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di Claudio Zappi e Giorgio Zini

Venerdì mattina del 4 luglio siamo partiti da Bologna con la mia Honda 500 Enduro, con destinazione Bocca di Magra in provincia di La Spezia. Avevamo gli zaini colmi di tante cose ed un entusiasmo che forse non ricordavamo di vivere da tempo. Siamo due amici veri, due persone che sanno accettarsi così come sono, un pò amanti del rischio, certamente veraci.

Abbiamo fatto da tempo il seguente programma per un viaggi speciale. Varo della moto in … barca, partenza con destinazione Sardegna via Capraia e Corsica. Ritorno in moto via traghetto. Cinque giorni disponibili, tre strappati al lavoro, un sabato ed una domenica. Giorgio, il mio amico, ha un Rio 8,30 Cabin. Grande barca, generosa, molto simile a lui, vale a dire essenziale senza privarsi, quando serve, di comodità ed anche un pò di lusso.

Lasciamo la banchina della darsena di Bocca di Magra alle 17,30 dopo avere ammirato per due ore almeno, tra una forchettata e l’altra di spaghetti alle vongole veraci e buon bianco, il Golfo di La Spezia. Il mare è calmo, la serata si preannuncia memorabile. Abbiamo due Volvo Penta TD 150 che portiamo, usciti dal canale del Magra, a circa 3000 giri. Con il “Geonav” abbiamo fatto la rotta per la Corsica, via Gorgona.

Giorgio ha già fatto quella tratta di mare almeno due volte e con la sua barca. Io una volta sola con un traghetto di linea per la Capraia; un viaggio memorabile. Alle 19,30 circa avvistiamo la Gorgona, isola magnifica, dalla sagoma inconfondibile, inavvicinabile a causa del carcere. Dopo 2 ore di navigazione mi sento meno teso rispetto a prima; Giorgio ha puntualmente scandito i momenti determinanti per la navigazione: le miglia da percorrere, la velocità, il tempo, quando avremmo avvistato Gorgona, quando Capraia per superare la prima notte.

A due, forse tre miglia dalla Gorgona, un motore si ferma. È il motore sinistro, quello dove si trova il servosterzo. Mi metto alla guida io, Giorgio chiama la Capitaneria dell’isola d’Elba. Stiamo andando molto piano, 5/6 nodi circa. Ad un tratto vedo i delfini venirci incontro saltando fuori dall’acqua. È di buon auspicio, penso; ho letto di avventure come questa risolte anche per merito di questi animali. Li ho visti solo al delfinario di Riccione ma questi sono più piccoli; nuotano e saltano attorno alla barca. Mi metto a fare uno strano rumore con la bocca. “Che verso fanno i delfini, Giorgio?”; no, anche lui non lo sa, emette un rumore con la bocca che assomiglia un pò al fischio che fa quando chiama “Molly”, il suo cane.

Primo grande momento di grande conforto.

La persona con cui parliamo è gentile, molto disponibile, si comporta come chi sa quale sia in questo momento il nostro morale. Ci guida verso la Gorgona, telefonando alla guardia del porto preannunciando la nostra entrata. Grazie Guardia Costiera!

Condurre una barca di queste dimensioni con un motore, senza il servosterzo è difficile, sento le braccia indolenzite; però siamo in porto! Immediatamente arriva la polizia con una Land Rover. È una guardia penitenziaria che, molto gentilmente, ci chiede cosa abbiamo fatto e che danni abbiamo subito. Sa già tutto, in realtà, perché la Capitaneria gli ha spiegato coem stanno le cose ma di questi tempi alcuni naviganti spacciano l’avaria per vedere il porto di un’isola meravigliosa e non avvicinabile. Gli consegniamo i nostro documenti; li tratterranno fino alla nostra partenza.

La Gorgona è un angolo di paradiso, il mare è blu, limpido, i pesci sono tanti e tutti meravigliosi. Nessuno gode in realtà di questo angolo di terra. Le guardie penitenziarie ci devono vivere, forse loro malgrado. Immagino che starebbero meglio a Roma o a Milano. Dei carcerati non ne parliamo anche se in quest’isola stanno concludendo la pena quelli con detenzioni limitate che hanno mostrato il recupero; alcuni di loro possono lavorare all’esterno del carcere ma immagino che la natura non li possa gratificare granchè.

“Vi possiamo mandare subito un meccanico, però domani mattina dovete andaverne quando arriva la motovedetta di turno”. Dopo dieci minuti torna con il meccanico. È un carcerato ma ce ne accorgiamo solo dopo pochi minuti perché parla con il motore per cercare di capire cosa sia successo: “Quanti ne ho visti di questo tipo; poi…”. I filtri del gasolio sono sporchi di melma; li sostituisce. La barca non va in moto, non arriva gasolio. “Guardia, devo guardare la pompa ac ma devo andare in officina. Lo possiamo fare domani mattina”. La guardia annuisce, poi si rivolge a noi: “Dovete dormire in barca e non potete muovervi da qui; mi spiace ma questa è la regola”. Comprensibilissimo penso, siamo in un girone del … paradiso.

Giorgio in barca ha di tutto: scatolette di tonno di tutte le marche, salmone francese in scatola, alici sott’olio, fagioli, acqua, birra, tutto scaduto “da poche settimane”, dice Giorgio, “possiamo mangiare”. Il suo ottimismo è confortante e comunque più forte della nostra fame. Mangiamo, poi, stanchi per la rara giornata vissuta, ci addormentiamo.

L’indomani, di buon ora, veniamo svegliati dal meccanico che, accompagnato dalla guardia di turno, è già pronto per entrare in barca e montare la pompa riparata. Lo fa e mette in moto; i motori funzionano!

Nel frattempo arriva la motovedetta di turno preannunciata. Il molto di attracco si popola all’improvviso; arriva anche il direttore del carcere, la guardia ce lo presenta: “Dottore, sono le persone che hanno avuto la disavventura…”; “ho saputo, ho saputo, arrivederci”. Persona veramente gentile e disponibile. Scendono intanto dalla motovedetta alcune persone e, al loro seguito, i militari. Facciamo due chiacchere, ci mettono subito a nostro agio. “Fuori c’è un mare incredibile, quando ripartite?”. Giorgio: “Terminata la riparazione ed appena cala un pò il mare. Forse rinunciamo alla nostra impresa, ormai abbiamo perso due giorni e non ce la faremmo più a a ritornare per tempo. Eppoi il mare…”. “Se continua libeccio vi conviene andare verso Livorno. Caso mai venite al seguito della motovedetta così vi teniamo d’occhio”. Il giorno dopo eravamo in viaggio verso Livorno al seguito della motovedetta della polizia penitenziaria. Avevamo alle spalle onde di circa 5 metri. I motori rispondevano bene ma l’esperienza ci aveva segnato. Giorgio era al timone e parlava poco, io meno di lui. Avevamo davanti a noi la motovedetta che rompeva le onde. In prossimità del porto di Livorno non l’abbiamo più vista. Grazie, siamo arrivati!

Giorgio ed io vogliamo ringraziare personalmente tutti i ragazzi e le ragazze della polizia penitenziaria che abbiamo conosciuto durante la permanenza alla Gorgona, il preposto della Capitaneria di Porto di Portoferraio concui siamo entrati in contatto che ci ha guidati fino alla Gorgona, un giudice, conosciuto in occasione dello sbarco dalla motovedetta che è stato con noi molto gentile, il direttore del penitenziario molto professionale ma nello stesso tempo disponibile ed “ospitale”, il comandante della motovedetta che ci ha guidati fino a Livorno e il meccanico che ci ha riparato il motore.

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