di Ezio Grillo Rizzi

Shadenfreude è una di quelle parole tedesche che non trovano una traduzione esatta nella a nostra lingua.

In realtà, se la scomponessimo nelle due parole “shaden”, ombra, e “freude”, gioia, la traduzione più prossima potrebbe essere qualcosa tipo “gioia maliziosa”.

Ma il significato è tutt’altro: mi ricordo di aver trovato la definizione sociologica di questa parola in “sindrome del Telepass” ovvero quel lieve piacere che proviamo quando passiamo davanti alle macchine in coda per il casello autostradale, mentre noi sfrecciamo via perché dotati appunto del Telepass.
Ora che ci facciamo caso, ci rendiamo conto che ciascuno di noi, in più momenti della vita, è stato colto da shadenfreude: è infatti un’esperienza comune nella vita di chiunque.
Ma perché non ne abbiamo una chiara e immediata consapevolezza? La risposta è semplice: perché nel nostro vocabolario non abbiamo una parola specifica che la descrive.
Ora immaginiamo di essere ospiti a casa di qualcuno e di chiedere dov’è il bagno, ottenendo come risposta “prendi la porta a Sud e poi la terza porta a Ovest”.
Sconcertante vero?

Non troppo: in realtà ci troviamo semplicemente a casa di una persona che parla una lingua che invece di usare, come in quella standard, delle coordinate spaziali “egocentriche” (porta a sinistra e terza a destra), usa un sistema di coordinate spaziali geografiche “assolute”.
Follia?

No, esistono diverse lingue che usano le coordinate spaziali assolute e, secondo alcuni studi, tale metodo costringe a un cambiamento cognitivo ovvero quello di attivare costantemente una sorta di “bussola mentale” che ci renda capaci di essere costantemente a conoscenza della direzione cardinale in cui siamo orientati.
Ebbene, il gergo nautico conta, fra le altre, anche la caratteristica di usare un sistema geografico assoluto: sorprendente vero?
In estrema sintesi, con questi due esempi abbiamo visto che: 1) il vocabolario esteso è necessario non tanto per aver conoscenza del mondo, quanto piuttosto per ottenere una “conoscenza consapevole”; 2) una lingua piuttosto che un’altra ci può spingere verso attitudini cognitive differenti (come la percezione dello scorrere del tempo, della posizione delle cose nello spazio, della dinamica degli avvenimenti): è un affascinante fenomeno che si chiama “relatività linguistica”.
Ma c’è dell’altro. È scontato affermare che la convivenza umana si fondi sul linguaggio e che quest’ultimo, per essere efficace ed efficiente, debba essere condiviso. Conseguentemente, se io posseggo un vocabolario esteso che mi consente una vasta conoscenza consapevole del mondo, ma non lo condivido con altri, si tratta di una ricchezza ben sterile.
Ma secondo il filosofo e linguista Karl Wilhelm von Humboldt “il parlare è sempre un parlare-con-altri, il pensare è sempre un pensare-con-altri (n.d.a. perfino quando si pensa in solitudine), lo stesso essere dell’uomo è in definitiva essere-con-altri “. Il linguaggio è non solo il fondamento stesso della socialità ma anche – mi si permetta di usare una espressione un po’ forte – un “modo di pensare socialmente codificato” che ci permette di decifrare il mondo anche quando siamo soli.

La potenza del vocabolario va infatti molto oltre alla comunicazione stessa: definendo con esattezza le cose, ci consente non solo – come abbiamo visto – la capacità di estendere la nostra consapevolezza e le nostre percezioni, ma essendo ogni parola una sorta di “riassunto di un concetto esteso” (shadenfeude = “il senso di piacere che proviamo dalle disavventure altrui”), ci permette di emanciparci dal presente immaginando eventi e cose future nel tempo e nello spazio. Cose lontane, magari da creare.
Il linguaggio è “l’organo formativo del pensiero”. È la condizione necessaria per la formulazione della conoscenza. Ancor prima, le parole sono i mattoni che ci permettono di costruire, concetto per concetto, ogni idea, ogni mondo. È il linguaggio, nella quotidianità di ognuno di noi, che congiunge l’essere umano al mondo.
Per fare un esempio senza addentrarci troppo nell’antropologia e nella filosofia del linguaggio, conoscere il significato di ”rotta nautica” vuol dire possedere il concetto molto ampio di “pianificazione di uno spostamento nello spazio e nel tempo in ambiente marino”, dotato, appunto, di specifiche peculiarità quali lo scarroccio, la deriva e tanti altri concetti di evoluzione dinamica.
Per noi che navighiamo sappiamo che dire “rotta” è ben diverso che dire “itinerario”.
Una sola parola, “rotta”, esprime un concetto molto complesso e composto da altri concetti complessi. “Rotta” è, come tutte le parole, una “mappa concettuale”.
Tecnicamente, “il pensiero viene oggettivato dal linguaggio”.
E da una mappa concettuale all’altra, è facile comprendere quale sia la differenza tra le parole “parcheggiare” e “ormeggiare”: in entrambi i casi si tratta di “mettere a riposo” un mezzo di trasporto, tuttavia, chiunque abbia ormeggiato anche una sola volta sa bene che si tratta di due cose molto diverse.
Così, “cima” è concettualmente diversa da “corda” (mi fa quasi senso usare questa parola in ambito nautico), perché, sebbene i due oggetti si assomiglino, le caratteristiche di una cima sono diverse e assai particolari.
Il saper dare un nome a tutto quello che fa parte di una barca e della sua navigazione significa avere consapevolezza delle proprie conoscenze, comprendere ogni parte dello scafo e la sua funzione, sapersi spiegare e quindi prevedere tutte le azioni e reazioni dinamiche nella navigazione. In poche parole serve a rendere nostro un mondo – quello del mare – che non è il nostro ambiente naturale.
Di quanto sto scrivendo me ne sono reso conto qualche anno fa, quando ho avuto a che fare con alcuni colleghi (io mi occupo professionalmente di nautica) della Repubblica Ceca. Ebbene con loro, per quanto mi intendessi perfettamente su concetti di marketing, comunicazione, logistica e altro, non riuscivo a concretizzare diversi aspetti tecnici legati al mondo delle barche. Poi ho capito: la Repubblica Ceca non è bagnata dal mare e di conseguenza il ceco è una lingua che non possiede un gergo nautico.
Per quanto parlassimo inglese, il solo fatto di non poter tradurre delle terminologie specifiche (inglesi) nella loro lingua faceva sì che facessero molta più fatica ad assimilare numerosi concetti tecnici che per me erano scontati.
Così ho compreso che il gergo nautico, come qualsiasi linguaggio specifico, non è solo tradizione.