Quella superficie blu più grande di un qualsiasi lago

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QUELLA SUPERFICIE BLU PIÙ GRANDE DI UN QUALSIASI LAGO

Cap. Antonio Neumann

Quando accadde, Valsantamarina aveva già mutato la sua bella denominazione italiana in Draga Moscenize. In quegli anni dell’immediato dopoguerra continuava ancora ad esibire la lunga spiaggia di ghiaia con a ridosso le bianche casette dei pescatori dai tetti con i coppi rosso cupo sì da sembrare più una località ionica che non adriatica. Posta ad est della penisola istriana, nel Golfo del Quarnero, continuava, per noi “mularia”, ad essere il paradiso estivo di sempre pur se sull’antenna del municipio sventolava in gaio contrasto con i verdi contrafforti del Monte Maggiore, non più il nostro bel tricolore bianco rosso e verde ma quello rosso bianco e blu slavo.

Quando accadde, verso la metà di agosto, era di domenica con una limpida giornata di sole. Come di consueto, Rade ed io, Rade era il mio eterno compagno di avventure, ci si era avviati ad assistere alla Santa Messa nella piccola chiesetta anch’essa bianca di gesso. Più per adocchiare le ragazzine che non per devozione. Oltre alle solite “putele” del paese oramai divenute donnine impettite e neghittose, notammo due graziose biondine che indossavano abitini di cotonina con motivi floreali e si guardavano d’attorno incuriosite.

Le attendemmo all’uscita dalla chiesa e le seguimmo fino alla banchina del porticciuolo dove s’erano soffermate ad osservare le barche ivi ormeggiate. Fu facile attaccare discorso o meglio, lo fu per Rade che era del luogo e parlava il croato. Apprendemmo così che provenivano da Zagabria ed era la prima volta che vedevano il mare. Concordammo con il loro genuino entusiasmo per quella superficie blu più grande d’un qualsiasi lago, in quel mattino stranamente immota da sembrare oleosa. E indicammo loro, orgogliosamente, la nostra imbarcazione, una lancetta bianca quasi elegante a confronto con i gozzi dei pescatori. Ne uscì un invito per una gita a vela nel primo pomeriggio, posto che si alzasse il solito maestrale pomeridiano, invito che fu accettato dopo una breve intensa conversazione e un convincente intervento di Rade.

Appena destinato ci precipitammo al porto con l’armamento velico costituito dall’albero, dal boma, dal picco il tutto avvolto nella randa per attutirne il peso sulle spalle. Ci demmo di fretta nel sistemare l’attrezzatura sullo scafo e quindi per dare un’ultima pulitina alle panche laterali di poppa dove avrebbero dovuto sistemarsi le nostre ospiti e togliemmo dal pagliolato ogni residuo di precedenti uscite a pesca come lische, qualche ventre di aguglia rinsecchito usata come esca, delle testine di nasello troncate infilatesi tra pagliolo e pagliolo. Cercammo, insomma, di dare un aspetto quanto mai dignitoso alla nostra barchetta.

E le ragazzine bionde arrivarono indossando, con nostra costernazione, gli stessi abitini del mattino, carini ed eleganti nel fresco interno della chiesa ma non certo idonei in una imbarcazione con il bordo basso sull’acqua (noi s’era in semplice costume da bagno). Sperammo che il maestrale, che nel frattempo s’era debitamente levato, non giocasse scherzi e procedemmo alle operazioni di imbarco delle nostre zagabriesi che lanciavano gridolini di spavento alle oscillazioni del natante per le loro mosse maldestre. Come il buon Dio volle s’accomodarono sulle panche nascondendo prontamente le ginocchia sotto le gonne. E noi, come si dice, salpammo verso l’aperto mare suscitando in loro sguardi sbigottiti quando videro la randa tendersi verso il picco oscurando un pezzetto di cielo azzurro e la lancia inclinarsi sotto l’effetto del vento sulla tela mentre la prua iniziava a frusciare sulle piccole onde.

E a tutta prima fu un bel andare puntando verso l’isola di Cherso e lasciandoci alle spalle Valsantamarina e le sue casette bianche. Rade, che teneva la barra del timone iniziò i consueti approcci nel suggerire alle belle ospiti un ulteriore incontro, alla fine della gita, nella piazzetta del paese per quello che si direbbe oggi un drink e quindi, più tardi ancora, una passeggiata serale lungo la spiaggia, più o meno romantica secondo come si mettevano le cose. E quelle annuivano incerte guardando con diffidenza il boma così vicino alle loro testoline bionde.

