Il Paglietto

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IL PAGLIETTO

Paolo Finn

Aveva incontrato per caso, dopo ben quarant’anni poi dissolti in un attimo, Berto, compagno di banco di liceo, e aveva accettato «non si sa come», anche se fra un bicchiere e l’altro, l’invito di partire con lui per un viaggio in barca a vela.

La barca era uno «sloop» che aveva di sicuro più di trent’anni e a vederla così piccola e indifesa gli sembrò incredibile che avesse raggiunto i mari lontani e misteriosi che Berto gli aveva descritto.

La partenza lo colse alla sprovvista per il contrasto crescente fra la sensazione sgradevolmente improvvisa che il movimento così accentuato dello scafo gli causò in fondo allo stomaco e la naturale agilità con cui Berto, che per la verità sembrava non dare un peso eccessivo al suo malessere, conduceva la barca fuori dal porto con manovre all’apparenza così complicate. Così a lui, ridotto in breve in un confuso stato di torpore quasi vittima di chissà quali droghe sconosciute, reso del tutto incapace di una pur flebile reazione, sembrò che la sua unica via d’uscita da quella situazione fosse il lasciarsi risucchiare nella voragine del male come in un pozzo senza fine.

Non funzionò. E il suo tentativo riuscì soltanto a rendere ancora più insondabile l’abisso crescente che sembrava separarlo da quel mondo particolare di cui riusciva ancora, malgrado tutto, a percepire il fascino irresistibile e lontano.

Non aveva mai navigato su una barca a vela anche se un’inspiegabile e irrefrenabile attenzione per il mare lo avevano sempre spinto a cercare di viverne tutte le possibilità. Veleggiare era rimasto un suo antico e inespresso sogno di bambino.

Lo stupì l’aria del silenzio smussato soltanto dal filare delle vele e dalla forza misteriosa di un vento insensibile che sembrava trainare la barca a tagliare la massa d’acqua; da prima attraverso un grigio scuro, poi nel verde, fino ad un profondo cobalto striato soltanto da impercettibili scie che guizzavano velocissime attorno allo scafo per disperdersi e riformarsi senza soluzione di continuità; e la sensazione di incredulità scaturita dal fatto che un oggetto, in fondo così primordiale, potesse opporre indenne una chiglia così fragile al mistero della massa d’acqua scura che lo sosteneva.

Avrebbe voluto fermarsi almeno un attimo ad osservare la costa così intera da lontano ma non fu possibile: in un battito d’ali era già stata avvolta dentro una foschia color latte sporco, grigio e uguale che aveva inghiottito anche l’orizzonte.

Al momento di tramontare un sole velato dalla foschia sembrava incredibilmente piccolo, di una luminosità ormai senza raggi.

Densi banchi di nuvole basse a nord e a est sotto un cielo limpido in alto, lente e uguali di un indecifrabile color malva scuro, spingevano una calura grave e opprimente sulla massa d’acqua che si perdeva a vista d’occhio.

A un tratto, malgrado fosse oramai spossato dall’esasperante, incessante, monotono, rollio della barca, si rese conto di un cambiamento veloce: il moto ondoso si faceva più alto e più rapido e ad ogni spinta dell’imperscrutabile massa d’acqua scura la barca rispondeva con un movimento più accentuato salendo e scendendo negli avvallamenti sempre più profondi.

Attraverso la nebbia di un malessere diffuso riuscì a malapena a farfugliare quasi fra sé: «Mi domando da dove vengano tutte queste onde fastidiose».

Berto, dopo una pausa grave di silenzio lunga un’eternità, aggrappato com’era al timone con la testa rivolta in alto per fissare con lo sguardo il segnavento in cima all’albero, senza guardarlo disse soltanto: «Da Nord Est. Dev’esserci brutto tempo da quelle parti».

