Gambia: veleggiare in acqua dolce

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GAMBIA: VELEGGIARE IN ACQUA DOLCE

Testo e foto di Manuela Moroni e Alberto Puppo

Dopo esserci entusiasmati navigando sui fiumi del Senegal settentrionale, abbiamo deciso di proseguire la navigazione fluviale anche sul fiume Gambia.

Già il primo approccio con la Gambia ci fa una buona impressione, in quanto le formalità doganali vengono espletate rapidamente e con gentilezza; la sosta di una settimana nel più che protetto ancoraggio di Oyster Creek ci permette di apprezzare la tranquillità della capitale Banjul, decisamente meno stressante di Dakar, qui è infatti possibile passeggiare senza che le persone continuino a proporti mille acquisti.

Un piccolo bar, il “Baba Harbour Café” che si affaccia su Oyster Creek, è un punto di ritrovo dei velisti che si apprestano a risalire il fiume e di quelli che ne sono appena discesi. Per cui si trascorrono piacevoli giornate a raccogliere ed a scambiarsi informazioni. Inoltre è possibile farsi aiutare dai ragazzi del bar per rifornirsi di acqua, gasolio, frutta, verdura, ecc.

La prima sezione del fiume è molto larga e non presenta alcun problema per la navigazione, bisogna tuttavia procurarsi le tavole di marea in modo da sfruttare la corrente di marea, che può raggiungere i tre nodi. La notte ci si può fermare ancorati in uno dei canali laterali (detti “creeks” o “bolongs”) nei quali la corrente è meno forte e dove è possibile sorprendere numerosi uccelli o alcuni cercopitechi verdi: delle piccole scimmie con una coda molto lunga che compiono dei salti acrobatici tra i rami delle mangrovie. Per percorrere interamente alcune di queste diramazioni sono necessari un paio di giorni di navigazione, in quanto si allontano di decine di miglia dal corso principale del fiume.

A circa 15 miglia dalla foce si incontra la piccola James Island, quasi interamente occupata dall’omonimo forte costruito dagli Inglesi nel 1661. Sulla opposta riva settentrionale i Francesi fortificarono il villaggio di Albreda intorno al 1680. Nel corso del XVII e XVIII secolo i due forti furono teatro di numerosi scontri tra Inglesi e Francesi per garantirsi il controllo del traffico commerciale lungo il fiume. Nel 1783 l’Inghilterra ottenne il monopolio del commercio sul Gambia e Fort James divenne principalmente un punto di smistamento per la tratta degli schiavi.

In questa zona c’è un discreto afflusso di turisti in seguito al romanzo “Radici” di Alex Haley, dove si narra che Kunta Kinte, il trisnonno dello scrittore, passò di qui prima di essere imbarcato per gli stati americani del sud. In questa parte del fiume l’acqua è ancora salata e le coste sono ricoperte da un’impenetrabile parete di alte mangrovie, interrotta ogni tanto da dei piccoli villaggi o da accampamenti turistici come il Kemoto Point Hotel o il Tendaba Camp. Il primo è decisamente il più bel villaggio turistico del fiume Gambia. I velisti sono ben accolti ed è possibile rifornirsi di acqua, farsi un bagno in piscina e passare una serata romantica nel bel ristorante che si affaccia sul fiume; da provare è il loro succo di frutta a base di frutti di baobab.

Il Tendaba Camp è invece più rustico, ma merita una visita per assaggiare la specialità del suo ristorante: la carne di facocero. Inoltre ci si può aggregare ad un tour organizzato per visitare il vicino Parco Nazionale West Kiang o, come abbiamo fatto noi, unirsi ad un gruppo di “bird-watchers” e fare una piacevole passeggiata nella campagna, ammirando le svariate specie di uccelli che popolano questa zona.

La Gambia, infatti, è il paradiso dei bird-watchers: lungo il fiume si susseguono tre differenti habitat: acqua salata, acqua salmastra ed acqua dolce, per cui si trovano centinaia di specie differenti di uccelli.

Ad una distanza di circa 120 miglia dalla foce inizia la parte più bella del fiume: il paesaggio è movimentato da alcune colline argillose che al tramonto si colorano di splendide tonalità rosate e da alcune isole, l’acqua diventa dolce e la vegetazione sulle rive è molto più varia e lussureggiante, intervallata da ampie zone coltivate in prossimità dei più frequenti villaggi.

