La Barcolana: che emozioni

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LA BARCOLANA: CHE EMOZIONI

di Paolo Carbonaio

Presa la decisione di partecipare alla famosa Barcolana con la mia vecchia barca a vela, dovevo trovare un equipaggio di amici e Franco e Nevio aderirono con entusiasmo. L’equipaggio c’era, anche se, onestamente parlando, i due erano praticamente a secco di esperienza non solo per regatare ma per il solo giro del golfo, da ospiti.

Appuntamento domenica mattina all’alba! Ad ognuno il suo compito, a me la barca e il comando, a Franco (sarà il Primo di coperta) la merenda e a Nevio (direttore di macchina, era diplomato al nautico, sezione macchinisti) il vino.

Il primo trauma l’ho avuto al loro arrivo sul molo. Franco si era vestito come la pubblicità della Minestra dell’Ortolano, il suo metro e novanta d’altezza era infilato in un paio di pantaloni di velluto marrone a coste, camicia di flanella a scacchi, giacca a vento senza maniche color verde foresta e con lo stemma del Tiro a Segno, stivali di gomma pure verdi e con suole carro armato e, per finire, sulla testa, come la cupola di San Pietro, berretto di lana blu elettrico con pon-pon variopinto. Allucinante.

Nevio era molto più sobrio. Indossava pantaloni di panno blu, giacca di marina blu, maglione pesante a collo alto blu, mocassini con suola di gomma e sulla testa un cappellino naturalmente blu, tipo Love NY. Si rischiava di perderlo di notte, ma almeno era in tinta.

Il mio primo pensiero è stato quello di nascondermi dietro un paio di baffi finti per non farmi riconoscere dai soci del mio Circolo, ma mi sono ricordato che portavo i baffi veri da un sacco di anni! Forse, se ci fosse stata la nebbia saremmo potuti passare inosservati; comunque decisi che saremmo partiti subito, prima che il porticciolo si affollasse. Mi sentivo imbarazzato come una diciottenne al suo primo ballo con l’abito adattato della madre.

Con l’aiuto del mio Primo di coperta armavamo la randa, o meglio, rispiegavo a Franco cosa sono, chi sono e come si inseriscono i garrocci e sentivamo a prua rumore di catena e di ferro e soprattutto il rumore assordante di ferro contro malleolo: era Nevio che toglieva l’ancora dal suo alloggiamento per sistemarla nel gavone (era obbligatorio in regata togliere l’ancora da prua).

La giornata si rivelava splendida, sole e vento. Era atteso un bel maestrale. Lasciammo il porticciolo quasi deserto in sordina e, con la scusa che si doveva fare ordine nella tuga, costrinsi il mio equipaggio a rimare di sotto, mentre io, ritto a poppa, salutavo le poche anime che iniziavano a preparare le loro barche.

Durante il trasferimento a motore verso il campo di regata mi misi a controllare le borse dei vettovagliamenti.

Franco, per merenda, aveva contribuito con olive, carciofini e cipolline sott’olio in barattolo e ogni possibile insaccato avvolto in carta oleata, nel senso intrisa d’olio, quello dei barattoli mal chiusi. Pane all’olio. Nevio, l’addetto al vino, aveva portato tre bottiglie di rosso, tappo corona, vuoto a rendere.

All’arrivo a Barcola, ci attendeva uno spettacolo eccezionale. Un mare pieno di barche che navigavano in tutte le direzioni, chi a vela e chi a motore, e noi dritti nel mezzo, randa a riva e genova medio pronto da issare. Per il mio equipaggio era un’esperienza nuova e ne rimase scioccato.

Uno mi urlava allarmato che avevo una barca a sinistra, l’altro disperato mi indicava quella di prua; insomma il panico si stava diffondendo, sembravamo una zattera di naufraghi sotto l’attacco degli squali. Chi ci osservava aveva sicuramente difficoltà a capire in quanti eravamo; quei due sembravano una decina di assatanati.

