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Dal fondo

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

DAL FONDO

di Raffaella Antonutti

L’isola su cui vivo da più di cinquant’anni fa parte di un piccolo arcipelago, nel Mediterraneo, dove il vento non smette mai di soffiare e, a volte, quando si insinua tra le rocce e i cespugli di Elicriso, produce uno strano sibilo che ad un ascoltatore attento, nelle tiepide mattine autunnali, quando ancora si può star fuori a guardare il mare, sembra quasi un richiamo a cui risponde il rumore delle onde sugli scogli di granito.La schiuma bianca delle onde infrante e il forte vento di ponente sono le uniche cose rimaste identiche oggi come allora; il “postalino”, la piccola imbarcazione che una volta al giorno collegava l’isola alla terraferma, è stato sostituito da una linea di rapidi traghetti che, come draghi d’acciaio, mangiano e vomitano dalle loro enormi fauci sdentate decine di turisti e automobili; il piccolo villaggio di pescatori è ormai quasi scomparso, sommerso dal cemento che ineluttabilmente ricopre ogni forma di vita; però, camminando vicino al vecchio porticciolo nella parte sud dell’isola, si possono ancora scorgere tra gli stretti vicoli le piccole case dei pescatori con l’intonaco scrostato dal sale e dalle ramificazioni della buganvillea che le ricoprono quasi completamente, lasciando libere solo le irregolari finestre aperte sul mare.

Arrivai qui che avevo quasi trent’anni con un compagno di viaggio di cui non ricordo più il nome; la guerra era da poco finita, così come la fame e la disperazione erano poco più di un ricordo che mi faceva amare il presente e mi infondeva quella strana sensazione di immortalità dei sopravvissuti.

Arrivai sull’isola nel 1950 e non la lasciai più neanche per un giorno.

A chi mi chiede perché lasciai una donna che stavo per sposare, la famiglia e un lavoro di contabile, rispondo sempre «questo splendido luogo mi ha incantato». Ma, ai bambini dell’isola, quando, stanchi dei loro giochi, si vengono a sedere accanto a me sotto il pergolato, davanti alla mia casetta di pietre di granito, a loro racconto la «storia» di quando il caso mi condusse in un incredibile mondo sommerso.

Era una limpida mattina di luglio. Il mare era scosso soltanto dal lento avanzare della barca di legno che il mio compagno ed io avevamo preso in prestito da un vecchio pescatore. Remavo da più di due ore quando scorgemmo la nostra meta, l’ultima isola dell’arcipelago, la più distante e inospitale, senza un facile approdo tanto che anche oggi, che si potrebbe raggiungere in pochi minuti con un potente motoscafo, rimane solitaria e intatta come allora e offre le sue impervie rocce al mare e a qualche temerario esploratore.

Circumnavigammo l’isola alla ricerca dello scoglio piatto e lungo indicatoci dal vecchio pescatore come ricco parco di pesca; le incrostazioni di sale e i molti gabbiani che ne avevano fatto la loro dimora, lo rendevano una macchia bianca tra il verde della vegetazione dell’isola e il blu intenso del mare. I gabbiani ci osservavano dallo scoglio come in attesa del momento adatto per volare via. I «denti di cane» che lo ricoprivano alle estremità vicino all’acqua sembravano quasi una difesa dello scoglio contro qualsiasi invasore, come le cinta di mura delle città medievali.

Scendemmo sullo scoglio, e, come in un rituale religioso, preparammo la nostra attrezzatura con gesti lenti e decisi, con la sorprendente sicurezza di due esperti uomini di mare.

Non so quanto rimanemmo seduti su quell’enorme masso piatto. Il tempo aveva smesso di scorrere; il sole sembrava immobilizzato al centro del cielo, un enorme sfera accecante che ci infondeva uno strano torpore ipnotico, come l’oppio nelle fumerie cinesi.

Lanciavo e riavvolgevo la lenza ad intervalli regolari e la vedevo ogni volta scomparire nell’acqua nel punto in cui un piccolo tratto di fondo sabbioso interrompeva il dominio delle alghe e degli scogli. In quel punto il mare era di un intenso colore turchese che, accostato alle altre sfumature di blu e verde, rivelava in superficie il disegno sottomarino.

Sentivo il sottile filo muoversi delicatamente nella mia mano quando i pesci mordicchiavano l’esca ignari del pericolo che correvano. Poi d’improvviso uno strattone; accadde tutto così velocemente che solo a fatica riesco a dare una giusta sequenza agli eventi che seguirono. Un grosso pesce era rimasto impigliato nell’amo ma, prima che riuscissi ad organizzare le mie mosse, riuscì ad infilarsi fulmineo nella sua tana e a liberarsi dal pericolo.