Lasciando la barca ancorata di fronte al villaggio di Kuntaur, a 150 miglia dalla foce, si può raggiungere con una piacevole passeggiata tra le risaie il paese di Wassu, famoso per i “cerchi di pietra”, monumenti funebri risalenti a circa 1.200 anni fa.

Da dove comincia l’acqua dolce gli incontri con la fauna locale si intensificano e diventano sempre più interessanti.

All’inizio si vedono più spesso i cercopitechi verdi ed alcuni colobi rossi, altre scimmie un poco più grandi, che non disdegnano delle passeggiate sulle spiaggette che ora interrompono ogni tanto la lussureggiante vegetazione.

Come secondo “incontro” abbiamo visto un bel coccodrillo che se ne stava immobile su un ramo a pelo d’acqua, era tanto fermo che dopo il secondo passaggio con la barca avevamo pensato che fosse morto, tuttavia al nostro terzo passaggio ha spalancato la bocca mettendo in mostra la sua temibile dentatura e si è poi immerso nelle acque del fiume.

Quella stessa sera abbiamo visto i nostri primi babbuini, ma soprattutto li abbiamo sentiti “abbaiare” per quasi tutta la notte, ben felici che una cinquantina di metri d’acqua ci separasse dalle loro inquietanti liti notturne.

Comunque lo sport acquatico che riscuote il maggior successo tra i velisti è l’ “ippopotamo-watching”: le barche che discendono il fiume informano le altre dove hanno avvistato gli elusivi bestioni. Dopo lunghi e numerosi appostamenti infruttuosi, arrivando al Parco Nazionale di Baboon Island abbiamo conosciuto una simpatica guardia forestale che la mattina seguente ci ha portato a vedere un gruppo di questi ciccioni acquatici. Tuttavia bisogna stare attenti a non avvicinarsi troppo, in quanto gli ippopotami possono essere decisamente pericolosi.

Nel Parco Nazionale di Baboon Island la nostra guida ci ha portato anche a vedere gli scimpanzè. In quest’isola, infatti, ne sono stati introdotti, dopo un corso di riabilitazione alla vita selvaggia, una trentina, provenienti da laboratori, zoo, circhi ed ora hanno iniziato a riprodursi in quest’isola protetta e ricca di vegetazione. Dopo Baboon Island si incontra il gruppo delle Kai-Hai Islands, dove abbiamo conosciuto un simpatico agricoltore che si lamentava della continua guerra in corso tra la sua famiglia ed un gruppo di babbuini, la cui principale occupazione era quella di rubare le banane che lui coltivava.

Dopo le Kai-Hai Islands si incontra la cittadina di Georgetown (180 miglia dalla foce), dove è possibile rifornirsi di frutta e verdura.

A monte di Georgetown la navigazione diventa un pò più impegnativa perchè si incontrano i primi gruppi di rocce, per cui bisogna spesso stare molto vicino alla riva, facendo però attenzione a non urtare i rami con l’albero della barca (il nostro windex è rimasto su un ramo di un baobab). Tuttavia il paesaggio cambia ancora ed in alcuni tratti il fiume scorre tra pareti rocciose come nella zona di Monkey Court, dove abbiamo incontrato folti gruppi di babbuini, per niente intimoriti dal passaggio della nostra imbarcazione. Anzi, si mettevano ad “abbaiare” agitando i rami degli alberi per spaventarci.

A questo proposito, una coppia di Inglesi ci ha riferito che, scesi dalla barca per fare una passeggiata su una di queste colline, sono stati costretti ad una fuga precipitosa inseguiti da un branco di alcune decine di babbuini.

Dopo aver sentito questo racconto ed aver visto il comportamento di queste scimmie, abbiamo evitato di scendere a terra in questa zona e, quando siamo scesi a terra in altre zone a “rischio-babbuini”, ci siamo portati il corno da nebbia nella speranza che fosse sufficiente a spaventarli. Risalendo il fiume fino a Bassé, abbiamo visto altri ippopotami, scimmie, coccodrilli, manguste e puzzole.

