Col cuore in goletta

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COL CUORE IN GOLETTA

di Fulvio Musso

Il concetto di “cosa”, di “oggetto” è stravolto. Qui tutto pulsa, respira, si agita, geme, urla o canta: vive. Ciò che assomiglia di più a un oggetto inanimato sono io, assonnato e infreddolito, la mano rattrappita sulla caviglia del timone a “tenere” “Consuelo” che corre sicura, fedele ai preziosi insegnamenti che il suo maestro d’ascia le scolpì in cuore.

Il firmamento è incantevole, ma lontano e freddo come uno spettatore assente che ogni sera prenota il palco soltanto per sfoggiare la sua parure di brillanti. Le stelle mi ricordano gli occhi luminosi di certo donne bellissime: occhi che non guardano nessuno perché sono concepiti solo per essere guardati.

Ogni tanto arriva una raffica e “Consuelo” si piega lamentandosi, nel fasciame, di tutti quegli ossessi che le urlano addosso. Se non temessi di allarmare chi sta riposando, urlerei anch’io con loro. Un pò per spavento e un pò per spaventare, come accade nella giungla. E in forme diverse, nelle città.

Eravamo partiti da Villasimius, presso Cagliari, alcuni giorni prima. L’armatore aveva deciso di trasferire la sua goletta di 15 metri a La Spezia, proprio alla vigilia di quello che si rivelò il periodo più tuborlento in tutto il Mediterraneo occidentale. Ma sabato 9 novembre del ’96 le previsioni non erano cattive. Prendemmo il largo nel primo pomeriggio issando fiocco, trinchetta, maestra e senza la mezzana.

Appena doppiato capo Carbonara le onde si tolsero i fiori bianchi dai capelli e smisero di festeggiarci. Da quel momento il respiro calmo e regolare del vecchio Perkins si unì ai nostri. Il sole era caldo e un lieve vento di poppa annullava quello procurato dal moto. Eravamo stupiti e felici di quel tardivo e inatteso scampolo d’estate. Io me ne stavo sdraiato in coperta, placido e scomodo. Oltre all’armatore Emilio, detto Uccio, c’era la sua giovane figlia Consuelo, madrina dell’imbarcazione che porta il suo nome e Bruno, cagliaritano di ventidue anni, due giovani dolcissimi.

Quella notte ci fermammo ad Arbatax e ripartimmo la mattina, senza fretta. Nel corso della giornata il mare montò a forza 5 mentre ci raggiungevano i primi avvisi di burrasca riguardanti l’ovest e il sud della Sardegna. Non conoscevo “Consuelo” ed ammiravo la sicurezza con la quale scivolava sulle onde senza che un solo spruzzo bagnasse la coperta. “Consuelo” è una simpatica e robusta goletta con il fasciame di mogano e due splendidi alberi in douglas; sono legni dall’aria vissuta che raccontano storie di mare. È stata costruita alla fine degli anni ’70 sul progetto di un veliero di inizio secolo.

Nella tarda serata di domenica effettuammo un breve scalo tecnico a La Caletta e ripartimmo in piena notte con destinazione Porto Vecchio, in Corsica. Ci preoccupavamo di arrivare alle Bocche di Bonifacio prima della burrasca che ormai interessava anche il basso Tirreno.

Non so se dipese dal timore di attraversare le Bocche con quel tempaccio, oppure dalla notte insonne, o piuttosto dal desiderio di una vacanza in un posto esclusivo. Fatto sta che accostammo.

Per chi giunge dal mare, nel deserto di novembre, Porto Cervo appare come una fiabesca costruzione di “lego” dimenticata sulla spiaggia da un bambino.

Con la scusa degli approvvigionamenti alimentari, la giovane Consuelo ed io fummo subito a terra. Le boutique dai nomi altisonanti ci guardavano avvilite con gli occhi spenti e le avide fauci chiuse. In compenso, gli alberelli dei viali ci offrivano festosi i rossi corbezzoli maturi, dolcissimi e polposi. Consule li raccoglieva felice. Guardandola, capivo che ripeteva dei gesti lontani ed immaginavo un pascolo di greggi specchiato nelle nuvole bianche del cielo con l’eccezione di una testolina nera, di bimba, perduta nel mezzo.

Visitammo la romantica chiesetta di Stella Maris che pare modellata nel marzapane. Vuota e silenziosa nel piazzale deserto, sembrava dimenticata sul set di un film finito di girare a settembre.

La sera, in pozzetto, ascoltavo la voce delle sue campane, così diversa da quella squillante e solenne cui ero abituato. Le campane di Porto Cervo parlano in sardo: uno scampanio discreto di bronzi leggeri che evocano armenti e ovili lontani. Mi portavano la sera nel cuore.

Due giorni volarono e gli impegni scolastici ci tolsero Consuelo, rientrata a Cagliari in treno. Perdemmo così la fatina che preparava il tè, il caffè e ci serviva gli aperitivi con quelle due dolcissime, incredibili olive verdi.

Godemmo un altro giorno il paradiso di Porto Cervo per poi dirigere su Maddalena dove pernottammo in attesa di poter passare la famigerate Bocche. Ciò avvenne la mattina successiva, venerdì 15, in un breve intervallo favorevole.

Oltre il golfo di S. Ramanza, grossi batuffoli di nubi scure restavano impigliati nelle vette frastagliate mentre la situazione metereologica precipitava e la burrasca riguardava gran parte del Mediterraneo occidentale, dal golfo del Leone al mar Ligure, al Tirreno. L’armatore decise di riparare a Porto Vecchio, in attesa di un’evoluzione favorevole.

Intanto gli impegni professionali richiamarono dapprime me a Milano, poi Bruno a Cagliari.

Me ne andai senza rimpianti perché la mancata traversata era stata riscattata da quella inattesa e rilassante vacanza in Costa Smeralda.

A Porto Vecchio rimase Uccio con la barca. Dopo un’altra settimana Bruno tornò in Corsica e finalmente lasiarono gli ormeggi dirigendo su Portoferraio.

I mesi invernali sono trascorsi all’asciutto e quella rimane la mia ultima esperienza di bordo che, nel ricordo, ancora mi sorride con gli occhi vellutati del giovane Bruno e della giovanissima Consuelo.

I loro modi garbati, teneri e discreti erano così lontani dal comportamento di tanti nostri ragazzi che, nell’ambito domestico, vivono un rapporto avvelenato dalla negazione del loro imperioso, fisiologico bisogno di indipendenza sancito da leggi universali e disatteso solo dagli esseri umani. Nel mondo da noi concepito, le cose che i ragazzi desiderano e quelle che vietiamo loro, coincidono perfettamente.

Nella minuscola repubblica di “Consuelo”, c’erano invece due generazioni, curiosamente rappresentate a quattro “coetanei”.

E mi sorride il ricordo del “coetaneo” Uccio che non è figura sulla quale si possa sorvolare. Il suo entusiasmo coinvolgente, i suoi modi diretti, innocenti o istrionici, lo rendono simpatico. Ho avuto modo di apprezzare la grande passione che nutre per la propria isola e la sua cultura, per il mare, la navigazione e, com’è giusto, per sé stesso. Non so quali sentimenti d’amore o d’egoismo lo spinsero a strapparsi le vele in oceano per alcuni anni. Lui ed io sappiamo bene che le passioni si posseggono e ci posseggono. E il confine che le distingue può essere molto sfumato, come quello fra cielo e mare. Spesso non ci accorgiamo se, in quale punto e di quanto abbiamo sconfinato. A volte non sappiamo nemmeno da quale parte viviamo.

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