Le onde crescevano: l’orizzonte, scomparso all’improvviso, riapparve dopo una pausa interminabile ma inclinato paurosamente tanto da sembrare sul punto di cadere, ma poi, dandogli un colpo allo stomaco nel precipitare dal punto culminante, tornò ad abbassarsi con il ritmo precedente. E il vento li raggiunse. Una voce, che sembrava provenire da un’altra dimensione e non appartenere più al suo amico, storta e stiracchiata com’era dalle prime raffiche che cominciavano a investirli, aggiunse: «Il barometro scende parecchio». «Non si può evitare la tempesta?» gridò lui, cercando di sovrastare con la voce il rumore degli scrosci mentre afferrava il «corrimano» per difendersi dall’imminente rollio che si faceva più minaccioso. Ma invece di una risposta che purtroppo intuiva essere inutile, Berto gli mise tra le mani il timone indicandogli l’ago della bussola per tenere la rotta. Così mentre il suo amico, aggrappandosi non si sa come all’albero e al sartiame ammainava il genoa, dava un paio di mani di terzaroli per ridurre la randa e drizzava velocemente una tormentina, lui si trovò alle prese con il vento, trascinato suo malgrado in una specie di lotta corpo a corpo di cui mantenere la rotta doveva essere la posta in gioco. Montagne d’acqua scura si alzavano davanti e dietro alle loro spalle tanto che nel superarle sembrava di essere sul carrello di un ottovolante schizzato da raffiche salate che paralizzavano il respiro. Per prendere fiato assaporò l’acqua che inutilmente aveva cercato di evitare automaticamente fino a quel momento serrando le mascelle: e con stupore s’accorse che solo a tratti era salata. Così le labbra si alternarono in uno strano movimento spontaneo: deglutivano quella dolce per sputare, a ritmo, invece, quella salmastra. Gli sembrò impossibile tenere la barca dritta che continuava ad abbassarsi non solo da poppa a prua ma anche e soprattutto ad entrambi i lati. Era concentrato in uno sforzo supremo tenendo gli occhi fissi sulla bussola per imprimere al braccio avvinghiato al timone qualsiasi minima variazione tanto da non accorgersi che Berto gli stava porgendo una cerata gialla identica a quella che indossava urlandogli, per sovrastare il mugghio del vento e gli scrosci di onde sempre più violente: «Fra un pò ne avrai bisogno». Riaffidato il timone con un sospiro di sollievo alle mani del comandante, per riuscire a respirare un pò e indossare la cerata, cercò scampo da quella furia sottocoperta; ma non aveva fatto tre passi nel pozzetto che un tonfo e uno scroscio violento di schizzi d’acqua percossero la porta che gli si serrò alle spalle facendo urlare i vetri dei boccaporti e partire dalle pareti tutti gli oggetti a folle velocità verso il centro della cucina.

Da un nero denso, senza limiti e confini, il vento sembrava avvolgere la barca da tutte le direzioni.

Ad un tratto, spingendo lo sguardo attraverso uno dei boccaporti, scorse da prua un brillare di lampi bianchi e lontani: sembravano avvicinarsi dapprima esplodendo come scintille e poi, sempre più vicini, squarciavano il nero rimanendo per una frazione di secondo disegnati nel buio e impressi in fondo alla retina.

Fu allora che si accorse di alcune stelle incredibilmente luminose e vicine, sospese sulla distesa del mare infuriato a perdita d’occhio.

Provò a riaprire la porta, ma uno scossone improvviso lo spinse, ormai senza equilibrio, contro il tavolo nautico che quasi usci dai cardini conficcandoglisi in un fianco.

Sdraiato e dolorante sul fondo della barca, nel riquadro della porta che continuava a sbattere al ritmo violento dei cavalloni, vide tra gli stipiti di legno tutte le stelle partire insieme in un colpo solo, schizzate verso il cielo più alto come uno stormo di rondini, dove scomparvero nel nero lasciando il posto a lampi che si accendevano a raffiche. Tornarono ferme e limpide soltanto col movimento opposto della barca alla stessa velocità, punteggiando di pallida luce le creste dei minacciosi cavalloni lontani.

