Burrasca a Punta Licosa

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BURRASCA A PUNTA LICOSA

di Marco Bernardi

Attraversato il Golfo di Salerno in tutta tranquillità, malgrado i leggeri piovaschi che avevano costretto mia moglie Donatella e mio figlio Valerio di cinque anni sottocoperta, decidemmo, malgrado gli avvisi di burrasca sulle coste della Calabria, di dirigerci verso Acciaroli che rispetto ad Agropoli nostra prima destinazione ci avvicinava di più alle Eolie, agognata meta.

Lo “Zub’G’Bi” (un Pierrot 9,16 del ’75), sottoinvelato con una mano alla randa, fiocco, vento al lasco di 12/14 nodi ed una velocità tra i 4 e i 5 nodi, placidamente si avvicinò a Punta Licosa.

I temporali che fino ad allora avevamo visto transitare verso la costa si fecero più vicini, il vento rinforzò a 18/20 nodi; presi allora la seconda mano di terzaroli, misi in acqua uno spezzone di catena collegato al sartiame ed a malincuore ritirai le traine.

Al traverso di Punta Licosa si scatenò l’inferno: i fulmini cadevano dappertutto, la differenza di tempo tra la luce ed il tuono era meno di due secondi, quindi la distanza tra loro e la nostra barca era non più di 600 metri, in una barchetta due pescatori arrancavano sotto la pioggia cercando di tornare rapidamente a terra.

Sotto un cielo nero ed una pioggia battente accadde quello che finora avevo solamente letto nei racconti di mare.

Il vento passò istantaneamente da 20 ad oltre 40 nodi, lo “Zub’G’Bi” straorzò, la barra mi venne strappata di mano, la barca fu stesa con l’albero parallelo al mare, il pozzetto allagato, ed io che stupidamente non ero legato finii sui winch di dritta.

Appena ripresomi dalla sorpresa mollai in bando il fiocco e la randa, la barca con un gran rumore di vele che sbattevano rapidamente si raddrizzò, Donatella fece per aprire il tambuccio per vedere se ero ancora a bordo, ma gli urlai di tenerlo chiuso.

Sinceratomi che mia moglie e mio figlio non si erano fatti nulla, scosso dall’esperienza provata chiamai alla barra mia moglie per poter ammainare le vele e proseguire per le ultime sette miglia con il motore.

Il peggio non era ancora arrivato: il breve tratto di mare che ci restava fu un ininterrotto alternarsi di scrosci d’acqua con vento a 40 nodi e visibilità nulla a schiarite con vento a 30 nodi.

Seguendo un peschereccio che rientrava giungemmo fino a quello che noi credevamo essere Acciaroli, quando di fronte all’imboccatura del porto ci rendemmo conto che si trattava di Agnone, porto con fondali per noi bassi e spuntoni di ferro sulle banchine in costruzione, misi di nuovo la prua verso sud.

Giunti finalmente in vista del’antemurale di Acciaroli, per un nuovo scroscio d’acqua con 40 nodi di vento che ci nascose alla vista la terra, ormai sfinito ed in crisi ipotermica, dovetti mettere la prua verso il mare aperto, prendendo come riferimento la bandierina di un palamito girandogli attorno per non allontanarmi troppo da Acciaroli.

Entrammo in porto a burrasca ormai finita sotto lo sguardo benevolo della statua della Madonna, che piena di nastrini di ringraziamento di marinai e pescatori, si erge sull’antemurale, e quello stupito degli equipaggi delle barche presenti che fino ad un momento prima avevano visto in pericolo le loro stesse barche all’interno del porto, e che accorsero per aiutarci nell’ormeggio.

Il giorno dopo 8 agosto dalle pagine locali di un quotidiano apprendemmo che una tromba d’aria aveva devastato un campeggio sulla costa del Cilento.

Oggi di fronte alla foto scattatami da Donatella un’ora prima della burrasca, ripenso all’avventura passata e di fronte alla possibilità di trovarmi di nuovo in una situazione simile, provo un brivido lungo la schiena, ma so che tale eventualità mi troverà più preparato e prudente, pronto a difendere il mio stupendo equipaggio e l’ottimo “Zub’G’Bi” con un amore immutato per il mare e la vela.

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