Antille Olandesi

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

ANTILLE OLANDESI

Testo di Giorgio Biuso

Le nuvole scure, contro un cielo ancora chiaro per pochi minuti, convergevano verso il punto dell’orizzonte in cui, mezz’ora prima era scomparso il sole. Seduto a prua del “Guaicamar” ero sprofondato in un’acuta quanto ingiustificata malinconia.

Dieci gradi sopra l’orizzonte un astro, forse un pianeta piuttosto brillante, risplendeva solitario della sua luce fissa. Giove? Difficile dirlo non è il mio cielo. Più in alto le stelle, appena disturbate dalla luminosità discreta di un quarto di luna, potevano finalmente dimostrare la loro esistenza. Esultavano tremando ora che il grande astro era scomparso con la sua ingombrante presenza. Per tre giorni avevo aspettato il raggio verde e se lo avessi visto quella sera non me ne sarei accorto.

Cercando la ragione della malinconia mi volli convincere che era tutta colpa di una delusione letteraria. L’isola, che al mio arrivo, con il suo tiepido e accogliente aliseo, mi aveva confermato l’ipotesi semantica che uno sconosciuto navigatore francese, estasiato dal suo clima dolce e ventilato, l’avesse chiamata Bonaire, l’isola, meditavo, deve il suo nome invece all’idioma locale e vuole dire “piatta”.

Ma piatta non è, perbacco. È dalla mattina successiva al mio arrivo che dal ponte del “Guaicamar” guardando verso nord vedo le colline deformare l’orizzonte. Mi erano apparse all’inizio come un’isola lontana che cambiava forma. Pensai alle “Isole nella corrente” di Hemingway perché dietro a quella comparivano altre colline che, muovendosi prima impercettibilmente, in pochi minuti “ingigantivano come bianche cattedrali”. Poi, perdendo nobiltà, si trasformavano, ecco la sorpresa, in enormi condomini galleggianti che, una volta ormeggiati all’unica piccola banchina del porto, spalancavano le loro bocche lasciando fluire il gelatinoso contenuto umano che dilagava rapido lungo i vicoli della graziosa Kralenddijk.

Anche se restava l’unica volgarità che potevo notare intorno a me, l’orrore provato alla loro vista l’ho potuto valutare solo dopo la gioia che invece mi prese quando un giorno mi è apparsa nella luce dorata del mattino, una vecchia nave passeggeri. Sopravvissuta grazie alla sua robustezza e non al rispetto delle sue antiche e aggraziate forme mi ha ricordato quando negli anni Cinquanta, ragazzo, mi affacciai tra due grandi gru e vidi l’ampia ansa del porto di Amburgo. Venivo da tremila chilometri di terra europea e desideravo il mare. Mi commossi alla vista della grande nave, armoniosa e severa, imponente e proporzionata.

Proporzionata perché, mi chiedo oggi. Si evidentemente dipende dal modello che ho sempre avuto della nave. Il modello di questo minuscolo universo indifeso, di questo coraggioso scrigno che trasporta anime e cose attraverso i pericoli nella liquida distesa, agitata, instabile, indifferente alle pene e alle gioie di chi si affida a quelle sottili pareti di acciaio.

Quando le tranquille acque, su cui si dondola lentamente il vecchio panfilo sul quale, come ospite trascorro le giornate, qualche anno fa, durante la stagione degli uragani, senza preavviso e silenziosamente, si sono gonfiate in un’onda mostruosa che, dopo essere apparsa sull’orizzonte come una leggera nebbia, in pochi minuti aveva scagliato metà delle barche ancorate alla ruota vicino riva, sul grande viale alberato e qualcuna sui balconi delle casette in stile olandese che lo fronteggiano. Svegliarsi per il fracasso dei vetri infranti e trovarsi la prua di un battello di dodici metri davanti al letto lo definirei qualcosa di più di un brutto sogno. Mi immagino poi l’incontro con gli uomini dell’equipaggio. Si racconta che uno di loro, abbronzato e seminudo, balzato fuoribordo, si sia avvicinato alla giovane coppia che terrorizzata si abbracciava sotto le lenzuola, e abbia pronunciato una frase che suonava pressappoco così: “Sono spiacente signori, continuate pure il vostro sonno, in pochi minuti sistemo tutto io”.