Lottando con il vento che sembrava volergli staccare la testa dalle spalle, riuscì a ritornare in coperta tenendosi il cappuccio della cerata sulle orecchie anche se questo atteggiamento istintivo gli era di ben misero aiuto contro gli scrosci d’acqua che lo investivano.

La barca era ormai inondata dall’acqua che la soffocava da tutte le parti e la schiacciava impedendole di sollevarsi dalla sua massa spumeggiante che sembrava invece tirarla dal basso: procedeva di qua e di là con una navigazione casuale. Ma il peggio doveva ancora venire. E lui l’aveva capito poiché quel rombo tuonante ininterrotto di aria e vento infuriati, sembrava preannunciare la carica finale della tempesta.

Si scoprì, stranamente, meno spaventato di quello che avrebbe creduto di dover essere e, anche sconquassato com’era, riuscì a godere di quella bellezza spaventosa.

Ma venne richiamato alla realtà con un colpo improvviso da un brivido forte e ininterrotto che sembrava non avere mai fine, causato dagli indumenti zuppi; lo percorse da capo a piedi e si protrasse a lungo tanto da lasciargli nel profondo dell’anima soltanto un odio rancoroso e incolmabile,sconosciuto e insospettato per quel-l’avversario impossibile da guardare dritto negli occhi che lo rendeva assolutamente impotente e capace soltanto di avvinghiarsi con tutte le forze rimaste all’albero maestro e di domandarsi in un sussurro, quasi fra sé: «Ce la farà?». E incredibilmente, gli giunse una risposta inaspettata. La voce di Berto attraversò, anche se a soli pochi centimetri dal suo orecchio, quell’inferno impazzito. «Credo di sì» rispose. E fu sufficiente. Quella frase semplice gli rese tutto il coraggio che credeva svanito anche se, dopo pochi attimi di stabilità, iniziò una serie crescente di rollii, uno peggiore dell’altro: ogni devastante cigolio della barca, che era sconquassata da cima a fondo, sovrastava l’ululare del vento. Era davvero troppo. L’odio sembrò svanire dentro di lui lasciando posto ad un desiderio insopprimibile di dormire, come se il sonno potesse essere l’u-nico rimedio possibile e il rifugio in cui abbandonarsi per sfuggire quella realtà insostenibile. Le mani abbandonarono lentamente la presa sicura e cadde in un sonno profondo.

Riaprì gli occhi senza riconoscere nulla. E quella mancanza gli causò una fitta forte, seguita da un tuffo in mezzo al petto. Sì, fu proprio la mancanza della tempesta a spaventarlo lì per lì. Gli mancò la lotta e l’attesa della catastrofe immane. Riconosciuta la sua cuccetta, si domandò come mai fosse riuscito ad arrivarci e tentò, in una frazione di secondo, di ricostruire tutto il percorso fatto. Un raggio di sole, filtrando dal soffitto di legno, andava a colpire, in un angolo, la cerata gialla abbandonata. Dalla sua posizione che, guardingo, teneva volutamente immobile, non riconobbe subito la forma di uno stivale di gomma afflosciato.

La barca gli sembrò immobile, come se da sempre fosse stata così. Un giro in coperta gli rivelò un panorama deserto, piatto e uguale. Solo mare fermo, accanto e sotto di lui. Nulla in nessuna direzione; tutto scomparso, le nuvole, le onde e l’orizzonte stesso.

Rientrato nella piccola cucina cercò d’istinto la cosa che sembrava mancargli di più: una tazza di caffè. Fu sufficiente quell’aroma, che aspirò a pieni polmoni, a riconciliarlo con tutto il resto.

Sorseggiando lentamente, il suo sguardo non poté fare a meno di cadere sui libri di bordo che sembravano gli unici oggetti a non aver subito lo sconquasso della tempesta. Fra tutti, l’unico ad essere venuto leggermente fuori dalla fila era un volume piuttosto voluminoso dal titolo: «Il grande libro dei nodi». Gli sembrò una coincidenza significativa. Nel corso degli anni aveva sentito parlare più volte dell’arte dei nodi, nata in epoche remote e sviluppatasi per lo più durante le pause dalla navigazione in cui il maltempo costringeva i marinai.

