieci metri e alta tre, in grado di ospitare cinque uomini per un mese, e accanto a essa un garage per il “batidisco”, un piccolo sottomarino capace di scendere fino a 350 metri. Più in là c’era l’hangar per gli attrezzi e gli scooter e, ancora oltre, gli acquari per custodire i pesci catturati. Il programma Precontinente II prevedeva il soggiorno sott’acqua di alcuni uomini, che dovevano verificare la resistenza del fisico umano a lavori prolungati in quelle condizioni. Al termine della prova si rilevarono alcuni dati curiosi, tra cui una ridottissima crescita dei capelli o la rapida cicatrizzazione delle ferite. Oggi tutto è ancora lì, a eccezione della costruzione principale. Il garage del minisommergibile troneggia accanto al reef, quasi ricoperto dal corallo e con alcune grandi madrepore a ombrello che gli fanno da corona. Gli oblò sono senza vetri e il metallo è tutto arrugginito. Gli acquari sono ormai semidistrutti, ma ricoperti di spugne e coralli molli variopinti. Nel complesso è un luogo pieno di fascino e, per coloro cresciuti a pane e documentari di Cousteau, di intensa nostalgia.

Tutt’altra emozione si prova alla Punta Sud di Shaab Rumi. Qui siamo di nuovo al “top”, in uno dei punti d’immersione migliori del Mar Rosso. La punta meridionale dell’atollo si estende verso il largo, anche qui con un pianoro ricchissimo di vita, tanto che gli esperti lo considerano una delle meraviglie del mondo sottomarino. Quello che più colpisce è la quantità di pesci. Come spesso accade per gli omnipresenti barracuda, sono riuniti in grandi banchi, così fitti da oscurare la luce del sole. Quasi garantito è l’incontro con i carangidi che formano veri e propri muri, a volte lucenti e quasi impenetrabili. Sul pianoro, tra le varie formazioni coralline, ci sono riunioni di corvine tropicali, gialle e nere, dentici rossi, pesci soldato e pesci chirurgo. Ogni specie presente in queste acque forma un gruppo stanziale.

Spingendosi un po’ più in profondità, lungo i bordi della caduta, è facile incontrare squali grigi e squali martello. Frequente è l’incontro di tartarughe sul pianoro e di tonni nel blu.

Shaab Suedi è un reef ancora più a Nord e di solito viene incluso nella crociera di due settimane. L’interesse qui è suscitato dal relitto del “Blue Bell”, un grosso cargo che negli anni ’70 finì sul reef. Affondando, la nave si è ribaltata, riversando sul fondo il carico di camioncini, furgoni, pickup e automobili Toyota. La prua giace a una ventina di metri, il timone e l’elica oltre i settanta. Ci si immerge quindi tra i relitti di automezzi semiricoperti dal corallo e dalle spugne, con un bel giro di pesce pelagico intorno. E’ divertente osservare una murena uscire da sotto un sedile, una cernia abitare sotto un cofano mentre alcuni gamberetti vi danzano sopra e numerosi carangidi irrompono dai finestrini per predare una nuvola di pesci vetro che staziona all’interno dell’abitacolo. Le ruote, anzi più precisamente i cerchioni, chissà perché sono ambiti dagli alcionari. Insomma, un’immersione decisamente fuori dall’ordinario.

Quita el Banna è un reef che si incontra risalendo la costa verso l’Egitto ma, non avendo ancoraggi sicuri, si può solo fare una fermata al volo e poi ripartire. E’ qui che abbiamo incontrato il banco di squali martello descritto all’inizio dell’articolo. Altre volte non abbiamo visto granché: è un reef isolato dove ti può capitare un grande incontro, ma dipende tutto dalla fortuna.

A Shambaya c’è un buon ridosso, base per le escursioni in gommone verso altri due reef degni di nota, Angarosh e Abington Reef. La barca entra in un canale, tra i reef, e si ancora in uno slargo protetto dai venti settentrionali, dove dimora un branco di delfini. In alcuni periodi dell’anno si possono vedere le mante rompere l’acqua immobile del canale.

Angarosh, a breve distanza, è un appuntamento con l’avventura. Il nome che gli inglesi hanno riportato sulle carte dell’Ammiragliato proviene dall’arabo “Umm el gurush”, la madre degli squali. Ovviamente, si capisce bene cosa si sta per incontrare: anche nelle storie popolari c’è sempre un fondo di verità. Il fondale è meno ricco di coralli scenografici, rispetto ai reef precedenti, il pianoro è solo accennato, ma il pesce pelagico passa in abbondanza. Tonni e carangidi di grandi dimensioni, ma anche molti squali. Di solito tanti “grigi” ma non di rado si possono scorgere dei “pinna bianca d’altomare” (Carcharhinus albimarginatus), maestosi, panciuti e lunghi sui tre metri. Rimangono più distanti, osservano con distacco la nostra intrusione nel loro territorio. Alcuni sono contornati da pesci pilota. Finché sono calmi incutono solo un certo rispetto, ma se cominciassero a innervosirsi, mostrando movimenti veloci e a scatti, non sarei così tranquillo. Angarosh è uno di quei luoghi dove può passare di tutto, dal “longimanus” al “tigre”: per chi vuole emozioni forti. Abington, poco più a Nord, ha le stesse caratteristiche ma è sicuramente meno “ben” frequentato.