Finalmente, dopo una mezz’ora di sudori freddi e nervi tesi, il via. Con il genova issato, affrontiamo la linea di partenza. Discussione: l’abbiamo già passata o no? Avvolti da una marea di barche, l’unica cosa certa era la prua rivolta verso la linea e l’acqua sotto lo scafo.

Appena la flotta si distende un pò, abbiamo la conferma della direzione presa e soprattutto che la linea di partenza è stata superata. Siamo in regata, ora non resta che raggiungere la prima boa, un lungo bordo di bolina. Fantastico. L’equipaggio si rilassa, ma rimane vigile e con le mani strette spasmodicamente sulle scotte, la parte finale dopo il winch e la castagnola. Espressioni sofferte.

Ma più che il dolor poté il digiuno e Franco porta in pozzetto il sacchetto della merenda con una bottiglia di vino che apre e versa, non senza le calde raccomandazioni di Nevio che lo invitava a non gettare il vuoto a rendere. È stata una vera abbuffata. Franco, distese tutte le carte di salumi in pozzetto, preparò tre panini così alti da sembrare di misura eccessiva anche per gli ospiti di Jurassik Park; erano tutti farciti di olive, cipolline e carciofini. Sono passati molti anni e due di queste olive, incastrate nel pozzetto, sono diventate parte dell’attrezzatura della barca. Sono state pure menzionate nell’ultima visita del R.I.Na., al rinnovo delle annotazioni di sicurezza. Per le olive pazienza, ormai mi ci sono affezionato, ma quello che mi ha veramente sconvolto è stato l’olio. Olio sulle panche del pozzetto, sulle scotte e sulla rigola, più cercavo di pulire più scivolavo, metaforicamente parlando, verso l’abisso della follia. Non potevo arrabbiarmi, erano pur sempre ospiti!

All’avvicinarsi della prima boa, lo spettacolo era unico. Come tanti piccioni attorno all’unico grano, le barche vi si ammassavano e noi dritti verso la pazza folla. Sui volti del mio equipaggio si leggeva la medesima ansia di coloro che per la prima volta si accingono ad affrontare Capo Horn.

Considerando la qualità dei miei uomini, la loro scarsa esperienza alle manovre, contrapposta, comunque, a tanta buona volontà, ho ritenuto che era consigliabile prenderla larga, fuori della zuffa.

Ho poggiato e mi sono diretto a sinistra della boa, o meglio della foresta di vele e alberi che nascondeva la boa. Se devo essere onesto, l’ho presa molto larga, tanto che larga che il Primo di coperta, in piedi a poppa, mani unite dietro la schiena, con molta calma commentava: “Se la prendevi solo un pò più larga, potevo spedire una cartolina da Klagenfurt”.

Non era una manovra tattica da manuale, ma si rivelò positiva, anche se fummo costretti ad ammirare le nuche degli spettatori con le barche a motore che stavano attorno alla boa.

Il vento rinforzava e mi resi conto che tante barche che alla partenza ci precedevano ora erano in stallo, ammassate alla boa. Potevamo superarle con facilità, quindi, ordinai di armare il genova grande leggero sullo strallo alto, ammainare quello medio e tolto lo strallo basso, issare il grande sulla dritta, il tutto nel minor tempo possibile, quindi alla svelta!

Panico. Più li sollecitavo, vedi Comandante Blight, più si intralciavano. Il Macchinista, obbediente, ammainò immediatamente il genova medio mentre il Primo, con la massima calma, mi raggiungeva a poppa e placido mi chiedeva: “Avresti un pò di CRC? Il moschettone di prua è un pò duro, se lo desideri, te lo sistemo”. La barca con la sola randa agonizzava e mi chiesi se avessi avuto diritto alle attenuanti nel caso lo avessi abbattuto a colpi di mezzomarinaio e affondato in compagnia della mia ancora migliore!