Ma il fascino del fiume Gambia non si limita alla ricchezza della fauna ed alla spettacolarità dei suoi paesaggi. Gran parte del fascino di questo viaggio è costituito dal contatto con la popolazione locale.

Le persone sono sempre molto gentili, le diverse etnie (wolof, mandinka, fula, bassari) convivono, ora, pacificamente. Ogni colloquio inizia con una sequenza fissa di domande su come stai, come sta la famiglia, come ti chiami, da dove vieni, se ti stai divertendo in Gambia, se è la prima volta che ci vieni. Prima di arrivare al dunque si trascorrono almeno cinque minuti in simpatici convenevoli, questo accade anche quando incontri qualcuno in qualche zona poco abitata.

In ogni più piccolo paesino i bambini ti corrono incontro a frotte urlando “tubab, tubab”, che vuol dire “bianco”, ti prendono per mano e passeggiano felici al tuo fianco. Spesso ti accarezzano per verificare che la tua pelle sia davvero uguale alla loro, oppure ti toccano i peli che per loro sono una novità.

Solo nei paesi con vicino un villaggio turistico sono più intraprendenti e ti chiedono biro o quaderni, molto raramente chiedono soldi. In altri villaggi più sperduti sono invece curiosi, ma non si avvicinano, perchè sono anche spaventati. Tornando indietro ci è capitato di fermarci di fronte a villaggi dove ci eravamo già fermati all’andata ed i bambini hanno cominciato a chiamarci per nome ancora prima che gettassimo l’ancora. Una volta abbiamo iniziato a far sollevare da terra con la rincorsa i più piccoli mentre gli tenevamo entrambe le mani; a quel punto siamo stati presi d’assedio da tutti i bambini del villaggio e finchè non li abbiamo fatti “volare” tutti non c’è stato verso di andarsene.

Praticamente non hanno giocattoli e quei pochi se li costruiscono da soli usando lattine o bottiglie di plastica vuote, hanno sempre un’aria allegra e florida, ma la cosa che più ci ha colpito è che non ne abbiamo mai visto uno piangere. Comunque sia, per evitare discussioni o liti, tendenzialmente abbiamo dato biro, pennarelli e tutto quanto non ci occorreva a bordo, alle missioni dove i bambini frequentano la scuola materna, in modo che fossero i missionari a provvedere ad un’equa distribuzione. Le donne sono quasi sempre vestite con abiti lunghi e colorati, molto spesso conoscono solo il loro dialetto, per cui è molto difficile comunicare con loro. Gli uomini sono vestiti più all’occidentale e quasi tutti parlano un pò d’inglese. Sul fiume si incontrano spesso pescatori che vogano sulle loro semplici piroghe ottenute scavando tronchi, a volte ti chiedono una sigaretta od un breve rimorchio, ma sempre con un largo sorriso che illumina i loro volti scuri.

Le sole imbarcazioni a motore sono cinque o sei traghetti utilizzati per l’attraversamento dei veicoli ed alcune chiatte, utilizzate per il trasporto delle arachidi, la principale fonte di entrata del paese.

I villaggi lungo il fiume sono principalmente costituiti da semplici gruppi di capanne con il tetto di lamiera ondulata. Nei centri più grandi si vedono ancora alcune costruzioni risalenti al periodo coloniale inglese, ma sono perloppiù in rovina.

Alcuni villaggi non hanno ancora l’energia elettrica, per cui nella quiete della sera si vedono dalla barca numerosi falò e si riesce a sentire il suono delle voci e spesso si possono ascoltare canti accompagnati dagli immancabili tam-tam.

E’ piacevole passeggiare lungo le vie dei paesi e visitarne i colorati mercati, tuttavia è difficile trovare dei souvenirs. Infatti in Gambia il turismo è limitato alla costa, pertanto nell’interno non si è ancora sviluppato un artigianato ad uso e consumo dei turisti come, invece, è accaduto in Senegal. Quando siamo arrivati a Bassé, situata a 250 miglia dalla foce al limite della zona facilmente navigabile, abbiamo noleggiato, presso il villaggio turistico Fulladu Camp, per tre giorni un bel pick-up a quattro ruote motrici (ad un prezzo ben inferiore al noleggio di una Panda in Italia) e siamo andati, accompagnati da una guida, a visitare il Parco Nazionale del Niokolo Koba in Senegal. Oltre a vedere facoceri, babbuini, colobi, cercopitechi, gazzelle, ippopotami e uccelli vari, abbiamo visto la savana ed un paesaggio completamente diverso da quello del fiume.