Cercai di richiamare la lenza ma il piccolo amo acuminato si era conficcato chi sa dove tra le rocce del fondo.

Senza pensare molto a quello che avrei potuto fare, respirai profondamente e mi tuffai.

Dopo qualche metro cominciai a sentire un acuto dolore alle orecchie che aumentava man mano che mi avvicinavo al fondo: non sapevo nulla di immersioni. Continuai a scendere seguendo il filo della lenza e presto mi accorsi che finiva in una spaccatura tra le rocce. Lo seguii come Teseo il filo di Arianna, come se da questo dipendesse la mia vita. Mi infilai nello stretto passaggio e avanzai senza minimamente pensare che non c’era abbastanza spazio per voltarsi e riuscire da quel sarcofago sottomarino in cui mi ero infilato. Passarono pochi frammenti di secondo, quando vidi l’amo e nello stesso istante, come una folgorazione, presi coscienza del mio destino.

Ero come impazzito, cercando disperatamente un’uscita, non facevo che spingermi ancora più in profondità; le rocce sembravano stringersi intorno a me sempre più strette, la mente lavorava ad una velocità folle, milioni di schegge di ricordi, di pensieri deliranti e di paura. Non vedevo ormai più niente intorno a me, la mia testa stava per esplodere, sentivo l’acqua penetrare pesante in ogni fessura del mio corpo e presto mi avrebbe dissolto: non avevo più niente nei polmoni. Smisi di lottare e respirai, l’acqua salata mi invase, mentre una corrente gelida mi trascinava ancora più in profondità; non riuscivo più a percepire nulla con i miei sensi di essere umano, non riuscivo più a sentire le mie mani, le mie gambe, a percepire il mio corpo nello spazio. Non c’era più un corpo né uno spazio: era come se io, le rocce e l’acqua fossimo fusi in un vortice che, muovendosi, assorbiva in sé tutto quello che incontrava ed io non ero più io, le rocce non erano più rocce così come le alghe, i pesci, la sabbia, eravamo diversi eppure tutti la stessa cosa.

Non ero morto, e mi accorsi di questo senza meraviglia quando cominciai a vedere intorno a me forme, luci, colori; non avevo più bisogno di aria, era come se il mio corpo assorbisse dall’acqua tutto ciò di cui aveva bisogno. Mi muovevo leggero, fluttuando senza fatica. Davanti a me si apriva un mondo sommerso di straordinaria bellezza, un luogo allo stesso tempo nuovo e familiare, era come essere tornato a casa dopo un lungo viaggio. Un mondo parallelo, senza rumori, senza voci, senza niente che ricordasse quello da cui provenivo, niente che riuscissi a riconoscere, niente a cui potessi dare un nome. Esploravo così questa nuova realtà, senza preoccuparmi di quello che mi sarebbe potuto accadere né di come sarei potuto tornare indietro.

Attorno a me si innalzavano le rovine di edifici di dimensioni tali che nessuna tecnica umana avrebbe potuto realizzare; sotto i miei piedi non c’era un consueto fondo marino di sabbia o alghe, ma un pavimento regolare di enormi blocchi di una sconosciuta pietra bluastra. Intorno schegge informi e detriti di ogni tipo. Alzando lo sguardo dall’alto del punto in cui mi trovavo potevo vedere massicce mura culminanti in volte immense. Riuscivo ad intravedere dei graffiti su di esse, ma la natura ed il significato di quegli ideogrammi era al di là di ogni mia capacità di comprensione.

Ma quello che più mi impressionava era la straordinaria grandezza delle volte: non riuscivo a percepirne il culmine, vedevo con chiarezza solo la parte inferiore di mastodontiche arcate che preludevano a qualcosa di altrettanto maestoso. In alcuni punti la struttura era sconnessa o distorta e mi domandai per quanti milioni di anni quell’edificio nascosto e primitivo avesse conservato una parvenza di integrità fra i cataclismi della terra.

Erano i resti di una civiltà sconosciuta che il mare aveva nascosto a tutti ed aveva rivelato solo a me.

Mi muovevo lungo arcaici corridoi, tra edifici che avevano resistito alla devastazione del tempo e del mare e rivelavano ancora, nella maestosità degli arredi, il passato splendore. Mi orientavo in quell’infinito labirinto sommerso ed ero così estasiato da ciò che avevo intorno che non mi resi conto subito che attorno a me non c’era alcuna forma di vita. Niente pesci, molluschi o altre specie che solitamente popolano le profondità marine. Cercai allora almeno delle alghe o dei microrganismi di un qualunque genere: mi accorsi con orrore che era una ricerca spasmodica di una qualsiasi traccia di vita, là sotto, che non fosse ormai estinta da milioni di anni.

