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La Patanella di Osvaldo

LA “PATANELLA” DI OSVALDO

Paolo Mazzucato – Mirano (VE)

Ho sempre pensato che il vecchio Osvaldo non fosse nativo delle mie parti, anche se fin da ragazzo mi ricordo di averlo sempre conosciuto. Da noi i nomi erano sempre gli stessi: Giuseppe, Antonio, Giovanni; grandissimi santi, ma la fantasia finiva lì. Ora i ragazzi ne portano di più moderni: Gabriele, Marco, Matteo; santi grandissimi pur loro! Ma di Osvaldo?Sono cresciuto ai confini occidentali della laguna veneta, terreni piatti di bonifica coltivati a mais, un paesaggio orizzontale senza aspetti particolarmente interessanti. Bastava però inforcare la bici, percorrere un paio di chilometri e ritrovarsi in un altro mondo. Oltre l’argine lagunare, tutto era diverso. Canalette si perdevano nelle barene senza soluzione di continuità; e in una di queste teneva la “patanella”, la barca veneta a fondo piatto per caccia e pesca palustre, Osvaldo, al riparo nell’ottava cavana dell’argine destro. Considerando che con gli anni le cavane erano diventate oltre un migliaio, uno può farsi un’idea del tempo trascorso.

La barena era la sua vita, anche se di professione faceva l’operaio turnista alla Montecatini. Un uomo segaligno, dalla pelle cotta, che durante le vacanze estive, e non solo, mi portava a pesca con sé.

Così – avrò avuto sei o sette anni – lui passava davanti a casa mia fischiando, con i remi sulla spalla e io capivo.

Verso la metà degli anni ’60 andò in pensione, io avevo una dozzina d’anni e tutta la libertà di un adolescente di allora. Spesso si usciva anche di notte; ricordo con emozione albe e tramonti incomparabili. Le suggestioni mi sono rimaste intatte nella mente. In quel posto di Valle Averto, ora, c’è un’oasi del WWF, ma per me l’oasi c’è sempre stata.

La partenza avveniva sempre in silenzio; i preparativi, sempre uguali, avevano un che di religioso. Sistemava le poche cose: qualche attrezzo, la sporta di canapa con un bottiglione d’acqua, un pò di frutta, ma soprattutto un limone e il pane comune appena sfornato. Spingeva la barca a remi senza fare sciabordio; gruppi di germani reali si accorgevano di noi quando eravamo a qualche metro, spaventati decollavano lasciandosi in coda scie bellissime. L’avifauna migratrice comprendeva anatidi a quel tempo comunissimi: l’alzavola e il fischione, la canapiglia e la moretta tabaccaia dal simpatico ciuffo sulla nuca. Non era raro, poi, che qualche cefalo sbagliasse evoluzioni aeree e saltasse dentro la barca.

La zona di pesca era quasi sempre la stessa, anche perché la propulsione a remi non consentiva grandi spostamenti. Comunque arrivati all’altezza di Casone di Tezze trovavamo tutto quello che cercavamo.

Non ricordo che Osvaldo si sia mai bagnato i piedi. Per pescare usava fiocina o tramaglio, oppure un rastrello metallico col quale in poco tempo recuperava qualche chilo di cuori, misti a vongole veraci dal guscio sottile, molluschi bivalvi molto comuni. Io preferivo scendere in acqua, di solito profonda qualche palmo. Mi lamentavo continuamente dell’esiguità del fondale; così Osvaldo cercava qualche specchio acqueo più profondo perché potessi fare il bagno. Per nuotare davvero dovevo evitare chiazze d’ulva, un’alga simile alla lattuga, molto bella ma che rivelava la presenza di fosforo. Il processo di fotosintesi, accentuato durante l’estate, ne favoriva la crescita; sotto di essa, adagiate nel fondale fangoso, sostavano spesso grosse passere di mare.

Quando il sole cominciava a scottare, Osvaldo gettava l’ancora. Nella sostanza, piantava un remo nel fango, legava la barca con uno spago e si sistemava a prua; non prima di aver aperto uno scassato ombrello nero, dal manico segato, che fissava ad un tubicino di ferro.