Il giorno prima di rientrare a Bassé siamo andati a visitare un villaggio bassari su una collina. I Bassari sono una tribù in cui sono rimaste vive le antiche tradizioni, per cui le donne hanno un mucchio di orecchini e, sia gli uomini che le donne, a volte hanno bastoncini o anelli nel naso. Durante il mese di maggio si svolgono le cerimonie di iniziazione dei giovani che consistono in una serie di prove particolarmente dure di danza, lotta, pazienza, sopportazione… Se un giovane non le esegue viene radiato dalla comunità bassari, pertanto, anche i Bassari che sono emigrati all’estero, quando hanno dei figli sui quattordici anni, rientrano per un mese nel loro paese di origine per evitare che i loro figli non vengano più ritenuti appartenenti alla loro tribù.

Durante questo mese tutta la popolazione indossa i variopinti costumi tradizionali e si eseguono danze e canti rituali. Prima di cominciare la discesa del fiume abbiamo approfittato dell’acqua dolce per lavare tutta la barca, le vele, le scotte ecc.

Il viaggio di rientro è stato più rapido, ma non meno interessante; vicino alle Kai-Hai Islands siamo stati avvicinati la sera da un paio di ippopotami che hanno improvvisato un chiassoso concerto a base di richiami amorosi. Dopo poco più di un mese siamo tornati all’ancoraggio di Oyster Creek, dopo circa 500 miglia effettuate lungo il fiume.

Qui abbiamo iniziato a prepararci per la traversata atlantica, facendo acquisti nei forniti ed economici supermercati della vicina Serekunda.

Indubbiamente ci mancherà molto la tranquillità del fiume, la mancanza di rollio, il tempo sempre stabile, la possibilità di ancorarsi in ogni momento… Tuttavia quello che ci mancherà più di tutto sarà l’Africa.

Durante gli ultimi due mesi abbiamo iniziato a capire cosa sia il mal d’Africa; soprattutto il giro sul fiume Gambia ci ha regalato probabilmente la più bella esperienza da quando siamo partiti.

