I pescatori del Quarnero

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

I PESCATORI DEL QUARNERO

di Marco Bottani

I primi dieci giorni delle ultime vacanze d’agosto sono stati un pò penalizzati dalla presenza nella nostra compagnia di mio fratello e di mia cognata. Non che la cosa fosse sgradita, tutt’altro: la loro presenza ha rallegrato l’equipaggio anche se, devo dire, di per sé abbastanza vivace e movimentato dalla presenza delle mie due figlie e di mia nipote, rispettivamente di 11, 6 e 8 anni.

Tuttavia i miei due familiari “a carico” rappresentavano un problema meramente logistico, infatti il nostro barchino di 6 metri è omologato per 7 persone mentre noi erravamo in 9. Non si tratta di errore di “stumpa”: erravamo proprio in 9; dato il sovraccarico del natante non potevamo che errare attorno all’isola di Rab e senza troppo allontanarci dalla nostra base, eravamo costretti a fare due viaggi per raggiungere qualcuna delle mille spiaggette nei dintorni, oppure traghettare tutti quanti nella speranza di non essere fermati dalla vedetta della “Policia”. (Spero che nessun rappresentate delle forze dell’ordine della Croazia legga queste mie righe, dal momento che intendiamo ritornare in quei luoghi anche per il prossimo anno – per questo motivo volontariamente ometterò il nome della nostra barca…).

Finalmente potevamo lanciarci in lunghe navigazioni e decidemmo di fare una lunga escursione: la circumnavigazione dell’isola di Cres, con sosta nell’omonimo villaggio.

Il mattino di buon ora, trovava me e mio cognato Angelo, già in coda al distributore di benzina del porto di Rab per il pieno di rito. Recuperate le mogli, incaricate del rifornimento della cambusa, e le figlie, alle 09h30′ iniziava l’avventura.

Mezzora più tardi, dopo circa 10 miglia di tranquilla navigazione, doppiavamo punta Kriza, estremo punto Sud dell’isola di Cres, nelle cui vicinanze si trova un famoso campeggio naturista. A questo punto cedevo la ruota del timone al mio Ufficiale in Seconda (mio cognato), non per scrutare la costa… ma per riposarmi e godere del paesaggio di luoghi conosciuti anni prima.

Iniziavamo così a risalire verso Nord, il canale fra le due isole di Cres a dritta e Lussino a sinistra, in direzione dello stretto passaggio di Osor, sovrastato dal ponte levatoio che le collega. Giunti al passaggio abbassavamo il roll-bar d’acciaio perché l’altezza del ponte è veramente al limite della praticabilità. Un “giù la testa!” di western- spaghettiana memoria gridato da Angelo anticipò l’operazione (non più di 20 centimetri d’aria restavano tra il parabrezza della barca e le grosse putrelle d’acciaio del ponte) e aumentati i giri del motore per vincere la corrente contraria presente in quel punto, passavamo a Nord dello stretto canale.

Qui il paesaggio si faceva più imponente, l’isola di Cres da questo punto in poi si presenta con splendide scogliere modellate dal mare che in questo punto non trova nessun ostacolo non essendoci altre isole che ridossano: Lussino oramai rimaneva più a Sud. Inoltre i monti dell’interno raggiungono quote di oltre 600 metri creando ripidi declivi fino al mare con la formazione di scogliere a picco e di incantevoli calette con spiaggette di ciottoli bianchi.

Fu infatti una di queste calette a fregarci.

Giunta l’ora di mezzo giorno, la ciurma cominciò a lamentarsi per la fame; soprattutto mia figlia maggiore che da quando è al mondo ha come scopo precipuo il consumo di cibo: i soprannomi si sprecano. Decidemmo così di ancorare in una delle tante baiette a Nord di Martinscisca per il bagno ed il pranzo, che si dilungò un pò troppo più del dovuto.