I due riuscirono comunque a issare il grande genova di colore giallo canarino e la barca riprese l’abbrivo, il vento stava rinforzando notevolmente. A essere sincero avevo usato dei toni molto convincenti, tali da rovinare una amicizia e dare inizia a una nuova faida. Franco e Nevio si scambiavano sguardi da equipaggio del Kayne, mi avrebbero fatto comodo le palline d’acciaio che Bogart rigirava tra le dita, sarebbe stato meglio che mordere la rigola. Ma la barca, nonostante l’età e il peso, volava e il nostro entusiasmo raggiunse le stelle. Le centinaia di vele che ci circondavano, sembravano dissolte e soli, contornati di schiuma, sembravamo lo spot pubblicitario di un deodorante.

Eravamo quasi a tre quarti del secondo lato, quando il vecchio genova, come un papavero, si aprì, sbocciando di colpo e aprendosi per circa tre metri per poi afflosciarsi in acqua. I miei compagni rimasero di stucco, alla maniera di due bambini ai quali scoppia il palloncino, e dopo un attimo di incertezza, come un sol uomo, corsero a prua a toglierlo per sostituirlo con il genova medio, il tutto nell’arco di secondi. Franco, coltello tra i denti, liberava lo strallo dai miseri brandelli del defunto genova, mentre Nevio, fissato allo strallo basso, con la forza duplicata, issava il sostituto.

I due turisti si erano trasformati nelle Tigri di Mompracem! Devo onestamente affermare che, mentre in lacrime piangevo la perdita del mio amato giallo, mi sono sentito orgoglioso di loro. Avevamo perso tempo e molti regatanti ci avevano superato, ma eravamo pur sempre in gara e più combattivi di prima.

Nell’ultimo lato, scarsi di vela, sembrava che risalissimo il fiume di barche che, a spi gonfi, scivolava verso il traguardo. Le tentammo tutte, armammo anche il fiocco tenendolo con il mezzomarinaio, mentre il genova medio lavorava con il tangone, anche il Primo collaborava con le sue ragguardevoli orecchie a sventola.

Tagliato infine il traguardo, in tempi quasi dignitosi, felici di aver conclusa la regata e sempre con il vento in poppa, dirigemmo verso il porto, stanchi, pesti, ma soddisfatti.

Il Direttore di macchina, in piedi sulla tuga, stava commentando le nostre avventure e mi confermava, riferendosi ai miei ordini bruschi, che mai a bordo ci sarà amore tra macchine e coperta, quando un colpo della sartia volante gli tolse il cappellino gettandolo in mare. Una tragedia. Era un caro ricordo di viaggio. Con manovra da manuale, strambo senza vittime, ritorno sul luogo dove il cappello galleggia e mi fermo a pochi centimetri dal naufrago. Perfetto. Il macchinista felice lo raccoglie e fradicio d’acqua se lo cala sulla zucca. Inzuppato e gocciolante esclama: “Come sono felice!”

All’ormeggio, stanchi ci riposiamo e stappiamo l’ultima bottiglia. Il tappo corona salta in mare e le gamelle si alzano nell’ultimo brindisi.

Dimentichiamo le perdite, le ginocchia e le mani doloranti, le piccole divergenze, le imprecazioni e certi pesanti commenti personali, eravamo soddisfatti. Franco, baciando la sua tessera del C.A.I., commenta placido che si è divertito, ma per lui la vita va presa con più calma, mentre Nevio scopre che aveva la vela nel sangue, doveva assolutamente comprarsi una barca!

Ognuno raccoglie le sue cose. L’Ortolano, da uomo preciso, prende anche il sacchetto dell’immondizia che getta nel bottino posto sul molo e se ne va.

Anche il macchinista scende e felice se ne va, (l’anno dopo si è comprato una barca a vela). Per ultimo, fatti i controlli, scendo anch’io e allontanandomi scorgo il Macchinista chino nel bottino, stracolmo di rifiuti maleodoranti, che recupera i vuoti. Che diamine c’era la cauzione!

Ora, dopo anni, ricordando quella giornata e come ci siamo comportati, mi rendo conto che i Fantozzi non vivono solo nei libri di Paolo Villaggio.

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