Crociere subacquee Nelle acque dei faraoni Zabargad

Zabargad: rocce dal colore cangiante, voli di uccelli, fondali di straordinaria bellezza, tartarughe, squali martello, una miriade di creature marine.

Dopo qualche ora di navigazione l’isola di Zabargad appare all’orizzonte. Già da lontano si intuisce la natura tormentata delle sue coste aride: davanti al bompresso si erge un pezzo di deserto che spunta nel bel mezzo del Mar Rosso. Montuosa e priva di vegetazione, l’isola ha una conformazione geologica visibilmente fuori del normale, e le striature e le contorsioni di quelle rocce ne sono una dimostrazione. La particolarità di Zabargad, infatti, consiste nell’essere uno dei pochi luoghi del pianeta, se non l’unico, dove un pezzo del mantello terrestre si trova in affioramento. Cio è accaduto in seguito a dinamiche tettoniche innescate dai movimenti reciproci della placca africana e araba. Finora i minerali che compongono questo mantello, che si trova a 20 chilometri di profondità, erano stati ritrovati solo in seguito a eruzioni vulcaniche. In questi casi i minerali si presentano intensamente metamorfosati dalle alte temperature cui sono stati sottoposti. L’isola è dunque una interessante fonte di studi per i geologi, oltre che per gli appassionati di avventure subacquee alla ricerca di luoghi ancora incontaminati. La sua lontananza ne fa una delle mete meno frequentate della costa egiziana: si erge una trentina di miglia a sud-est di Ras Banas, più o meno all’altezza del confine tra Egitto e Sudan. Il porto di partenza per una crociera nelle sue acque è Ras Qulan, quattrocento chilometri a sud di Hurgada, oppure Sharm Luli, un’insenatura naturale vicina.

Alcune sule volano ora attorno alla nostra barca, mentre andiamo a ormeggiare nella parte sud-occidentale, in uno dei ridossi più sicuri dove, anche se improvvisamente girasse il vento durante la notte, non sorgerebbero complicazioni di ancoraggio. Il sole pomeridiano illumina la montagna vicina, donandole centinaia di tonalità calde. Al tramonto le striature causate dai movimenti geologici cambiano colore in ogni istante, con il variare dell’intensità della luce. In breve l’oscurità scende, avvolgendo l’isola, e solo le stelle rimangono a risplendere dietro la leggera oscillazione dei due alberi dell'”Ernesto Leoni”. La barca sulla quale siamo imbarcati è un navicello apuano costruito a Viareggio nel 1920, ultimo esemplare sopravvissuto di un tipo di barche che si muovevano lungo le coste toscane fino agli inizi del secolo, particolarmente usate per il trasporto del marmo. Lo scafo è lungo 26 metri e largo 6 e mezzo, e dotato di un motore da 240 cavalli, che si alterna alla velatura di altrettanti metri quadrati per le lunghe navigazioni, per la sicurezza e per la stabilità con mare grosso. Oggi la barca è adibita al charter e alle immersioni subacquee poiché il suo skipper, Renato Marchesan, ha deciso anni fa di vivere, insieme alla moglie Cristina e alla figlia Ilaria, di mare e nel mare. Ha fatto diversi lavori “marini”, come il corallaro, per dedicarsi, infine, al charter a indirizzo subacqueo e naturalistico.

Gli interni sono stati adattati per ospitare 8 persone in cabine doppie, con un salone accogliente e super attrezzato per rivedere le riprese video. All’altezza della coperta sono stati ricavati recentemente la cucina e un salottino molto luminoso con doppia dinette, sulle quali si gustano gli eccellenti piatti che Cristina prepara con molta arte e pochi e semplici ingredienti. Piatti a base di pesce, così magistralmente cucinati che nulla hanno da invidiare al nostro pesce mediterraneo. Ma non manca la pasta e, inverosimilmente, le verdure, che ancora non ci spieghiamo per quale magia possano durare per un così lungo tempo a bordo: ormai Renato e Cristina hanno affinato una tecnica prodigiosa per la conservazione della cambusa, tra freezer e luoghi ventilati e asciutti, navigando da anni lungo una costa desertica che non offre rifornimenti di nessun genere. I pesci Renato li pesca solo ed esclusivamente per il fabbisogno giornaliero. Un efficiente dissalatore, inoltre, rifornisce costantemente i serbatoi di acqua dolce. L’attrezzatura comprende anche due gommoni con i quali si fanno le immersioni o si va a esplorare le scogliere coralline e le isole.