Era l’esatta situazione di quel «suo» momento, ma non fece in tempo a sfogliare quel libro né a stupirsi per l’immensa varietà di nodi, che questo si aprì ad una pagina segnata con una piccola treccia di cuoio: «L’intreccio a paglietto vero amante del marinaio» era il titolo che illustrava il modo di realizzare quel lavoro davvero particolare. Gli fu sufficiente trovare una vecchia cima per iniziare a lavorare.

Mentre seguiva le istruzioni, iniziò a provare un’ebbrezza strana, un’attrazione particolare: era come se le mani cercassero e trovassero da sole i passaggi nell’intreccio della vecchia canapa che veloce si animava e riprendeva vita. Poi, forse perché aveva cercato di tener ferma e concentrata la vista malgrado il rollio della barca, cominciò a provare un leggero malessere. Ma non si fermò e, mentre lavorava, questo si tramutò in un inspiegabile, piacevole stordimento, un insieme lento e avvolgente, quasi come il dormiveglia che si fa sdraiati al sole.

Gli tornarono alla memoria immagini della sua infanzia che credeva perdute. Spesso la mamma, quando al tramonto doveva portare via dalla spiaggia quel bambino così solitario diverso dagli altri che si divertivano e di cui aveva intuito il gioco gli diceva: «Domani, domani la vediamo l’onda che arriva più lontano…» Lui, allora, all’ultimo sgusciava dalla mano che l’aveva afferrato e trascinato per qualche metro e scattava a correre con tutta la forza dei suoi interminabili tre anni e di quelle gambette storte sui suoi passi per mettere un segnale come fosse un segnalibro nel punto esatto toccato dall’ultima onda che aveva potuto osservare in quella giornata troppo breve. E solo allora poteva dolcemente riaggrapparsi a quella presa sicura, per affrontare il quotidiano viaggio misterioso e infinito attraverso quelle dune che il tramonto rendeva scure e minacciose. Le penne di gabbiano erano i suoi «segnaonda» preferiti anche se piccole conchiglie e i rari ossi di seppia gli sembravano particolarmente adatti allo scopo. Spesso, la mattina dopo, correndo inutilmente a cercarli, gli era difficile mascherare il disappunto, ma si rimetteva al lavoro. In un secondo riprovò la gioia di quell’unica volta in cui la sua penna di gabbiano splendeva dritta, conficcata nella sabbia nel punto esatto dove era sicuro di averla lasciata.

Così, ora, sulla barca, mentre il paglietto prendeva forma, ad ogni giro della cima provava un’onda di ricordi mischiati a quella sensazione di brivido sulla pelle. Provò allora a fare un giro più veloce quasi a voler cacciare quella sensazione ed ecco che una nuvola passava allo stesso ritmo e un’onda sulla sabbia schiumava più violenta. Poi, all’improvviso, si sentì stanco. Depose il lavoro e, malgrado non fosse ultimato, l’osservò per un attimo con una certa soddisfazione. Si affacciò sul pozzetto e guardò verso l’orizzonte. La barca, leggermente inclinata su un lato, era adesso ormeggiata in un porto che non aveva mai visto.

Afflosciati in un angolo come marionette senza vita, gli stivali di gomma e la cerata gialla sembravano le uniche tracce della bufera passata.

Il porto gli sembrò vagamente familiare anche se non riuscì a collegarlo a quel tratto di costa, forse a causa di quella sensazione di estraneità come quelle che spesso si hanno nei sogni.

Cercò nella memoria qualche punto di riferimento ma, entrato in una locanda, l’arredo e gli oggetti non gli vennero in aiuto: tutto sembrava al suo posto ma nessuno di essi sembrava di una marca che conosceva.