Una sottile angoscia cominciò a farsi strada dentro di me fino a trasformarsi in un dolore acuto, una sofferenza senza pace; ero completamente solo, una solitudine totale. Cercai allora sollievo pensando al mondo da cui provenivo, ma anche i miei ricordi sembravano sogni irreali, lontani, morti come la civiltà che aveva abitato quei luoghi. Camminavo ormai come in trance alla ricerca, forse, di un’improbabile via di uscita, quando mi ritrovai a spostare l’enorme coperchio di una botola di granito con una forza che mai avrei creduto di possedere: sotto di me si aprì una scalinata la cui fine era inghiottita dall’oscurità più totale. Ripensando a quei momenti, la semplice idea di una improvvisa e solitaria discesa in un abisso così misterioso sembra il culmine della follia, e forse lo era ma, ancora una volta il fato o la disperazione mi accompagnarono lungo quei gradini fino alla grande stanza.

Il buio era quasi totale. L’unica fonte di luce era il tenue chiarore che proveniva dalla botola in cima alla scalinata. Attesi a lungo, immobile nell’oscurità; quando gli occhi si abituarono alle millenarie tenebre in cui ero immerso, riuscii a percepire le dimensioni di quell’inquietante luogo. Ero in una stanza circolare con le pareti rivestite di specchi. Mi sforzai di immaginare quale potesse essere stata la funzione di quel luogo all’epoca della gloriosa civiltà sottomarina, ma l’unica cosa a cui riuscivo a pensare, era che quegli specchi avevano riflesso il nulla per milioni di anni ed ora riflettevano la mia immagine.

Sceso a profondità impensabili per qualsiasi essere vivente, mi ero ritrovato solo, tra rovine senza vita, ed avevo trovato ad aspettarmi nei più oscuri recessi della terra la mia immagine moltiplicata all’infinito: all’inizio mi sentii smarrito nel mezzo di quella moltitudine indistinta che mi circondava e mi resi conto del fenomeno solo quando alzai delicatamente un braccio cosicché la scia di quel movimento leggero, come in una fotodinamica, si trasmise lampeggiando via via fino alle figurine indistinguibili che si perdevano in prospettiva.

In quei volti, che a fatica riuscivo a distinguere fra quella moltiplicazione di braccia, di gambe e di corpi riflessi da tutte le angolazioni, potevo riconoscere mio padre, il bambino con cui giocavo a palla nel cortile, i soldati che avevo ucciso in guerra, le donne che avevo amato. Li vedevo e riuscivo a percepire i loro sentimenti, come se li avessi provati io stesso: tristezza, paura, speranza, gioia, sconforto. Percepii allo stesso modo la mia parte nella loro vita.

Chiusi gli occhi e quando li riaprii, ero in un letto di ospedale, immobile e a fissare il soffitto, cercando di capire chi ero, dove mi trovavo e cosa mi era accaduto. Sentivo l’aria pesarmi addosso come un macigno. Qualsiasi movimento mi sembrava un impresa impossibile. Rimasi immobile per non so quanto tempo. Ci volle qualche giorno prima che riuscissi a ricostruire quello strano «sogno» che avevo fatto. Il mio amico mi raccontò che ero rimasto incastrato tra le rocce del fondo solo per qualche minuto; mi aveva ripescato, infatti, quasi subito e aveva cercato di rianimarmi con qualche tecnica imparata chissà dove. Quando provai a raccontargli timidamente quello che avevo veduto, mi disse che non ero rimasto immerso così a lungo e inoltre che mi aveva ripescato a pochi metri dalla superficie. Avevo sognato tutto dunque, ma come aveva potuto la mia mente creare un mondo così ricco di particolari che non avevo mai visto prima o sentito o letto in qualche libro? E le sensazioni provate poi, erano ancora così vive in me da rifiutarmi di credere che potesse essere tutto solo un sogno. Ma poteva allora la logica umana spiegare quello che mi era accaduto? Mi dissero che gli attributi di quel luogo, tramandati dagli artefici dei miti, avevano impregnato di sé credenze occulte che in qualche modo potevano essere venute a mia conoscenza, evocando dal mio inconscio immagini di grande vividezza; mi parlarono di immagini archetipiche, di inconscio collettivo.

Ma io, contro ogni evidenza o prova, continuai dentro di me a credere che da qualche parte, la sotto, a centinaia di metri dalla superficie, una remota civiltà aveva lasciato un testimonianza della propria esistenza attraverso i millenni; ed io giurai a me stesso che in qualche modo sarei riuscito a tornare laggiù per portare indietro una prova a sostegno delle mie parole.

Non lo feci mai.

Ma ancora oggi mi capita, a volte, di tornare sull’isola e quando qualche peschereccio si avventura da quelle parti, mi faccio lasciare sul largo scoglio piatto a fissare il mare e a chiedermi se è stato tutto solo un sogno.

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