Gli uragani di solito girano al largo delle Antille olandesi ma quella volta l’impulso dato alle onde dei venti impetuosi che stavano ruotando sulle Grenadine era arrivato anche a Bonaire e, nonostante i danni, non aveva fatto una grande impressione.

Sapevano della rarità di quei fenomeni e soprattutto, in quelle isole la flemma olandese si è felicemente sposata col tirare a campare della gente che ci vive.

Guardavo le piccole case allineate lungo il viale, fresche di vernice. Il giallo, il bianco, il rosso mattone delle facciate non contrastano né con il rosso chiaro né con il grigio scuro delle tegole. una stemperata architettura olandese, addolcita anch’essa dal clima, che non riusciva a rispondere alla mia domanda. Dov’è che l’onda ha colpito? Nessuna traccia, tutto come prima, anzi, mi dicono, meglio di prima.

Da otto giorni mi trastullo senza troppi pensieri in questa isola che sembra felice. Leggo, scrivo, scrivo e leggo e passeggio anche se il caldo e la gamba, sulla quale quel giorno il mio cavallo trovò originale sedersi, non me lo consentono. Per allargare il “watch bird” che qui è continuo, pensate che i beccaccini che ho perseguitato nelle nostre paludi per anni vengono sul pontile a mangiarmi nelle mani, ho preso a nolo un motorino costruito in Iugoslavia, qui credono che sia ancora tutta unita, e mi sono lanciato sulla strada delle Saline verso sud.

Aver trascurato la violenza della radiazione solare mi ha fatto arrestare davanti a un piccolo albergo la cui scritta invitava tutti alla grande fuga. E guardando la scolorita “Great escape” mi fasciavo la gamba malata con un asciugamano. Era già rossa e dava segni di voler scoppiare. “Stai tranquilla amica mia perché tra poco ti immergerò in una laguna fresca e confortante”.

L’avevo individuata sulla carta e avevo anche visto accanto il segno della presenza degli uccelli. Ma io già li vedevo nei canali che circondano le saline. L’acqua di questi è azzurro verde e contrasta con il rosso arancio delle salamoie che si stendono piatte a perdita d’occhio, limitate all’orizzonte da bianche piramidi di sale.

Il mare che alla mia destra mi aveva accompagnato, fino a quel momento appena mosso dalla brezza di terra, subito dopo il faro, era divenuto impetuoso. Si scagliava, l’azzurra onda atlantica, sull’irto corallo grigio-marrone e si frantumava in cento fontane le cui acque, spenta la rabbiosa furia, procedendo per inerzia, si mischiavano schiumose a quelle verdi e stagnanti della laguna. Queste erano le saline naturali degli indiani che per primi hanno abitato le caverne di roccia scura che ho visitato poco dopo.

“Indian inscriptions” avvertiva il cartello e mi inoltrava verso l’interno. Lasciata malvolentieri la visione del mare, l’ammasso di roccia vulcanica, che mi era apparso all’improvviso, aveva più l’aspetto di una caverna infernale che quello di un rifugio sicuro. Cercavo di distinguere sulle pareti di lava, scabre e irte di punte, le promesse iscrizioni, quando, deluso, stavo per andarmene, guardai in alto. Erano lì, concentrate su alcuni spazi inspiegabilmente lisci. Rossi e delicati sono i disegni e pensai subito alle gentili mani dell’artista che li aveva prodotti. Una serie di puntini, forse una costellazione; due U contrapposte unite da un tratto, forse un uomo; un cerchio, forse la sua innamorata; un’altra U isolata, il suo trofeo di caccia. Cercavo di immaginarli e li vedevo nudi e felici, accanto al mare, in quella tiepida brezza, aggirarsi tra i cactus e le acacie, poi ho udito una voce. Ho aperto gli occhi e davanti a me una coppia tutta vestita che in un americano spinto mi chiedeva se i disegni esistessero veramente. Rispose il mio indice indicando verso l’alto e l’incanto era finito.