NOTIZIE UTILI

Geografia: la Gambia è situata in Africa Occidentale e si affaccia sull’Oceano Atlantico. E’ una lunga striscia di territorio, larga soltanto 35 chilometri, che si estende per circa 300 chilometri nel cuore del Senegal seguendo il corso del fiume Gambia.
Meteorologia: la stagione migliore per navigare sul fiume Gambia è da novembre a maggio, quando la zona di convergenza inter- tropicale, che porta pioggia, umidità e burrasche, si trova al di sotto dei 10°N. Tuttavia, una volta entrati nel fiume, ci si scorda di ascoltare il bollettino meteo, in quanto si naviga sempre in acque più che protette.
Clima: tropicale, con precipitazioni essenzialmente durante la notte nel periodo tra luglio e settembre. L’escursione termica durante il giorno è più elevata vicino alla costa e minore nella parte orientale del Paese: durante i due mesi precedenti la stagione delle piogge e durante i due mesi seguenti, la temperatura può superare i 30°C di giorno, vicino alla costa, ed i 35°C nella zona orientale. Durante l’inverno la temperatura è sempre gradevole e l’umidità relativa supera raramente il 50%.
Come arrivarci: l’unico aeroporto intercontinentale si trova nella capitale Banjul. Ci sono diversi collegamenti diretti con l’Europa tramite la Sabena e la Swissair (circa 1.400.000 lire A/R). Oppure si può volare su Dakar, anche con l’Alitalia, e poi prendere un volo interno o un pullman.
Documenti: per gli Italiani non è necessario un visto di entrata ma è sufficiente il passaporto in corso di validità. Per chi arriva in barca, le pratiche di entrata si sbrigano presso la Dogana e l’Ufficio Immigrazione di Banjul, che rilascia un visto turistico gratuito con validità di quattro settimane. Tale visto potrà essere rinnovato per ulteriori quattro settimane ad un costo di circa 20$ per persona o per un anno al costo di circa 30$ per persona. Tale rinnovo potrà essere effettuato a Banjul, Georgetown o Bassè. Per poter risalire il fiume con la propria imbarcazione è opportuno farsi rilasciare l’autorizzazione presso la Capitaneria di Porto di Banjul (circa 25$, a seconda dell’ufficiale addetto).
Norme sanitarie: non è richiesta alcuna vaccinazione obbligatoria. Solo nel caso in cui si provenisse dall’Africa, è richiesta la vaccinazione contro la febbre gialla. Noi abbiamo effettuato la profilassi antimalarica per i tre mesi che siamo rimasti nell’area (clorochina+proguanil), il che ci ha provocato problemi d’insonnia. Equipaggi di altre barche non hanno effettuato alcuna profilassi, limitandosi a tenere a bordo medicinali per il trattamento della malaria. Tuttavia bisogna ammettere che lungo il fiume le zanzare erano molto meno frequenti che in estate a Milano.
Valuta: la moneta locale è il dalasi (circa 160 lire), ottenibile cambiando nelle banche locali tutte le principali monete, lira inclusa. Tuttavia si ottiene un cambio migliore portandosi dall’Italia dei dollari americani e servendosi degli “agenti di cambio” che stazionano di fronte ad ogni banca.
Lingua: la lingua ufficiale è l’Inglese, ma normalmente vengono utilizzati dialetti locali. Comunque, anche all’interno del Paese, la maggior parte delle persone, soprattutto gli uomini, parlano l’Inglese. Fuso orario: due ore in meno, quando in Italia vige l’ora legale, altrimenti una.
Telefonia: c’è una rete radiomobile locale limitata alla zona di Banjul, ma che utilizza uno standard diverso dal GSM. In tutta la Gambia si trovano uffici telefonici della Gamtel. Probabilmente i telefoni sono la cosa che meglio funziona in Gambia. E’ possibile farsi richiamare oppure, ma non sempre, effettuare chiamate a carico del destinatario. Il prefisso internazionale per la Gambia è lo 00220. Per chiamare l’Italia si compone lo 00039 (dalla Gamtel) o 0039 (se si chiama da altri uffici).
Porti turistici: nella Gambia non esistono strutture di supporto al turismo nautico. Tuttavia è possibile, sicuro ed economico lasciare la propria imbarcazione nell’ancoraggio di Oyster Creek, affidandone la guardiania ad uno dei ragazzi che lavorano presso il Baba Harbour Café (Tony è forse il più valido). Sarà inoltre possibile farsi aiutare da Baba nella preparazione e nella posa di un corpo morto, a meno che si voglia usufruire di uno di quelli già esistenti.
Per chi vuole noleggiare una barca: attualmente non ci sono vere e proprie agenzie per il noleggio d’imbarcazioni in quest’area, ci sono comunque un paio di barche a vela che effettuano crociere sul fiume Gambia su prenotazione. Ad esempio, ci si può rivolgere a Gil Bes, presso il CVD di Dakar, chiamando il numero 00221 8320720, o inviando un fax allo 00221 8324619
Guide e portolani: guida turistica della EDT (traduzione Lonely Planet), comprendente anche Senegal ed altri Paesi dell’Africa Occidentale, oppure la Guida Apa Senegal e Gambia. Come portolano si consiglia: West Africa della Imray, scritto da Steve Jones, in inglese.
Itinerari: l’itinerario descritto nell’articolo è stato effettuato in inverno in circa un mese (escluse le soste ad Oyster Creek), per un totale di circa 500 miglia. E’ importante segnalare che, lungo il fiume Gambia, non esistono ponti, per cui non è necessario disalberare la barca.
Villaggi turistici: lungo il fiume si incontrano alcuni villaggi turistici, noi ci siamo fermati per “ristorarci” con una cena ed un bagno in piscina presso i seguenti: Kemoto Hotel: tel. 00220 990031- 96634 e fax 00220 96634. Tendaba Camp: tel. 00220 465288 e fax 00220 466180. Fulladu Camp: tel. 00220 668743 e fax 00220 668004.

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