Il tempo che fino a quel punto era stato stupendo, cominciò a guastarsi e un dapprima debole vento da SW ci consigliò di ripartire. Tanto più che oramai erano abbondantemente passate le due del pomeriggio e le pance erano piene. Tutte tranne quella di mia figlia minore, che in totale antitesi a sua sorella, da quando è al mondo ha come vocazione il combinare guai e mangiare assolutamente il meno possibile.

Verificato il livello del carburante nei due serbatoi, optammo comunque per una sosta tecnica al porto di Cres, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Al marina di Cres, incredibilmente, eravamo l’unica barca a fare rifornimento di carburante, altro che la congestione del porto di Rab!

Chiaramente non si poteva non visitare il ridente paesino di Cres, anche per il canonico gelato pomeridiano che le bambine preferiscono a qualsiasi altro tipo di merenda.

Finalmente, alle cinque suonate del pomeriggio, riuscivamo a riprendere il mare e appena fuori dal piccolo fiordo di Cres ci accolse un vento che lasciava presagire cosa avremmo trovato una volta usciti dal più grande golfo che fa da anticamera al fiordo di Cres, dove non avremmo più avuto alcun ridosso dal vento.

Fortunatamente la direzione del vento coincideva con la nostra rotta e in breve doppiavamo il capo Jablanac a Nord di Cres e potemmo iniziare la discesa verso S-SW discretamente ridossati dalle due isole di Cres a dritta e Veglia (Krk) a sinistra e Plavnik, più a Sud, fra le due isole maggiori. Anche qui il paesaggio si rivelò stupendo in particolare il versante orientale di Cres, letteralmente a picco sul mare.

Giunti a circa due miglia dall’isola di Plavnik l’Evinrude 175 Hp si fermava di botto: si era svuotato il serbatoio di poppa. In pratica avevamo consumato, nel tratto dal marina di Cres fin lì, tanto quanto tutta la mattina. Ovvero: il vento e il mare formato, avevano portato ad un aumento dei consumi del 30%.

Ruotato il rubinetto deviatore dei serbatoi sulla posizione “serbatoio centrale” ripartivamo immediatamente. Però a quel punto cominciavo a dubitare della nostra autonomia: carta nautica alla mano, dopo quattro conti, decidevo di chiamare la Capitaneria di Veglia per sincerarmi degli orari del distributore e avuta conferma dal gentilissimo interlocutore che parlava italiano perfettamente, facevamo rotta su Veglia.

Imboccato il canale fra Veglia e Plavnik, c’era ad attenderci un vento teso e nervoso che non mi piacque affatto.

Il porto di Veglia risultò più lontano del previsto a causa del forte vento contrario e del mare alquanto formato, tuttavia riuscimmo a guadagnare la banchina del distributore di benzina prima dell’orario di chiusura. Solitamente i distributori, per ovvie ragioni logistiche si trovano se non all’imboccatura dei porti, almeno nelle vicinanze: nel nostro caso il distributore era cacciato nel più remoto angolo del porto.

Ormeggiata la barca (anche questa volta eravamo gli unici clienti), non restava che trovare l’addetto al distributore. Dopo circa mezzora, finalmente riuscimmo a scovarlo al distributore stradale, distante un centinaio di metri, dove la clientela era ben più numerosa.

Va detto, ad uso di chi non conosce questi luoghi, che in Croazia ed in particolare sulle isole, spesso ad ogni distributore in banchina corrisponde un distributore stradale situato nelle vicinanze, dove cercare gli addetti nei momenti di scarso traffico nautico, oppure dove recarsi, con tanica al seguito, nei momenti di grande affollamento di barche.

Fu dopo aver fatto il pieno che comunicai all’equipaggio la mia decisione. In realtà fu quando finimmo il serbatoio posteriore che inconsciamente decisi che avremmo passato la notte a Veglia. Infatti il buon senso e la responsabilità di comandante e soprattutto di padre di famiglia imponevano che, data l’ora, il vento, il mare formato, la rotta che avremmo dovuto tenere (decisamente contro vento) e le oltre 20 miglia di mare a noi sconosciuto che avremmo dovuto percorrere per raggiungere il porto di Rab, la cosa migliore da farsi fosse passare la notte in porto.

