Nel blu

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

NEL BLU

di Massimiliano Pizzimenti

Un pullman della Marina mi scarica a due passi dal sogno che diventa realtà sotto la poppa della nostra ammiraglia: Nave Garibaldi. Incredibile sono qui in una bellissima giornata di fine agosto del ’93, di fronte alla sua mole imponente, smaniosa di prendere il largo con me a bordo; sognavo questo momento da quando un giorno mio padre mi portò a fare una gita sulla Nave dove lavorava ed ora stracarico di borse, sfatto dal lungo viaggio in treno, spaesato, metto piede sul barcarizzo ed inizia l’avventura!

Nel giro di cinque minuti si decide il mio destino: Segreteria Comando è il mio posto al sole e mi dicono che in navigazione starò ai telegrafi di macchina in plancia “impara alla svelta, qui non si perde tempo”; sono felice come una pasqua, tutto è meraviglioso, accecante, grandioso ed operativo.

I primi giorni ho difficoltà anche ad arrivare a mensa o a raggiungere la cameretta nel sottozona, non importa, aspetto pazientemente il momento di mollare gli ormeggi, sono qui per questo, per navigare nel blu. Non aspetto molto; infatti dopo una settimana saluto casa per telefono, partiamo per la Jugoslavia, per una non meglio precisata missione di pattugliamento. I momenti prima della partenza sono frenetici, elicotteri che partono ed appontano a ritmo frenetico, documenti da preparare, istruzioni da apprendere: bene sono pronto, partiamo? Il Sergente mi strattona “non senti, hanno suonato il posto di manovra, muoviti e facci vedere se hai imparato”; in un batter d’occhio sono in plancia, il cuore a duemila, raggiante. Con l’aiuto di due potenti rimorchiatori il mostro si risveglia, le quattro turbine a gas Fiat/GE LM 2500 che sviluppano 80.000 hp fanno sentire la loro voce calda e rassicurante, le eliche mordono l’acqua e, gentilmente, con la leggiadria di una farfalla, ci muoviamo. Inizia così il mio viaggiare per mare, non mi sono mai sentito tanto bene, tutto in me funziona perfettamente, sono in sintonia con l’universo intero, diamine sto navigando e nient’altro al mondo ha più importanza, nel momento stesso in cui abbiamo mollato gli ormeggi sono entrato in un’altra dimensione nella quale tutto viene rimesso in discussione, le convinzioni, gli ideali, la consapevolezza di essere uomo a 23 anni; dall’aletta di dritta di Nave Garibaldi una mattina di settembre del 1993 rinasco con il mare come padre, il vento che mi schiaffeggia dolcemente come madre e una splendida Nave da culla; sono felice!

Passano le giornate, le notti di guardia in plancia, le alzatacce e mi accorgo che navigare è anche lavare la biancheria, fare rammendi e curarsi un’influenza senza la spremuta d’arancia della mamma. Ormai sono Sottocapo, faccio il mio lavoro con entusiasmo e allegria e gli unici momenti di noia sono quando siamo inchiodati in porto, mordo il freno, voglio andar via, lontano, ho voglia di avventura, mi sembra di non andare mai abbastanza lontano. La notizia arriva come una bomba in uno di quei momenti di noia mortale, tra una lettera del Comandante dell’Arsenale e una richiesta di licenza del Capo Servizio. Volo: bloccare tutte le licenze, richiesta operatività immediata per operazione Somalia Due. Nel giro di qualche giorno di lavoro estenuante e febbrile molliamo gli ormeggi e il Comandante di un rimorchiatore ci saluta così: Nave Garibaldi da Tarentum; buon viaggio, buona fortuna e ci rivediamo a primavera! Sentire quelle parole dal VHF in plancia durante il posto di manovra mi ha fatto capire che questa volta si andava veramente lontano a fare qualcosa di eccezionale per qualcuno che ne aveva bisogno; ero semplicemente elettrizzato, forse avevo trovato quello che volevo, era il momento di ballare veramente.