Povero luccicante pesce. Trenta chili di muscoli scattanti giacevano immoti sul legno grigio della banchina, la bocca semiaperta, mostrando i piccoli denti aguzzi, era l’unico ricordo dell’aggressività nata alla vista dell’esca. Quel piccolo pesce, che avevo visto infilare vivo nell’amo d’acciaio la mattina, aveva provato con in suoi movimenti scomposti ad avvertirlo della trappola ma nemmeno gli occhi sbarrati dal dolore erano stati un sufficiente avviso di morte. Mentre l’ammirazione per la bellezza di quel corpo argentato si confondeva con la pietà nel mio cuore, Amedeo iniziava la trattativa. Il pescato di solito finisce nelle fauci di enormi donne rossicce e di pingui uomini imbionditi da galloni di birra. Sono la fauna terrestre che si rinnova ogni giorno. Che contrasto quelle flaccide membra con la filante linea del corridore marino e colpisce constatare quanto quelle esili fanciulle bionde che li accompagnano siano poi, in età ancora sostenibile, costrette a diventare come loro.

La razza locale invece, mista come colonia ha voluto, è notevolmente più bella a vedersi, somiglia a quel pesce. Immaginavo che i muovesse a scatti eleganti come loro e sono movimenti pieni di grazia, misurati per il minimo sforzo, soprattutto quando ballano. Ondulare ritmato delle anche, spalle immobili, piccoli passi, quasi impercettibili ma precisi e di corpi stretti tra loro e striscianti lungo la pelle dell’addome in un impudico, definitivo abbraccio. E sorridevano beati mentre i tamburi si scatenavano e il “quattro” (1) lanciava le sue note aspre e rabbiose. Ero seduto davanti al tavolo di una taverna vicino al mare e non riuscito a tener fermi i piedi nonostante il cibo pesante e il caldo. Nonostante la voglia non l’ho fatto. Temevo di rovinare con i miei goffi passetti la scena che i ballerini, insieme al vento, alle onde che frangevano sul fondo, alle palme che si dibattevano disperate di non poter scendere anche loro sulla pista, il tutto circondato dall’odore del “conch” (2) fritto, creavano intorno a me.

Quando la musica terminò restai a guardare i suonatori che, mettendo gli strumenti nelle custodie, finalmente sorridevano e, canticchiando, erano loro stavolta a muoversi a passi di danza. Tornai alla spiaggia di Boca Cai, di un bianco mai visto, per immergermi ancora una volta nella Lac Bay, laguna verde-blu. Galleggiavo nell’acqua tiepida e tranquilla e sotto di me immaginavo le grandi conchiglie che, per loro disgrazia, proteggono il mollusco di cui i locali vanno pazzi. Lo testimoniano i quattro grandi cumuli alti sei metri formati dai gusci biancastri. Stavo per prenderne uno quando Amedeo mi fermò, non si possono toccare, sono il monumento a quello che è stato il banco di “conch” più ricco del mondo. Ora sono protetti e per il palato esiste un vivaio in una laguna vicina. La laguna si sta ripopolando ma ci vorrà molto tempo, ecco un’altra prova di quanto sia più facile e rapido distruggere. E datemi retta, non ne valeva la pena. Ho mangiato, perché me li avevano decantati, nonostante la consistenza gommosa, quei poveri molluschi e non lo rifarei.

Certo che se dipendesse solo da me l’economia dell’isola sarebbe ridotta male in breve tempo. È tutto talmente caro, mangiamo quasi solo pesce. Ce lo fornisce a buon mercato un pescatore che tutte le mattine alle quattro ci affumica con i suoi potenti motori diesel, accesi dieci minuti prima della partenza, mentre attende i suoi clienti.

Sono quasi tutti americani e da lontano sembrano tanti Hemingway. Poi si avvicinano e di quel grand’uomo hanno solo la pancia.