Contrariamente a quanto mi aspettavo, la reazione fu di unanime accordo, in particolare da parte delle bambine che non aspettavano altro che dormire in barca. Infatti non si parlò minimamente di cercare un albergo per la notte, anche se le mogli avanzarono timidamente qualche perplessità sulla capienza e comodità della barca.

Ormeggiammo alla banchina, nell’unico posto libero, di fronte ad una fila di ristoranti e bar che si prefiguravano chiassosi. Mio cognato sbarcò alla ricerca della capitaneria per sapere se potevamo restare ormeggiati in quel punto ed avere notizie del bollettino meteorologico. La risposta alla prima questione fu che dal momento che il personaggio addetto agli ormeggi se ne era già andato a casa, automaticamente nessuno poteva più avere alcunché da dire; la risposta al secondo quesito fu ancor più vaga: “voi rinforzate gli ormeggi perché può darsi che rinforzi, come può darsi che diminuisca”. E poi ci lamentiamo dei bollettini nautici di casa nostra!

Una volta sistemata la barca per la notte, decidemmo di andare a mangiare una pizza. In vita mia non ho mai mangiato una pizza peggiore di quella: nemmeno mia moglie riesce a tanto!

Alle 23 risalivamo sulla barca per passarvi la notte. Io, mia moglie e la figlia più grande trovavamo posto (poco) nella cuccetta di prua, la piccola di traverso tra il gavone del wc e il frigorifero, sulla montagna degli asciugamani e delle varie borse; quella della macchina fotografica ovviamente sotto tutto. Mio cognato e mia cognata sul prendisole di poppa e mia nipote nel pozzetto, di traverso; ovviamente dopo aver montato il tendalino per la notte. Per farla in breve eravamo letteralmente ammassati. Ma oramai la decisione era presa.

Il vento che ci aveva accompagnato fin dalle prime ore del pomeriggio, aveva rinforzato come previsto dal meteorologo della capitaneria. Per colmo di sfortuna il nostro ormeggio si trovava esattamente di fronte all’imboccatura del porto che, guarda caso, era esattamente nella direzione di provenienza del vento e delle onde.

Abbiamo ballato tutta la notte.

All’una, dopo due ore insonni, mia moglie decise che era venuto il momento di star male. Mai successo in 10 anni di navigazione, per capitarle in porto. Poco più tardi mia cognata ebbe la stessa reazione e dopo vari andirivieni dalle cuccette alle murate, decisero entrambe che forse era preferibile passare la notte sulle panche del bar di fronte alla nostra barca. Le ragazze invece non fecero una piega, anzi la mia piccola trovò vantaggiosa l’uscita di scena di sua madre per prenderne il posto in cuccetta ed abbandonare la pila di asciugamani.

Alle 3 fui svegliato di soprassalto da rumori, urla e trambusto: i proprietari del gommone poco oltre la nostra barca, nel tentativo di rinforzare gli ormeggi, erano finiti entrambi in acqua. Poco dopo mi svegliai di nuovo: il barchino alla nostra destra aveva cominciato a sbattere con la prua contro la banchina, praticamente al sopraggiungere di ogni onda. Tentammo inutilmente di arretrare la barca ma le cime di prua utilizzate dal proprietario erano cortissime: “poca cima poco marinaio…”

Non riuscii praticamente più a prender sonno. Ad ogni strattone le cime gemevano paurosamente e mi svegliavo nel timore di fare la stessa fine del nostro vicino.

La bitta di prua a dritta cedette alle sei in punto e fortunatamente me ne accorsi subito, limitando i danni al minimo. Ma perché le bitte non vengono sempre fissate con viti passanti anziché con le autofilettanti?