E il ballo è subito iniziato grazie alla orchestra di madre Natura che ci regala mare forza otto in aumento nel canale di Sicilia. Grazie alle circa 13.000 tonnellate di dislocamento e alle pinne stabilizzatrici noi ce la caviamo piuttosto bene, cavalchiamo le onde con grazia e maestria, ogni tanto prendiamo qualche bella legnata soprattutto durante le accostate. Gli spruzzi di mare arrivano fin sopra la plancia ogni qual volta la prua si infila coraggiosamente dentro onde enormi. Gran parte dell’equipaggio soffre terribilmente, per cui chi sta bene fa anche il lavoro degli altri; il mio stomaco regge magnificamente, sono solo un po’ intontito, quindi via con interminabili turni in plancia, pronto a variare il regime dei giri ad ogni occorrenza, gli occhi si incavano, le gambe sembra che stiano lì lì per crollare, eppure qui in plancia regna sempre il buon umore ad ogni ora del giorno e della notte tra un pezzo di pizza calda e un cornetto appena sfornato andiamo avanti con la spensieratezza tipica del marinaio.

Arriviamo di fronte a Port Said e la burrasca cessa, e quasi quasi mi dispiace; ormai il dondolio della nave era un ottimo anestetico, credo di non aver mai dormito così pesantemente come in quei giorni. Il canale di Suez è semplicemente meraviglioso, sembra di camminare direttamente nel deserto tra dune, distese di sabbia, relitti di carri armati, splendidi alberghi e nobili cammelli. Ed è di notte che l’atmosfera si fa misteriosa, tutto è ridotto ad un’ombra e le rare macchine che passano sembrano schiantarsi contro il fly jump. In plancia siamo tutti con i nervi tesi, pronti ad evitare pericolose secche e ad accostare per seguire il tortuoso susseguirsi del canale; il posto di manovra dura dal tardo pomeriggio fino alle 4 del mattino; verso le due trovo anche il modo di farmi riprendere dal Comandante: il pilota egiziano sembra divertirsi terribilmente a gracchiare nel vhf e così non sento l’ordine di diminuire la velocità da otto nodi a quattro, la secca si avvicina pericolosamente e quando mi viene ridato l’ordine dopo alcuni minuti di corsa sicura verso un inglorioso incaglio tremo per la paura, ho il cuore in gola, fortunatamente in pochi minuti recuperiamo al casino e il Comandante invece di impiccarmi al pennone mi sorride e si piazza con mossa strategica di fronte al vhf impedendo al povero egiziano di continuare a giocare con la nostra nave. Dopo una breve sosta di mezza giornata a Gibuti, superiamo il Canale di Suez, passiamo per il Mar Rosso e doppiamo il Corno d’Africa. Il sole batte forte e così i momenti di relax li passiamo tutti a poppetta a fare tintarella, mentre dei delfini ci accompagnano saltando festosi tra le nostre onde: siamo spensierati e il mondo sembra che ci sorrida mandandoci i suoi idrodinamici messaggeri. La realtà non tarda ad arrivare sbattendoci in faccia le rovine di una Mogadiscio che si affaccia sul mare con i palazzi sbrecciati, fumanti e divelti dalle pallottole, il suo porto ormai tale solo per nome ed un fatiscente relitto adagiato su una secca. Ebbene questa è la guerra ed io mi sento subito in colpa per il mio buon umore totalmente fuori luogo. Di notte poi il buio fa paura, l’acqua del mare è nera come la pece e la costa a un miglio di fronte a noi disordinatamente illuminata non ci rallegra, l’aria in plancia è rarefatta, si scherza poco e si bada solo alla rotta e alle accostate, sembriamo degli automi. Eppure giorno dopo giorno viene fuori la bellezza di quei luoghi, la natura combatte per far rinascere la vita e il mare non è più nero, il cielo è stellato e la gioia di navigare in quelle splendide acque dell’Oceano Indiano riempie i nostri cuori. Arriva il giorno della nostra partenza per Mombasa.

Da Mombasa procediamo verso Livorno, dove metà equipaggio va in licenza, io resto a bordo per portare la nave a Taranto.

Taranto ci accoglie con un tempo da lupi, della primavera neanche l’ombra e una volta attraccati al molo Chiapparo sono uno dei pochi che rimane a bordo, non ho voglia di scendere e passo la serata passeggiando per la nave, ringraziandola con amore per tutte le miglia di avventura sul mare che mi ha dato. Quella sera ero sicuro di essere suo amico, io so che ovunque lei vada c’è un pezzetto di me che naviga nascosto lì in un angolo e ovunque io vada c’è un pezzetto di lei in me. Dopo questo pensiero mi sentivo un po’ stupido: dopotutto è solamente una nave e non può provare sentimenti, pensavo, così, dopo aver chiuso la porta della plancia dietro di me, scendo le scalette e sento una voce calda e potente: “Grazie a te amico mio”. Non c’è nessuno, siamo soli io e la mia Nave.

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