Si proseguì in tal modo per un bel tratto e le colline verdi di Cherso si fecero più vicine lasciando intravedere, sulle sponde, casolari ora isolati, ora raggruppati intorno a qualche cala. Le ragazze, meno titubanti e maggiormente a loro agio iniziavano a conversare con timidezza con Rade il quale mi faceva delle occasionali, troppo occasionali traduzioni. Senza che ce ne rendessimo conto il vento anziché mantenersi gradevolmente a regime di brezza, andava aumentando di forza in modo graduale fino a che la crestine spumeggianti delle onde presero a superare le falchette dal lato sottovento investendo sempre più spesso la ragazzina seduta da quel lato che iniziò a lanciarci sguardi sgomenti preoccupata forse più dalla crescente umidità dei suoi sottili indumenti che dal presentarsi di una situazione non prevista. Per cui procedemmo ad un laborioso cambio d’assetto, laborioso per la necessità di convincere le ragazze ad abbandonare, per un attimo, la sicurezza della panca per sistemarsi assieme sul lato sopravvento. Rade si spostò sulla sinistra ed io mi posi a cavalcioni sulla prua con la schiena poggiata all’albero e le gambe a mare per evitare un eccessivo appoppamento.

Per un pò la cosa funzionò ma poi la brezza divenne brezza tesa ed erano creste d’onda che si rompevano sulla murata sottovento riversando cascatelle di spruzzi sulle poverine i cui abiti a fiorellini vivaci erano ormai zuppi. Da un pezzo si erano zittite, atterrite da quel mare che sembrava voler entrare nella barca da ogni lato. Con Rade fummo costretti a modificare nuovamente l’assetto della imbarcazione sistemando le ragazze a pagliolo, a centro barca. Rade si pose a dritta della barra del timone con la randa tutta allascata fino a dove lo permetteva il picco mentre io mi sistemavo a sedere sul bordo sopravvento, all’altezza dell’albero, con le gambe allacciate sotto alla panca trasversale che lo reggeva e sbilanciandomi tutto fuori per contrastare lo sbandamento (a quei tempi non esisteva ancora il trapezio per i prodieri) e da quella posizione mi accorsi che l’azzurro del cielo era scomparso per lasciare al suo posto una copertura di grigio uniforme. Mi girai verso poppa per informarne Rade quando sul suo capo scorsi la vetta del Monte Maggiore sulla quale si stava addensando un nuvolone nero, non nero per così dire ma nero inchiostro proprio.

Prendemmo una decisione rapida e cambiammo le mura volgendo la prua verso Valsantamarina; durante la manovra mentre io e Rade ci scaraventavamo letteralmente sul lato che ora diveniva sopravvento quei due cenci bagnati a pagliolo s’abbracciavano l’una all’altra ulteriormente allarmate dal secco abbattimento del boma e dallo schiocco della tela. Procedemmo così con il vento, se possibile, ancora più forte, mentre noi si seguiva inquieti l’allargarsi veloce della nube. Per nostra fortuna il vento resse e questa volta benedicemmo la sua intensità che ci faceva volare sull’acqua. Ed eravamo a qualche centinaio di metri da riva, con la nube nera quasi sopra di noi quando il vento scemò quasi di colpo, qualche residua folata fu sufficiente a farci entrare nel riparo del porticciolo mentre i primi grossi caldi goccioloni iniziavano a cadere. Le ragazze furono, in questa occasione, agilissime nello scendere sulla terraferma ed nell’eclissarsi senza degnarci di uno sguardo. Per loro si era trattato, ritengo, di un semplice scherzo architettato da Rade e me. E noi, sotto un acquazzone violento e con un vento che ora aveva ripreso a soffiare più impetuoso che mai riprendemmo la via di casa, sotto il peso dell’attrezzatura velica resa, questa volta, ancor più pesante dalla randa fradicia. Per una buona mezz’ora fu il finimondo con il vento e la pioggia dirotta che si fondevano al mare in burrasca mentre noi ci si affacciava, al sicuro, dietro i vetri delle finestre di casa a guardare gli alberelli di un vicino giardino piegarsi fino al suolo. E se le ragazze di Zagabria poterono pensare ad uno scherzo brutto giocato loro, non fu, sfortunatamente, uno scherzo per quella trentina di persone che furono disperse in mare lungo le coste della Romagna, colte anch’esse impreparate da quel veloce fortunale. E per giorni seguitarono a posarsi sulla ghiaia della spiaggia relitti e rottami d’ogni genere, perfino quello di un sandolino pressoché integro seppur vuoto del suo presumibile occupante. Ci sembrò macabro e lo donammo, dopo averne fatto debita denuncia alle autorità, ad un pescatore.

Ciò è quanto accadde quella domenica d’agosto del 1946. Mi sembra ricordare fosse il 16.

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