Alle sei e mezza passarono gli spazzini e solo grazie all’intervento di mia cognata non si portarono via mia moglie: addormentata su una panca e arrotolata negli asciugamani, l’avevano scambiata per un fagotto di stracci.

Subito dopo il passaggio degli spazzini giunse, sul palcoscenico delle nostre tribolazioni notturne, il proprietario del bar (e delle panche) che guardò con aria di commiserazione le nostre consorti, senza proferir parola alcuna. Al che le donne, colte da una forma di sentimento di debito, entrarono nel locale appena aperto per un caffè. Impossibile, perché il proprietario spiegò che quello non era un bar ma una gelateria e pertanto non si servivano prodotti di caffetteria. Ma perché aprire alle 6 e mezzo allora!? A chi mai può venire in mente di mangiare un gelato all’alba ?

Decisero così di trasferirsi al bar del porto, dove due pescatori sfaccendati a causa del cattivo stato del mare, vedendole vestite di asciugamani chiesero loro cosa fosse successo. Fu così che Franjo e Jubo, questi erano i loro nomi, colsero al volo l’occasione di rendere vantaggiosa la situazione e di rimediare ad una giornata di ozio forzato e mancati guadagni. Proposero infatti di accompagnarci a Rab con il loro peschereccio di 26 metri, rimorchiando la nostra barca. Il tutto per una somma che, alla fine dei conti, si rivelò a dir poco onesta. Jubo era il più anziano dei due ed era evidentemente il capo. Se non fosse stato per la tuta blu da meccanico e se si fosse presentato abbigliato in altro modo, anche per la particolare cortesia con cui trattò gli accordi, avrebbe potuto benissimo passare per un uomo d’affari. Non aveva certo l’aria del rude uomo di mare. Franjo era invece il prototipo del duro. Incontrarlo tra il chiaro e lo scuro avrebbe messo in ansia chiunque. Oltre alla statura, prossima al metro e novanta, quello che più impressionava era la dimensione delle mani che parevano due benne. In breve era quel che si suol dire il classico armadio a sei ante. Più tardi Jubo mi avrebbe spiegato quanto fosse importante avere un compagno di lavoro forte, instancabile e soprattutto fidato.

Mezz’ora più tardi abbandonavamo il porto di Veglia.

La nostra barca, legata con una robusta cima al golfare di prua, seguiva docilmente il peschereccio a circa 20 metri di distanza da poppa. A guardarla avevo l’impressione che avesse un’aria quasi contrita, come se essere al traino rappresentasse una profonda mortificazione per il suo status di impavido mezzo marino destinato ad affrontare qualsiasi condizione di mare.

In effetti il mare vivo forza 5 non era dei più adatti da affrontare con il nostro barchino. Anche il peschereccio peraltro beccheggiava alquanto. Infatti mia moglie, oramai avvezza a tale pratica, diede di stomaco una volta di più.

I nostri pescatori si prodigarono in mille cure per renderci la navigazione quanto più confortevole possibile. Franjo viste le condizioni di mia moglie, scomparve sotto coperta per una decina di minuti, poi ricomparve sfoggiando un gran sorriso che avrebbe prodotto i peggiori incubi al più esperto dei dentisti, e dichiarò con soddisfazione nel suo stentato italiano, di aver approntato una cuccetta per la malata. Ma mia moglie non volle saperne di scendere.

Io nel frattempo avevo preso posto in plancia accanto al capitano Jubo. Vi rimasi per quasi cinque ore, tanto durò la navigazione e furono estremamente interessanti: era la prima volta che mi trovavo in compagnia di un pescatore professionista disposto a raccontare le proprie esperienze: e questo per un pescatore alla traina come me è stato un esperienza unica. Inoltre il capitano si rivelò un personaggio estremamente interessante, sul quale poter forse scrivere un libro: 53 anni di età, due mogli ( non contemporanee; anche in Croazia la bigamia è reato), un numero non precisato di figli, vari mestieri alle spalle, da cameriere nei migliori ristoranti della costa al tempo di Tito, a costruttore di pontili fino a pescatore. Per non parlare delle esperienze di guerra vissute con Franjo, fra l’altro ferito dai serbi in un’imboscata. Ma al di là di tutto ciò, in quell’uomo mi colpirono la schiettezza, la serena contentezza (non me la sento di definirla gioia) e la soddisfazione per l’essenzialità del proprio vivere e per le proprie semplici vittorie quotidiane.