La ciliegina sulla torta, di una crociera in Sudan, è sicuramente l’esplorazione del notissimo relitto dell'”Umbria” (vedi Nautica 295 del novembre ’86 e Nautica 300 dell’aprile ’87, oppure su internet). Questa nave è stata protagonista della prima azione di guerra del secondo conflitto mondiale quando, mentre navigava alla volta di Massaua, in Eritrea, con un pesante carico di armi, tra cui 6000 tonnellate di bombe, fu fermata da un commando inglese e dirottata al Wingate Anchorage, nella rada di Port Sudan. Era imminente l’inizio delle ostilità e gli inglesi avevano l’intenzione di impossessarsi della nave e impedire al carico di arrivare a destinazione. Il pomeriggio del 9 giugno 1940 il comandante italiano ne ordinò l’autoaffondamento, dopo aver ascoltato una trasmissione alla radio che diramava il seguente messaggio: “Attenzione. Attenzione. Trasmissione straordinaria per le FF.AA. italiane e operai dell’Africa Orientale Italiana; la guerra sarà dichiarata e le ostilità inizieranno alle ore 24.00”. La stretta sorveglianza fu elusa grazie al vino che faceva parte del carico. Come ci ha dichiarato l’ex primo ufficiale di coperta, Rodolfo Zarli, gli inglesi furono beffati perché avevano alzato il gomito con il buon vino italiano, che a quei tempi in Sudan era una rarità. Così videro andare a fondo migliaia di tonnellate di esplosivi e armi. E all’equipaggio italiano si aprirono le porte dei campi di prigionia in India, dove rimasero per ben sei anni.

Nuotare intorno al relitto, lungo 150 metri, è affascinante. La profondità del fondo è di poco più di 30 metri e la nave, reclinata sul fianco sinistro, arriva fino in superficie, dove affiorano le gruette portascialuppe. Le forme della nave, ricoperta dai coralli, hanno il tipico stile degli anni venti. Si possono visitarne le varie stive, la poppa, con il grande timone e l’elica di dritta a quattro pale, entrare nel cassero centrale o percorrere i corridoi. Tutto è avvolto da un’atmosfera magica, dove le creature del mare si fondono con le strutture di metallo; sembra di stare sospesi nella storia, tra realtà e fantasia. Il giusto finale di una crociera indimenticabile.

NOTIZIE UTILI

Il viaggio – Le partenze sono il venerdì per chi parte da Roma, con voli Egyptair e il sabato dalle altre città, con voli Alitalia. La coincidenza per Port Sudan, con volo Sudanair, è il sabato pomeriggio. Il volo di rientro Port Sudan-Il Cairo è il sabato successivo, con pernottamento in albergo, e arrivo in Italia la domenica.

LA BARCA

Scheda tecnica
Lunghezza fuori tutto m 32
Lunghezza al galleggiamento m 29,50
Larghezza m 6,50
Anno di costruzione 1991
Ristrutturazione 1995
Stazza t 172,80
Motore Caterpillar 425 HP Turbo
Velocità di crociera 10/12 nodi
Serbatoio acqua 10.000 litri
Serbatoio carburante 20.000 litri
2 generatori da 30 e 20 kW
Corrente 220 e 24 volt.

Interni
6 cabine con letto matrimoniale più letto singolo
2 cabine con 2 letti singoli
4 bagni con doccia e acqua calda

Attrezzature
3 compressori (Bauer K15 elettrico, 2 Coltri MC H13 elettrici)
2 gommoni
3 motori fuoribordo
3 monobombola 15 litri biattacco DIN e INT

ITINERARI

Gli itinerari della crociera si concordano di volta in volta con il comandante, secondo gli interessi del gruppo e le condizioni meteorologiche. Il più noto è l’itinerario del Nord, con Sanganeb e Shaab Rumi. Con due settimane si può arrivare fino a Shaab Suedi, Angarosh e Abington Reef. L’itinerario del Sud-Est include mete altrettanto affascinanti, come Shaab Amber, il reef dei delfini, o Seil Ada Kebir, l’isola delle tartarughe. A sud c’è l’arcipelago di Suakin, costituito da una sessantina di isolette, ricchissime di pesce.

Molto interessante è una visita alla città fantasma di Suakin.

Fino a settant’anni fa Suakin, adagiata fra le immobili acque di una laguna, era il passaggio obbligato delle carovane di pellegrini africani diretti alla Mecca ed era ricca di edifici, che si sviluppavano in verticale, secondo lo stile della casa turca ovvero divisa in due parti: quella per gli uomini, dove erano trattati gli affari e si ricevevano gli ospiti, e quella per la famiglia, dove invece vivevano mogli e figli. Oggi la città è deserta e quasi del tutto diroccata. Infatti, nel tratto di mare antistante Suakin, i coralli, crescendo, a poco a poco hanno soffocato la città: già agli inizi del secolo, solamente i piccoli battelli riuscivano ad entrare nel porto. Gli inglesi, temendo che la lotta contro i coralli sarebbe stata inutile, decisero di costruire una nuova città, dove le grosse navi di linea avrebbero potuto arrivare senza difficoltà, e abbandonarono Suakin.

Con la nascita di Port Sudan, le piste che incanalavano il commercio dell’interno verso il mare si indirizzarono al nuovo porto e Suakin inaridì in pochi anni.

IL CLIMA

Molto caldo nei mesi estivi, con la temperatura dell’acqua oltre i trenta gradi e solitamente una buona visibilità. Caldo e piacevole nei mesi primaverili e autunnali; più fresco e ventilato in inverno.

Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a: Iride Viaggi, via Oderisi da Gubbio 235, 00146 Roma, tel. 06 5580634-5579307, fax 06 5574394 oppure: Aurora Branciamore, tel 06 5090585, cell. 0336 868882. email: maufel@iol.it sito web: Felicidad II.

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