Tre di loro, un padre una figlia e il marito, pagati i cinquecento dollari pattuiti, erano tornati con un grosso pesce. Non riuscii ad assistere al suo squartamento per più di un minuto e avevo le mie ragioni. Il padre osservava la scena con aria assorta, il genero con i pugni sui fianchi approvava i precisi colpi di coltello e la ragazza che avrei voluto vedere coprirsi gli occhi ed emettere gemiti di pietà, si era invece accucciata accanto al pescatore e guardava la scena con gli occhi illuminati dalla felicità. A un tratto esclamò: “Ah vedi, aveva appena mangiato un maccarello!” e subito dopo: “Ohi! Ma è una femmina!” infilando il dito tra le uova che oscillavano mollemente sulla banchina.

“Dio com’è duro! Guarda com’è compatta!” continuava stringendo tra l’indice e il pollice la trancia appena tagliata, soppesandola. Non si era accorta che il sangue, scorrendo abbondante e veloce verso l’acqua cristallina che brillava sotto di noi, stava giungendo accanto al suo piede nudo. Non scattò rabbrividendo, non ritirò il piede con ribrezzo, niente di quello che mi aspettavo da una graziosa fanciulla poco più che ventenne. Come un bambino che, allentato il controllo vigile della mamma, agita con gioia il piedino sguazzante nella pozza d’acqua fangosa, lei cominciò un balletto su quel rivolo rossastro e appiccicoso. Mi fece venire in mente Jene Kelly e mormorai: “Singing in the blood”. Non risero, girai i talloni e me ne andai. Per quel giorno ne avevo abbastanza.

Angelo e Alberto sono due giovani marinai che badano alla custodia e alla manutenzione del “Chirone”, settanta piedi di legno, cantiere William Fife e disegno di Clarke. Bel veliero, cavallino molto accentuato e una bella prua a curva parabolica, come non se ne vedono più. Un ponte tutto libero circonda una tuga semplice, tondeggiante, ben proporzionata. Anche l’alberatura è giusta e mi immagino che possa correre i suoi buoni dodici nodi con venti portanti. Questi ragazzi sono l’equipaggio del “Chirone” da tre mesi. Novanta giorni di vacanza pagata. Se all’età loro mi fosse capitata una fortuna simile!

La disinvoltura e la velocità con cui si muovono in mezzo agli altri marinai olandesi, norvegesi, svedesi, inglesi è sorprendente. Riescono a fare tutto in metà tempo e bene, pur sembrando, a chi li guarda, indolenti e perdigiorno. Aiutano Amedeo nelle manovre quando il “Guaicamar” si muove, è stato lui a trovar loro questo ingaggio e ne sono evidentemente grati.

L’euforica allegria a bordo e le decine di lattine di birra vuote nell’acquaio mi procurano un pò di tensione quando, al ritorno dalla navigazione, iniziano le manovre di attracco alla banchina, ma alla fine, anche se il sudore freddo mi gocciola dalla fronte, queste riescono senza danni. Stavo per dire miracolosamente ma non avrei fatto giustizia alla loro abilità di marinai. Anja, la ragazza di Amedeo, una simpatica olandese di trent’anni, è l’unica che resta seria e segue le manovre, correndo da prua a poppa, porgendo aiuto. Darebbe un braccio pur di non far fare una brutta figura al comandante.

Il giorno del mio compleanno Amedeo voleva far festa. Avevo acquistato Coca Cola e rhum perché come bevanda mi sembrava, sbagliando, più adatta della birra, in quell’ambiente di veri marinai. Questa olandese, qui molto amata, deve avere anche la proprietà di comprimersi quando entra nello stomaco. Ne ebbi la prova una sera al Centro Nautico Harbor Village. Era stato organizzato, come tutti gli ultimi lunedì del mese, un enorme barbecue e vari equipaggi erano raggruppati intorno ai tavoli sotto le palme. Erano tutti lupi di mare e il più scarso aveva attraversato quattro volte l’Atlantico.