Forse questa è la grande conquista di chi veramente vive il mare.

Nel frattempo Franjo non smise di prodigarsi in mille cure ai suoi passeggeri, offrendo a tutti caffe alla turca, macedonia di frutta al vino rosso, sfoglia salata al formaggio e un micidiale cocktail a base di coca cola-vino-slivoviza (grappa di prugne) che

avrebbe resuscitato anche il capitano Achab. L’unico che riuscì a ingoiare, non uno solo dei prodotti succitati ma l’elenco completo, fui io. Gli altri, complice anche il mare, non ebbero il coraggio di bere o mangiare nulla; ad esclusione di mia figlia Virginia che volle assaggiare la sfoglia al formaggio. Ci vuol ben altro che un pò di maretta per toglierle il proverbiale appetito.

Quando giungemmo in prossimità della punta Sud di Rab, io e Jubo avevamo da poco iniziato il capitolo “pesca al dentice e relative zone segrete” (che non svelerò), dopo aver concluso quello relativo alla strumentazione elettronica, quando il capitano improvvisamente cambiò argomento. Mi raccontò di quando, pochi anni prima, una coppia di coniugi tedeschi in attesa di imbarcarsi sul traghetto per la costa, decisero di fare l’ultimo bagno. Mentre il marito parcheggiava l’auto , la moglie lo precedette in mare e questa impazienza le fu fatale. All’arrivo del marito sulla riva, lei era scomparsa: uno squalo non le aveva quasi dato il tempo di immergersi tuffandosi dagli scogli, che già l’aveva sbranata.

Una targa che ricorda l’infausto episodio è ben visibile a chi si trova a navigare sotto costa a circa 200/300 metri ad Ovest della la baia di attracco dei traghetti.

Finalmente poco dopo mezzogiorno entravamo nello stretto canale fra l’isola di Rab e l’isola di Dolin. I campanili di Rab erano già ben visibili ed io pensai che potevo esentare Jubo dal rimorchiarci fino all’interno del porto, se non altro pensai, per evitare la figuraccia, visto che oramai tutti ci conoscevano.

Così fermammo le macchine qualche centinaio di metri a Sud dell’ingresso del porto di Rab e dopo le operazioni di commiato fra noi e l’equipaggio e fra la nostra barca e il peschereccio, fra i quali si sarebbe detto, si fosse stabilito una sorta di legame affettivo, accesi l’Evinrude e ci allontanammo a tutto gas. Forse per rendere meno difficile il distacco da quelle persone così gentili e sincere con le quali in poche ore avevamo stabilito un rapporto che non stento a definire di amicizia.

Purtroppo ho perso il foglio con i loro nomi esatti e i loro numeri di telefono. Se qualche croato leggerà queste mie parole spero mi perdonerà per le inesattezze. Sicuramente se il prossimo anno torneremo in quelle acque, troverò certo il modo di rintracciarli e chissà, potremo ancora, forse, navigare insieme.

Ah, dimenticavo, il nome della nostra barca (mia e di mio cognato) è l’acronimo risultante dalla fusione delle prime due lettere dei nomi delle nostre figlie; che si chiamano Martina, Virginia ed Eleonora. A voi la soluzione.

Ai primi due che comunicheranno la soluzione esatta verrà offerta ospitalità sulla nostra barca per i primi 5 giorni di vacanza (non esageriamo) durante le prossime ferie d’agosto. Tanto per non perdere l’abitudine…

Stavo solo scherzando.

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