La merenda consisteva in molluschi crudi al limone, quelli più grossi, che egli apriva con velocità impressionante forzando le nocchie degli uni contro gli altri. Era il momento in cui parlava volentieri, non che fosse, comunque, persona dal carattere chiuso; descriveva ambienti e situazioni nei minimi dettagli.

Rammento un pomeriggio di luglio in cui fummo sorpresi da un furioso temporale, il tempo peggiorò all’improvviso cogliendo alla sprovvista anche uno come Osvaldo. Veloci imboccammo la canaletta di Lugo, ma il vento si era già alzato fortissimo, tanto che il Vecchio non riusciva a reggersi in equilibrio sulla barca. Ci infilammo allora in un banco di cannuccia palustre e, quando la prua toccò l’argine, legammo la barca ad un paletto infisso al terreno.

Il muro di canne ci riparava egregiamente dal vento, divenuto nel frattempo impetuoso. Ci coprimmo con un foglio di nylon, sdraiati sul fondo della “patanella”. In pochi minuti si scatenò l’inferno, un diluvio ci travolse; la burrasca però passò in fretta.

Stavamo armeggiando per uscire dal riparo di fortuna, quando un rumore di canne mosse ci zittì di colpo. Fu uno spettacolo tenero ed emozionante, quello che si presentò ai nostri occhi: un’oca selvatica, circondata dai suoi piccoli, scivolò via con noncuranza accanto a noi. Passata la tempesta, tornò a nuotare al centro del canale con principesco incedere.

Ancora qualche anno, e con il vecchio Osvaldo ci siamo pian piano persi di vista. Gli impegni scolastici mi portarono lontano da quel piccolo grande mondo. Ogni tanto mio padre mi diceva di aver visto passare il Vecchio, poi sempre meno. Di Osvaldo non seppi più nulla, o forse preferivo non saper nulla per poterlo ricordare sempre come l’avevo conosciuto da bambino.

Oltre la statale Romea, giugno 1994

Rientravo in anticipo da Ravenna, a Passo della Fogolana volsi lo sguardo a destra, dove la statale comincia a costeggiare la laguna. La crescita della vegetazione era in ritardo, ancora si potevano scorgere ampi specchi di valle. Mi capitò di ripensare alla mia infanzia.All’altezza di Lugo rallentai, fino a fermarmi nello spiazzo all’inizio della canaletta. Le cavane erano state recentemente tutte demolite: abusivismo e impatto ambientale si disse! Le poche barche residue, abbandonate alle intemperie, in uno stato deprimente!

Una ragazza bruna, molto bella, stava tirando a secco sul carrello un “cofano” in legno, il simpatico barchino di laguna adatto a piccoli fuoribordo, utilizzando uno scivolo naturale ricavato dall’argine franato; una presenza insolita, ancor più in quell’ambiente frequentato unicamente da anziani cacciatori e pescatori.

Nonostante palesasse discreta esperienza, lo sforzo profuso nelle operazioni era notevole. Mi ringraziò dell’offerta d’aiuto. Incuriosito chiesi spiegazioni sull’interesse che la portava a frequentare quei luoghi, ai più sconosciuti. Mi confessò di aver passato tutto il giorno cercando di fotografare la covata di un cigno reale, lamentando la mancata possibilità di avvicinarsi abbastanza.

Abbozzai qualche consiglio, nonostante ai miei tempi, forse a causa della scarsa protezione, il cigno non avesse ancora colonizzato quell’ambiente. Non si mostrò meravigliata che conoscessi bene quelle amenità, mentre mi sarei aspettato qualche domanda a tal proposito.

Mi disse: “Tu devi essere Paolo”.

Rimasi allibito.

Continuò: “Io sono Giulia, la nipote di Osvaldo; il nonno mi ha parlato spesso di te”. In un attimo trent’anni mi sono scorsi davanti.

Continuammo a parlare un po’.

Sulla statale, alle nostre spalle, il traffico era impressionante; allora non era così…

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