Mentre osservavo un gruppo che aveva attirato, per la rumorosità delle risate, la mia attenzione, mi fermai con lo sguardo su una coppia. Lui, di Liverpool, alto, magro, barbetta rossa, occhi infossati attenti, l’unico che non rideva, lei di Trinidad piccola, nera, carina, ben proporzionata. Era stata la sua risata secca, aspra, quasi cattiva che mi aveva colpito. Accanto al suo uomo una decina di lattine vuote, vicino a lei il doppio. Cercai di calcolare mentalmente il volume del liquido spumoso che ormai era finito in quel piccolo stomaco, erano almeno sette litri e continuava a bere al ritmo del contenuto di una lattina ogni tre minuti. Nemmeno il mio avrebbe potuto contenere, senza ricorrere al sollievo del gabinetto, una quantità così imponente. Lei tranquilla, seduta sulle ginocchia del marinaio rideva incosciente di aver risolto uno dei problemi su cui industriali e fisici si sono impegnati per anni: la incompressibilità dei liquidi.

Tolsi gli occhi da quel pancino che mi affascinava non appena mi accorsi dello sguardo incupito di lui e dal contemporaneo minaccioso schiacciamento della lattina vuota stretta nella nodosa mano di marinaio inglese. Poco dopo erano distesi addormentati sulla banchina e lui aveva finalmente l’aria beata. Con la guancia appoggiata su quel pancino nero credeva che quei gorgoglii fossero lo sciabordio delle onde contro la prua della sua barca che navigava veloce sotto l’aliseo del nord-est.

I giorni passano e non trovo nessuno che voglia affittare con me un auto per visitare il parco nella zona nord dell’isola. Un giorno finalmente qualcuno mi dice di avere un’amica che ci avrebbe fatto volentieri da guida. La macchina è solo un furgone Toyota ma è adatta ai fuori pista che ci attendono. Che le isole tropicali siano piene di sorprese lo sapevo ma quello che ho visto quel pomeriggio ha superato ogni mia immaginazione. La strada per arrivare al Nationalpark Washington scorre parallela a una collana di spiagge di sabbia bianca e fine e di vecchi banchi grigi di corallo che formano pianori dove i cactus, approfittando delle vecchie cavità, annidano caparbi le loro radici. È stato esaltante percorrerla per le bellezze offerte ma appena entrati nel parco, l’entusiasmo per quello che si presentava mi costrinse a tormentare la mia guida a fermare continuamente la macchina per fotografare.

A un terzo del percorso il rullino era esaurito. Lo spettacolo che avevo davanti era in continua mutazione. Scorreva davanti ai miei occhi la storia geologica di quella terra. Probabilmente un lento movimento tettonico, cinquecento milioni di anni fa, aveva creato la prima base dell’isola facendola affiorare dal mare. Poi sulle terre emerse sono esplosi alcuni vulcani, lo testimoniano le bombe di roccia di lava di tutte le dimensioni sparse intorno ai coni dai ripidi fianchi e dopo questi sono venuti i coralli.

I vecchi banchi scuri, grigi, porosi e appuntiti, si sono innalzati, formando piattaforme e scogliere, per dare posto nell’acqua ai coralli vivi che si intravedono tra la schiuma e questi poi morendo si trasformano, polverizzati dalla risacca, in candide spiagge dove l’acqua, ormai esausta per gli eterni scontri spumeggianti contro le rocce, si adagia in una risacca leggera assumendo quell’intenso verde chiaro in cui stavo immergendo i miei piedi doloranti per la faticosa scalata a cui ero stato costretto per ammirare l’unico esemplare rimasto nell’isola di un albero di cui, ahimé non ricordo più il nome.

Sono stato costretto a camminare in una boscaglia tra spine e cactus e altre piante scontrosamente spinose, spaventandomi a tratti quando incontravo improvvisamente il “Paolo indio” (3). Sembra il corpo di una donna pietrificato, sorgente dalle fiamme dell’inferno. Il riflesso rossastro della sua levigata corteccia, il contorcimento dei rami sembrano i disegni dei corpi dei dannati, che monaci e abati ci hanno tramandato nei loro codici. I corpi, che sorgendo dal profondo il Giorno del Giudizio e, salendo nel cielo verso il Grande Giusto, raffreddandosi, si pietrificano per sempre.