La mattina successiva, prima immersione a Rocky Island, una piccola isola nella parte meridionale di Zabargad, rinomata per i fondali ricchi di vita. Comincia così una serie di fantastiche avventure sottomarine, tra tonni, carangidi, squali e tra i rami giganti di corallo nero, avvolti da una infinità di pesci piccolissimi, che si nascondono tra le fitte fronde. Il Mar Rosso, per chi non lo conosce, è un’esplosione di colori: centinaia, più verosimilmente migliaia, di pesci ti nuotano attorno, come se si entrasse in un acquario, e ognuno con differenti forme e cromatismi. I fondali sono formati da delle vere e proprie giungle di corallo, rigogliose, frastagliate, abbellite qua e là dalle gorgonie e dagli alcionari, un genere di coralli molli che assumono tonalità violentissime e meravigliose.

Dopo le immersioni andiamo a visitare Zabargad. Con i gommoni riusciamo a passare sopra la barriera corallina quasi affiorante e a entrare nella laguna meridionale. Approdiamo sulla lunga spiaggia, una delle più belle e selvagge del Mar Rosso, dove vanno a deporre le uova decine di tartarughe ogni notte. Sulla sabbia sono ben evidenti le tracce del loro faticoso trascinarsi fin sopra il livello superiore della marea, in cui scavano una buca, vi depositano le uova e la ricoprono, per poi ritornare al mare. Nidi di centinaia di sterne punteggiano ovunque la sabbia bianca, alcuni falchi sorvegliano dall’alto il nostro arrivo. La nostra meta è salire in cima al punto più alto, a 235 metri di altitudine, per gettare uno sguardo completo al perimetro dell’isola e riscendere visitando le miniere abbandonate. Queste risalgono indietro nel tempo; si entra nella storia, retrocedendo di qualche millennio, addirittura prima del fiorire della nostra civiltà: i faraoni egiziani furono i primi a sfruttare le miniere di crisolito, una bella gemma verde simile allo smeraldo, detta anche olivina. Nella prima metà del nostro secolo ancora erano sfruttate, come dimostrano i pochi resti rugginosi di secchielli e carriole abbandonate. Camminando, e facendo molta attenzione a osservare il terreno, le olivine si trovano ancora, tra le rocce sgretolate, erose dal vento e dalle scarse piogge, sulla collina di peridotite, il minerale caratteristico dell’isola. Sono dei piccoli frammenti, senza valore, ma è emozionante trovarli mentre brillano al sole con verdi riflessi. Il panorama dalla cima è spettacolare. La forma dell’isola è triangolare, con le alture che irregolarmente si contorcono verso l’alto, per affacciarsi su una laguna dai meravigliosi colori turchesi e dalla spiaggia bianca immacolata. Al ritorno sulla spiaggia il cielo è bianco di sterne, che si allontanano verso il centro della laguna per la pesca quotidiana.

Passano così, tra immersioni ed esplorazioni a terra, diversi giorni felici. Si punta poi la prua verso ovest, verso alcuni reef che si allungano vicini alla costa egiziana. Renato ha selezionato una serie di punti di immersione molto belli, solitamente nelle parti più esposte al vento e alle correnti. Ognuno ha le sue caratteristiche. Alcuni eccellono per la bellezza delle formazioni coralline, altri per il giro di pesce. Branchi di barracuda volano a mezz’acqua, mentre i carangidi danno la caccia con agguati improvvisi ai banchi di pesci minuscoli che contornano la parte superiore delle madrepore. Le spaccature profonde che si aprono sulle pareti del reef spesso ospitano banchi enormi di pesci piccoli e completamente trasparenti, chiamati pesci vetro, che avvolgono tutto e sono così fitti da non lasciar vedere dietro di loro. Nello stesso ambiente vivono i pesci scorpione, stupendi quanto pericolosi, per una spina sul dorso che può infliggere velenose punture.

Le immersioni più memorabili sono quelle al Fury Shoal, detto anche Dolphin Reef. La scogliera ha la forma di un grande 3 rovesciato e possiamo ormeggiare in una delle anse, entrambe riparate dal vento dominante. Una famiglia di delfini risiede stabilmente tutto l’anno in queste acque e li vediamo passare spesso poco lontano dalla barca per andare a cercare cibo nelle acque esterne al reef. Con un piccolo trucco riesco ad avvicinarli e fotografarli: il gommone si porta sopra al branco che rimane a giocare sotto la prua e, silenziosamente, mi calo a fianco dei tubolari, facendomi trascinare in acqua mentre il timoniere continua a seguire i delfini. In questo modo riesco ad averli vicini, incuranti della mia presenza. Il mare diffonde i loro fischi e click, come se il suono venisse da ogni parte, e le loro forme idrodinamiche si muovono come se danzassero, in un’ armonia spettacolare. I loro sguardi, espressioni dall’eterno sorriso, suscitano una gran simpatia, e anche affetto.