Ordinò un caffé e, mentre lo sorseggiava, tirò finalmente un sospiro di sollievo: dietro le spalle del barista, nell’apposita scansia, l’eroe dei due mondi sembrava sorridergli da una scatola di sigari «Garibaldi».

Acquistò subito la confezione che appena uscito girò con cura più volte fra le mani come una reliquia, preziosa testimone reale del luogo che stava visitando. Era da molto che aveva smesso di fumare e i toscani «Garibaldi» erano stati il primo rimedio contro le sigarette che poi aveva abbandonato. Forse perché gli facevano girare la testa e lo stordivano. Ecco, alla prima, lenta boccata che lo costrinse ad un colpo di tosse, lo stordimento lo riprese.

E le sensazioni divennero nuovamente distillate e fuse insieme attraverso il fumo che gli saliva agli occhi bruciandogli i polmoni. Si sedette su uno scoglio piatto di granito grigio che dominava un mare calmo, cristallino e deserto. E i ricordi ricominciarono ad assalirlo, fitti, veloci, dapprima confusi e irregolari e poi via via sempre più vivi. Fino a quando degli occhi, dapprima sconosciuti e poi così familiari iniziarono a fissarlo. Rimase immobile, seduto sullo scoglio con strani bermuda, tutti i suoi anni e un cappello di paglia continuando a fumare. Poi udì alle spalle una voce di donna dolce, matura e piena, terribilmente familiare, che gli chiese come se fosse la domanda più ovvia per una coppia che da tanto vive e tanto ha vissuto insieme e come se solo in quel momento l’avvesse raggiunto sulla spiaggia per essersi fermata a sistemare la casa: «Non fai il bagno?». Si girò e, come se fosse del tutto normale, «Ah, sei tu…» riuscì a dire.

Alma se n’era andata venticinque anni prima. E non avevano fatto in tempo a parlarne. Non l’avevano previsto. Sembrava una cosa impossibile e lontana. Anche perché era molto più giovane di lui. La cosa peggiore era stata che non erano pronti. Non erano pronti per la morte. Lui era convinto che se ne sarebbe andato prima, più vecchio com’era. Ma era una cosa lontana. Il brutto fu che non ebbero il tempo di parlarne, di prepararsi. Questo lo aveva distrutto. Proprio perché lei era anche l’unica persona con cui poteva parlare di tutto. Il suo amico, la sua confidente. La sua anima.

«Ho affrontato un viaggio tremendo. Un viaggio dentro di me. Ho scavato nel dolore giù fino alla mancanza, al vuoto. È quello che hai lasciato. Non c’è niente da fare. E le parole non servono».

Le disse con il pensiero. E lei rispose con gli occhi. Uno sguardo che sapeva e che lo riempì di una calma calda e leggera. «Facciamo due passi». Disse soltanto. Le orme dei suoi piccoli piedi sulla sabbia correvano veloci, troppo veloci. Neanche pensò d’inseguirla, sapeva perfettamente che il toscano e i suoi anni glielo avrebbero impedito. Ma lei sorrideva, lo invitava. Per un attimo la ragione prese il sopravvento: era veramente lei? E come aveva fatto a mantenersi così giovane e viva?

Ma si lasciò andare e scoprì di essere leggero e che quel suo corpo abbandonato e massacrato dagli anni poteva volare. Sentì una commozione sincera e profonda, come non aveva mai provato non tanto per se stesso ma quanto per lei che, proprio come nella loro vita passata, aveva risvegliato qualcosa che aveva creduto perso per sempre.

Riaprì gli occhi nella sua cuccetta. Un chiarore di luna illuminava il paesaggio di una notte calma e irreale, con la barca che filava veloce. Un raggio illuminava il paglietto finito. La testa di Berto apparve affacciata nel riquadro della porta del pozzetto. Vedendo il paglietto ultimato disse «Non mi avevi detto che sapevi fare i nodi». «Non lo sapevo neanch’io». Gli rispose.

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