Quando giungemmo alle lagune ebbi il colpo di grazia. Grandi uccelli bianchi, altri rossi, assolutamente incuranti della nostra presenza. Qualcuno addirittura si avvicinava con aria che mi sembrava minacciosa. Valeria, la nostra guida, alla mia domanda scosse la testa e rispose che dovevamo temere solo le iguane. Ce n’erano di grosse ed erano abituate a mangiare quando arrivavano i visitatori. Aveva cominciato qualcuno con l’offerta di un panino e oggi, se non ce l’hai pronto, ti mordono le dita dei piedi. Mi sembrava una esagerazione ma guardandole negli occhi verdi e obliqui, mi sono convinto anch’io che siamo lì per loro e che dobbiamo offrirci pezzo per pezzo.

Un bagno rinfrescante nelle acque di sogno di Playa Wayacà, una doccia sotto una cascata in una grotta scura circondato dai pipistrelli appesi alla volta, poi di corsa verso la costa atlantica a vedere quello che il mare ha portato.

Quelle che da lontano sembrano balenanti sorrisi sull’azzurro cupo del mare, quando si giunge sulla roccia di corallo scuro, che trema sotto i loro colpi, ti appaiono come orde animali, aggressive e spietate, da cui si allungano lingue di spruzzi che invano tentano di trascinarti via con loro. E quando si ritirano impotenti ti arriva col vento l’umida salinità, ultimo avviso della loro potenza distruttiva. E tu spaventato da tanta furia resti lì nel salso, ipnotizzato dagli enormi tronchi sbiancati che giacciono incrociati sulla riva, circondati da centinaia di noci di cocco, mischiate a bottiglie di plastica e sandali capovolti. Guardiamo increduli quella natura selvaggia mischiata alle inopportune testimonianze umane e ci consolidiamo con l’immagine di Valeria che china, lontano da noi, cerca i semi detti “occhi di cerbiatto” (4).

Trenta nodi vento, il pescatore non esce stamani. Ha risposto al mio saluto con un gesto significativo. Tanto vento, niente pesce. gli altri rinforzano gli ormeggi. Mi rendo conto di che cosa vuol dire essere abituati male.

Da questa parte dell’isola non solo si è ridossati dal vento dominante, l’aliseo che, ruota tra est e nord-est, ma questo supera raramente i quindici nodi. Il rinforzo di oggi lo chiamano vento di Pasqua e annuncia la primavera, anche se come vi ho detto questa non esiste come stagione, solo a luglio e ad agosto, quando il vento cala e fa un pò più caldo, lei fa finta di essere l’estate.

Mi chiedo che effetto possa avere sulla gente la mancanza di stagioni, la mancanza delle attese, la domanda chissà domani come sarà, qui non se la pongono da più di quattrocento anni.

Infatti non eravamo preparati, l’ancora e il corpo morto di prua hanno cominciato ad arare anche se il vento viene quasi di poppa. Le cime in banchina gemono e sembrano braccia agitanti invisibili setacci. Le raffiche scendono dalle palme del lungomare e rendono scuro il verde azzurro dell’acqua e il “Guaicamar” che oscilla paziente, oggi ci ha chiesto con urgenza una manovra faticosa: spostare ancora e corpo morto sopravvento, più lontano. Amedeo ha una grande esperienza e un’enorme pazienza, quando glielo faccio notare scuote il capo e mi dice che sono più paziente io che riesco a vivere ancora nel nostro paese. Lui è fuggito lontano, ha fatto il giro del mondo, più di quarantamila chilometri, diavolo, più acqua metteva in mezzo e più si sentiva meglio. Forse le motivazioni erano serie ma non ne vuol parlare e dal fastidio con cui accoglie le mie preoccupazioni sul nostro futuro, ho capito che ormai si è staccato e vive la sua vita con poche cose in cui crede ancora. amicizia, amore, buon cibo e lavoro sul mare.

Ultimo giorno, il mare si è disteso, il vento, divenuto leggero, non lo disturba più. Una tosse stizzosa mi ricorda la polvere di corallo, silicea e pesante che ho respirato ieri.

L’addio a queste terre è sempre più difficile anche se ho nostalgia di casa. Che diavolo abbiamo dentro per desiderare sempre un altro posto. Eppure sono stato bene qui. Ma non è il mio mondo, vorrei sapere quale sarà veramente il mio.

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