La volata più bella

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LA VOLATA PIÙ BELLA

di Gianfranco Piva

Se sei appassionato di vela, quanto di capita la giornata di bel tempo, con vento forte e cielo sereno, puoi raggiungere il settimo cielo, puoi fare una bella volata.

Me ne ricordo molte, entusiasmanti ed appaganti, ognuna con un particolare che la rende diversa dalle altre e piacevole da ricordare.

Una delle più belle fu, senz’altro, quella nel Quarnero.

A sud dell’isola di Unije c’è una rientranza nella costa, che ripara dal mare e dal vento provenienti dal quadrante settentrionale. Noi eravamo lì, in una giornata limpidissima, con la bora forte, che soffiava a tutto spiano nel Quarnero, a poche centinaia di metri da noi. Stavamo aspettando che si calmasse un pò, per attraversare fino a capo Promontore, in Istria. Erano 20 miglia di mare aperto, da percorrere con il vento ed il mare al traverso.

Avevamo già tentato, verso la fine della mattinata. Ma appena fuori del riparo offertoci dall’isola di Unije, eravamo stati letteralmente assaliti da un vento di 40/45 nodi, con mare formato ed onde ragguardevoli e frangenti.

Io sono contrario ad uscire da un comodo riparo, quando il tempo è nuvoloso e minaccia temporale, ma mi piace immensamente il tempo limpido e ventoso di quelle giornate di bora, che spazzano il mare, ripulendo l’atmosfera ed alzando le onde. All’inizio non la pensavo così, ed avevo un certo timore, ma poi, poco per volta, mi sono abituato, ed ho capito che questo sono le giornate migliori e le più divertenti. Se la barca è sicura e ben tenuta, non c’è nessun rischio.

Quando il cielo è coperto, non è facile prevedere l’evolversi della situazione. Ma quando c’è una sventolata, da Nord -Est, senza temporali previsti, si può essere sicuri, con una certa tranquillità, che il cielo resterà ventoso, ma limpido e sereno.

Dietro di noi, altre quattro o cinque barche a vela avevano tentato la traversata, per poi abbandonare definitivamente e tornare verso Lussino.

Mentre noi aspettavamo che il vento calasse almeno un pò nel pomeriggio, vedevamo sfilare una processione di barche che, viaggiando al riparo delle isole Srakane ed Unije, non si rendevano conto di quanto mare e vento avrebbero trovato, una volta arrivate in mare aperto.

Si vedevano, al largo, i caratteristici baffi di schiuma, che sempre si trovano con il mare mosso, ma non si potevano immaginare le onde alte 4 metri ed oltre, che avevamo trovato a fine mattinata. Una ad una, tutte le barche tornavano indietro. Sia le barche a vela, che tentavano tutte le astuzie possibili prima di rinunciare, sia i grossi cabinati a motore, che venivano assaliti e messi fuori combattimento quasi subito dalla forza del mare.

Verso le 3 del pomeriggio mi sembrò che il vento fosse calato sensibilmente. Vedevo sempre i frangenti, al largo, ma mi pareva che fosse venuto il momento di ritentare. Avevo preso una mano di terzaroli alla randa ed avvolto il genova di circa un quarto sul girafiocco.

Ci accodammo ad altre tre barche che arrivavano proprio in quel momento.

Percorremmo il primo miglio, con il mare relativamente mosso, ma poi, quando superammo il riparo offerto dal promontorio a Nord di Unije, fummo di nuovo assaliti dalla forza del mare.

Le prime due barche furono prese alla sprovvista e si affrettarono a tornare; la terza riuscì a terzarolare la randa ed a ridurre la vela di prua, e cominciò ad avanzare.

L’impatto fu forte, ma ci rendemmo conto che in effetti il vento ed il mare erano un pò calati e che, se avessimo ridotto ulteriormente il genova, avremmo potuto tentare la traversata. Fu una bellissima volata, con il mare al traverso e le onde che ci toglievano la visuale, quando eravamo nel cavo. Il vento adesso era sui 30 nodi di media.

La barca non si opponeva al mare, ma lo assecondava in tutti i movimenti. Il pilota automatico si regolava in base alla forza delle onde e recuperava sullo scarroccio, tenendoci a qualche grado verso il vento.

Il travaglio era grande, perché la barca saliva e scendeva in continuazione sulle onde, ma sentivamo di far parte di quelle onde e di quel vento. È una sensazione difficile da spiegare, e credo che solo chi abbia provato queste cose possa capire. La barca si muoveva, leggera e sicura, con le vele tese al massimo, in quel caos solo apparente di mare, e non lo contrastava, ma lo assecondava con facilità. Il mare ed il vento ci consideravano come parte della natura, e non come un corpo estraneo da eliminare.

Eravamo seduti in pozzetto, ammirando i treni di ondate che si avventavano contro di noi, senza farci il minimo danno. La barca rispondeva in modo perfetto a tutte le sollecitazioni. Sbandata sulla sinistra, con le vele tese al massimo, viaggiava ad 8 nodi, salendo sul pendio di ogni onda, che affrontava leggermente di prua, per poi discendere, sempre gradatamente, lungo l’altro versante. Non rollava molto, bloccata com’era dalla forza del vento sulle vele, e beccheggiava solo quando passava sulla cima delle onde con frangenti che, nel frattempo, stavano diminuendo di frequenza.

Man mano che ci avvicinavamo al centro del Quarnero, il mare veniva un pò più da prua, e potevamo dirigere qualche grado più a Ovest, verso capo Promontore, ed il faro esterno. La visibilità era eccezionale, e fin dalla partenza si vedevano le alture a nord di Medulin, che spuntavano dall’orizzonte a più di 20 miglia dall’orizzonte. Man mano che ci avvicinavamo, uscivano dalla curva dell’orizzonte anche le coste più basse di Medulin e di Promontore, finché potremmo vedere distintamente i fari della secca Albanese e di Promontore, anche se distavano ancora 8 o 9 miglia.

Il mare si era calmato un poco, o forse avevamo fatto l’abitudine a quelle onde. Aprimmo tutto il genova, sciogliemmo i terzaroli della randa e ricominciammo a filare 8 nodi di bolina larga. A qualche miglia da capo Promontore, trovammo un mare corto ed incrociato, che ci fece ballare molto: era la zona in cui si scontravano le onde del Quarnero con quelle dell’Istria. Sotto il capo, trovammo mare grosso da prua, che ci costrinse ad allargare verso Ovest, per evitare i bassifondi e le secche dove le ondate frangevano fragorosamente, bianche di schiuma.

Un bordo deciso a sud-ovest ci portò a circa un miglio al largo del faro, da dove poi, con un altro bordo a nord-ovest, saremmo arrivati direttamente a Veruda.

Era ormai sera, quando finalmente ammainammo le vele ed entrammo nella baia riparata ed accogliente di Veruda.

Eravamo stanchi, felici ed appagati, e ci sentivamo ancora un poco più legati, tra di noi, ed affezionati alla nostra barca che, da tempo, considero parte della famiglia, quasi fosse un essere vivente, e non un ammasso di vetroresina, legno e metalli inossidabili.

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