Durante una di queste scorrerie insieme ai delfini nella laguna, passiamo sopra un luogo divenuto famoso negli ultimi tempi: su un fondale di sette metri di profondità giace una distesa di anfore millenarie. Ancora non se ne sa la provenienza, anche se studi superficiali le fanno a risalire al II secolo a.C., in pieno periodo tolemaico, quando risplendeva Alessandria d’Egitto e i commerci con l’oriente erano attivi. Il Mar Rosso diventava un importante strada commerciale nonostante le terribili insidie. Probabilmente un cambio di vento improvviso determinò l’urto contro la barriera corallina e l’affondamento del piccolo bastimento con il suo carico. Oggi le anfore, unica traccia di quel tragico evento a parte qualche scheggia di legno marcio rimasto conservato sotto la sabbia, giacciono sul fondale, nella stessa posizione. Qualche formazione corallina è cresciuta su un collo o su un manico, alcuni pesciolini le hanno scelte per tane. Speriamo possano rimanere ancora a lungo in quel museo naturale, dalla scenografia originale. È arrivata la notizia che recentemente un gruppo di tedeschi ha cercato di trafugarne alcune, ma sono stati scoperti da alcuni nostri connazionali e fatti arrestare. Pare che le anfore siano state rimesse al loro posto ma, a bordo, abbiamo dei seri dubbi in proposito. Renato ci confida che ne mancano diverse all’appello. Speriamo che il buon senso metta fine allo scempio.

L'”Ernesto Leoni” è ormeggiato vicino al “meeting point”, un particolare punto della barriera corallina, nella parte sottovento, in cui sembrano darsi appuntamento dozzine di pesci. Una piccola spaccatura nel corallo e il fondale basso e sabbioso sono gli scenari di questo carosello, alimentato dalle correnti che attraversano la scogliera e portano preziosi e ricercati elementi nutritivi. L’acqua è piuttosto torbida ma la quantità e la mole dei pesci è spettacolare. Sotto la barca invece è la patria delle meduse. Non quelle flottanti, che conosciamo nei nostri mari, ma un tipo che rimane ferma sul fondo, con i tentacoli rivolti verso l’alto, verso la luce: è una medusa “agricoltore”, perché coltiva tra i suoi tentacoli alcune alghe microscopiche di cui si ciba. E nel periodo che siamo al Fury arriva un’ondata di meduse pelagiche, dalle colorazioni rosa e viola. È un fatto non comune il proliferare di tante meduse. Ci sono infatti annate che non se ne vede una e altre che invece proliferano, e non sempre della stessa specie. Si lasciano trasportare dalla corrente, come piccoli velieri con le vele aperte al vento, nascondendo spesso clandestini: minuscoli carangidi neonati trovano riparo e protezione tra i tentacoli e sotto l’ombrello.

Nella parte settentrionale della barriera, sopravvento, ci immergiamo a caccia di emozioni, grandi incontri. Renato ci accompagna col gommone e ci dà istruzioni: arrivati sui trenta metri, nei pressi di una gorgonia gialla, bisogna fermarsi e aspettare, guardando verso il blu. Possono passare bei pesci, dipende dalla fortuna. Così, seguiamo i consigli e vicino alla gorgonia scrutiamo il mare aperto di fronte. Un branco di carangidi manda riflessi argentei da lontano. Aspettiamo. Un tonno sfila veloce. Aspettiamo. Ora il blu in alcuni punti non è uniforme. Davanti a noi, più in basso, qualcosa rompe la monotonia blu, manda un leggero riflesso, diverso e appena accennato. Scatto fulmineo in avanti, seguito da tutti. Già altre volte mi è capitato di vedere quel fenomeno, credo di sapere quello che sta passando. Il gruppo di pesci rimane a distanza per timidezza ma è inesorabilmente anche curioso. Entriamo velocemente nel mezzo di un piccolo branco di squali martello i quali a turno, maestosamente, si avvicinano per guardarci meglio e poi, con qualche lento colpo di coda, scompaiono.

Saturi di emozioni, ci rimettiamo contro voglia in rotta per il ritorno. Facciamo una tappa all’isola di Wadi Gimal, per sgranchire le gambe tra i nidi di migliaia di gabbiani e sterne. Negli alti cespugli delle mangrovie osserviamo una coppia di spatole, uccelli dal curioso becco dalla forma caratteristica, alla quale devono il loro nome.

Al tramonto i soliti colori ormai abituali. Ogni giorno il cerchio solare lascia il limpido cielo arrossato e scompare dietro le alte montagne della costa. Sempre gli stessi colori. Sempre uguale. Ma questa ripetitività sarà difficile da dimenticare. Uno stormo di gabbiani vola contro l’orizzonte vermiglio e lucente. Un attimo irripetibile. E gli attimi irripetibili di questa crociera resteranno fermi nella memoria.

TOUR OPERATOR
Ricerca nel database

sull'autore

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.